In scena con la sua rilettura del capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, il coreografo Enrique Gasa Valga si racconta: un eterno Peter Pan dai solidi legami familiari alla condivisione, fra le fragilità umane divise tra solitudine e riscatto sociale
Con Il Grande Gatsby – The Show di Enrique Gasa Valga, Milano si è risvegliata fra sfarzi, lustrini e swing. Almeno a teatro. (- Viste le recenti devastazioni… -)
In scena al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano fino al 25 ottobre 2026 è uno spettacolo che esplode in un’armonia disomogenea. Colori, luci, musica dal vivo e danza si fondono, pur senza una narrazione parlata.
Una proposta che s’inserisce in una stagione ricca di interessanti appuntamenti.
La compagnia omonima del regista, ballerino e coreografo catalano di fama internazionale arriva per la prima volta in Italia.
Ad accompagnare la scena, troviamo la direzione musicale di Roberto Tubaro. Insieme a lui, una orchestra dal vivo che restituisce le atmosfere dei ruggenti anni Venti.
Vi spicca la voce straordinaria di Greta Marcolongo. Una vera star, come la definisce lo stesso Gasa Valga ( – e non senza ragione -)
Ma dietro il luccichio delle feste e l’apparente perfezione di un mondo costruito sulla ricchezza, la storia racchiude altro.
Il Grande Gatsby racconta, infatti, un desiderio di riscatto, affiancato da un bisogno di appartenenza.
Naturalmente, l’entrata in quel mondo dorato che si brama e che sembra negato, comporta un prezzo molto alto. Una delle riflessioni nasce qui, dal prezzo che si è disposti a pagare per quel sogno.
La storia di Jay Gatsby nasconde una domanda che continua a interrogarci: cosa rimane quando l’apparenza non basta più? Se non colma più alcun vuoto? E quanto può costare il tentativo di conquistare un posto in un mondo che sembra riservato a pochi?
È qui che il classico di Fitzgerald incontra il nostro presente. Disuguaglianze e solitudini nascoste dietro il successo. Allo stesso modo, s’insidia nelle scelte che compiamo quando ci troviamo di fronte alla frustrazione e al dolore. Per l’ideatore di questa produzione internazionale, è una storia che continua a parlare anche a noi.
Buona lettura!
«Il teatro deve essere amore e generosità»: intervista a Enrique Gasa Valga
Come anticipato, questo Gatsby è uno spettacolo bellissimo, ricco di emozioni e sorprese.
Ma prima di vederlo ho avuto la fortuna di parlare con Enrique Gasa Valga alla vigilia del debutto milanese. Gentile e disponibile, sfoderando un italiano quasi perfetto, ha regalato a noi di MilanoTeatri una conversazione intima e profonda.

È emerso un elemento che va ben oltre il suo lavoro: l’amore. Un aspetto che pervade la sua vita e, di conseguenza, il suo modo di fare arte.
Il nostro è stato un dialogo che, partendo dal significato del teatro, ha attraversato la storia personale dell’artista. Ci ha poi svelato curiosità e nascita della sua compagnia, fino ad arrivare al cuore di Gatsby. Con il suo personaggio, porta una profonda riflessione sul rapporto tra desiderio, solitudine e bisogno di essere amati.
Come di consueto, almeno quando incontro i miei ospiti, sono partita da una domanda semplice, ma fondamentale per ProfAmà: che cosa significa, oggi, fare teatro?
A quanto pare, è quesito tanto essenziale quanto complesso, perché ogni volta riceve una risposta molto personale: a tratti curiosa, a tratti profonda, ma sempre ispirata.
VF: «Enrique, cos’è per te il teatro?»
EGV: «Il teatro deve essere amore e generosità. La sua missione è portare gli spettatori in un altro luogo, in un altro tempo, offrire loro un’altra illusione, lontana dalla quotidianità.»
Un eterno Peter Pan
Per me, come creatore, significa anche avere l’opportunità di essere sempre un Peter Pan: non smettere mai di giocare.»
Una definizione che mi colpisce immediatamente. In un tempo attraversato da tensioni, conflitti e inquietudini, l’idea del teatro come luogo in cui ritrovare la capacità di giocare, immaginare e guardare il mondo da una prospettiva diversa acquista un significato particolare.
