Stavolta il buio tiene qualche attimo in più, le luci si accendono un attimo dopo. E nel buio tutto si amplifica, la realtà assume forme che fatichi persino a immaginare, non riesci a visualizzare neanche i tuoi pensieri. Speri solo di tornare a vedere. Gorla, fermata Gorla, l’ultimo appuntamento della trilogia della memoria iniziata con Nome di battaglia Lia e proseguita con Mai morti, comincia così, in un Teatro della Cooperativa che, ancora una volta, funge da megafono per storie a rischio oblio.
Un buio freddo è quello che accoglie la sala, un’oscurità prolungata qualche istante in più, forse per trasmettere il vuoto e la paura che devono aver provato i 184 bambini e 19 adulti morti causati dal bombardamento della scuola Francesco Crispi, nel quartiere milanese di Gorla. È il 20 ottobre del 1944 quando gli aerei dell’Air Force, dopo una serie di operazioni “fallite”, si liberano di 225 kg di esplosivo. Una delle bombe distrugge il tetto dell’istituto, finisce nella tromba delle scale ed esplode nella cantina dove i bambini e le altre vittime avevano cercato riparo. L’oscurità era durata poco per loro, aveva la forma di una preghiera o di una speranza, del mondo che speravano di rivedere ma che è finito in quell’istante.
Chi c’era e chi c’è
Per lo spettatore, invece, la luce si riaccende e la storia prende vita. Lo fa con la voce di una delle pochissime sopravvissute che non è da sola. Insieme a lei sul palco ci sono due testimoni dell’epoca: due bambine che con i rispettivi racconti ricostruiscono quella che era la loro vita prima che finisse. In una sorta di confronto allo specchio, la sopravvissuta ascolta e interviene, a volte divertita a volte seria, rivivendo in prima persona i ricordi di una Milano, nello specifico Gorla, che era anche la sua. Un po’ come se non fosse cresciuta, perché quelle bimbe sono ciò che era lei (a tal proposito, la presenza di Graziella Ghisalberti in sala, una delle pochissime riuscite a salvarsi, ha un enorme significato).
Tra aneddoti di giochi da “maschio” e da “femmina”, stornelli tipici dei bambini e storie di famiglia e giornate a scuola, per un attimo il dolore passa in secondo piano. Succede anche nei momenti peggiori, quando vivi una tragedia e, per pochissimo, un pensiero felice ti fa quasi dimenticare il male. Quasi, perché in realtà quel disagio è sempre sullo sfondo. E infatti quando, durante lo spettacolo, le descrizioni delle piccole si fanno più cupe e si riempiono di dettagli che toccherebbero solo ai grandi, la mazzata si sente tutta.
Segnali premonitori
Il 20 ottobre del 1944 era già il cielo a parlare. Così limpido, tranquillo, era quasi un richiamo irresistibile per gli aerei della morte. Neanche i bambini/ragazzi volevano andare a scuola, impuntandosi e tentando in tutti i modi di restare a casa o bigiare. Come il piccolo Ambrogino Sironi, 7 anni e nessuna voglia di recarsi in classe quel giorno, fino a nascondersi nel carro da trasporto del padre che, grazie a un passante, si accorge di tutto e lo accompagna personalmente all’Istituto. Per alcuni era addirittura il primo giorno al Francesco Crispi. Erano gli sfollati provenienti dalle città limitrofe che prendevano parte alle lezioni ad anno scolastico già iniziato. Poi accade quel che accadde. Gli aerei statunitensi, partiti per colpire gli stabilimenti della Breda di Sesto San Giovanni, commettono un errore di rotta e si liberano subito delle bombe già innescate. Ai piccoli la situazione non è subito chiara, quel che cade dal cielo assomiglia a caramelle, a qualche balocco, sembra quasi tutto un gioco. Tra loro c’è chi, quando altre volte li aveva visti in aria, aveva soprannominato Pippo uno di quei cosi, era quasi buffo. Tutte sensazioni che svaniscono in pochi secondi: da bambini ad adulti in un attimo, il tempo di capire che la situazione è seria. Quando la bomba si conficca come una lama nella tromba dell’ascensore, lacerando l’edificio come fosse carne, il buio del dubbio diventa oscura certezza, diventa morte. Con la rabbia che monta ancora di più perché “se avessero voluto farlo apposta, non sarebbero riusciti a far passare la bomba di lì”.
Gorla è più di una fermata metro
Gorla, fermata Gorla non ha paura, si prende volentieri l’onere di tenere alta l’attenzione su una vicenda che, aprendo un giornale o ascoltando un TG oggi, sembra ripetersi. In un periodo e in un contesto politico in cui dà fastidio ricordare che l’Italia ripudia la guerra, il Teatro della Cooperativa non perde coraggio e continua a ricordarlo. La tragedia di Gorla non è solo un errore di rotta aerea, non è figlia del caso, è il prodotto della tendenza degli essere umani ad autodistruggersi. Perché 184 più 19 non sono solo numeri all’interno di una guerra, parola quest’ultima pronunciata con una leggerezza inquietante da chiunque. Lo spettacolo diretto da Renato Sarti e interpretato da Elena Callegari, Federica Fabiani e Marta Marangoni oltre ad avere la funzione di collante tra passato e presente, è un grande What If. Mettere in scena i ricordi di due bimbe della scuola Francesco Crispi, ci spinge a chiederci cosa e dove sarebbero ora le vittime della strage di Gorla. È un omaggio a chi non c’è più, portando lo spettatore a riflettere – e anche un po’ a soffrire – per delle vite spezzate che potevano essere tutto ma che sono state cancellate. Le vittime non sono solo effetti collaterali, non sono solo cose come affermano i killer protagonisti del film Naza. Sono corpi che una volta si muovevano, parlavano e vivevano come noi, finiti in cassette di frutta usate come bare perché “non c’era abbastanza legno”. Sono madri che finiscono per soffrire a causa di altre madri in una sorta di guerra civile, perché i propri figli sono morti e quelli delle altre no. Tutto questo dovrebbe bastare per spazzare via il buio e farci aprire gli occhi.
Luca Villari
GORLA FERMATA GORLA
di Renato Sarti
con Elena Callegari, Federica Fabiani, Marta Marangoni
regia Renato Sarti
scene e costumi Carlo Sala
musiche Carlo Boccadoro
produzione Teatro della Cooperativa
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