Recensione: “Polvere”

polvere
Foto Laila Pozzo

Il 30 e 31 ottobre è andato in scena “Polvere” ultimo tra gli spettacoli della personale di Saverio La Ruina, in cartellone al Teatro Menotti Filippo Perego.

Polvere nasce in un canto felice, sognante, libero, che premette una lunga e triste serie di parole che lo annienteranno insieme a tutto ciò che rappresenta: la voce della donna libera è messa lentamente e inesorabilmente in catene.

Lo spettacolo si presenta come un grande dialogo a quadri, dove la relazione di una coppia si destruttura impercettibilmente sempre di più fino a naufragare in un malsano circolo vizioso. Le parole hanno potere e valore ancor più delle azioni e sono al centro di tutta la rappresentazione. Parole dai toni sottili, subdoli, nascosti, intrappolano lentamente la donna in una ragnatela, come un ragno con un insetto – o come polvere che si alza, per dirla con La Ruina – senza che si possa rendere conto di quello che sta realmente succedendo.

Sono parole che parlano di niente, una sedia spostata, un canto troppo felice, un quadro, un thè da preparare, un saluto normale, ma che diventano pretesto per riempirsi di significati annientanti, svalutanti, opprimenti, umilianti, celati da un finto sorriso e paternalismo. Nulla va più bene: la scelta non è più contemplata, la libertà di essere è
condannata, non è possibile parlare con altri oltre che il proprio compagno, e infine le parole infide ma annebbiate e impolverate si svelano nella loro cattiveria e crudeltà.

E insieme alle parole a6orano anche le azioni che non sono altro che il culmine di una tortura nascosta iniziata ormai da troppo tempo e così sconvolgente che accettata senza consapevolezza di quello che avrebbe potuto portare.

La polvere però, purtroppo, immobilizza e rende di6cile ogni atto di ribellione. La forza di voltare pagina, in un rapporto ormai allo stremo, è annientata, e le scuse sembrano la via più facile da accogliere.

Saverio La Ruina presenta e svela una realtà che purtroppo ha luogo in molte case: una realtà celata da una coltre di polvere, che annebbia e confonde, scovata con attenzione e cura. Una realtà lasciata completamente a quelle
parole che riempiono tutta la scena e divorano ferocemente azioni, musica e regia e, sopra a tutto, l’essere di una donna.


Vera Di Marco

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