VF: «Quindi il teatro non è soltanto il tuo lavoro: è la tua vita.»
Condividere l’arte: se piace alla mamma, può arrivare a tutti
EGV: «Sì, è la mia vita. Ho avuto la fortuna di poter fare qualcosa che mi appassiona e di condividerlo con persone di grande talento. Sono molto innamorato del palcoscenico e, per fortuna, non devo necessariamente essere io a salirci. Mi dà una grande gioia vedere gli altri esibirsi e poter condividere con loro tutto questo.»
VF: «È un aspetto che trovo importante. L’arte nasce anche da un’esigenza personale, ma poi viene donata al mondo. La condivisione e la generosità dovrebbero essere alla base di ogni disciplina artistica.»
EGV: «È così. Penso che tutto quello che ho fatto in teatro, dalla regia alla coreografia, abbia sempre avuto anche un legame con mia madre. Lei ama incredibilmente il teatro, pur non facendo parte professionalmente di questo mondo. Se piace a lei, allora può arrivare a tutti.»
VF: «Se arriva alle mamme, arriva al cuore.»
È una risposta semplice e, proprio per questo, significativa. Prima ancora della tecnica e della costruzione di uno spettacolo, Gasa Valga individua nell’emozione condivisa la ragione più profonda del proprio lavoro.
La Limonada: quando dal cielo cadono limoni…
VF: «Sei catalano, ma hai trascorso molteplici anni a Innsbruck, dove hai diretto la compagnia di danza del teatro tirolese. Successivamente hai dato vita a una tua realtà, la Enrique Gasa Valga Dance Company, legata anche al progetto La Limonada. Da dove nasce questo nome?»
EGV: «È nato in un periodo complicato della mia vita. Avevo perso mio padre, mia madre si era ammalata e stavo affrontando anche un divorzio. Era un momento difficile. C’è una canzone di salsa che dice, più o meno, che quando dal cielo cadono limoni bisogna imparare a fare la limonata. Un mio amico mi suggerì proprio questo nome. E io pensai: perché no?»
Anche nei momenti più difficili, dunque, può nascere qualcosa di nuovo. Non necessariamente perché il dolore scompaia, ma perché si trova il modo di trasformarlo.
La famiglia de La Limonada
VF: «Mi piace questa idea: raccogliere elementi provenienti da esperienze diverse e trasformarli in qualcosa di personale. È una delle possibilità più belle dell’arte. Ma quanto è appagante costruire una propria compagnia e, allo stesso tempo, quanto è impegnativo?»
EGV: «È una grande soddisfazione, ma anche un impegno notevole. La logistica e la gestione economica sono difficili: fare teatro e riuscire a sostenerne i costi non è semplice. La nostra compagnia coinvolge circa venti persone che lavorano con noi durante l’anno e le produzioni sono importanti, sia per dimensioni sia per ambizione creativa. Eppure è anche molto bello, perché siamo una famiglia che si apre al mondo attraverso un prodotto che è un sogno.»
VF: «La parola famiglia ritorna spesso quando si parla di compagnie teatrali. Mi è capitato di recente con le parole degli autori del family musical “Alice nel Paese delle Meraviglie – Il Musical”, ad esempio.
Non è soltanto una squadra di professionisti che lavora insieme, ma una comunità che condivide un percorso, responsabilità e obiettivi.»
Il Grande Gatsby: un classico che si rinnova fra musica, canto e danza

VF: «Arriviamo a Il Grande Gatsby. È una storia che conserva un fascino particolare, grazie agli anni Ruggenti, alle feste e alla musica. Che tipo di Gatsby hai scelto di portare in scena?»
EGV: «Il linguaggio dello spettacolo è la musica, il canto e la danza. Abbiamo cercato di trasferire il romanzo sul palcoscenico quasi senza testo. La musica e il movimento permettono di esprimere il messaggio con grande intensità ed emozione. È una formula che ha già coinvolto il pubblico in diversi luoghi del mondo e spero che accada anche qui a Milano. Sul palco c’è moltissimo talento. Credo che sia difficile non emozionarsi, non ridere, non sentire il desiderio di ballare insieme agli artisti.»
VF: «In fondo, però, quella di Gatsby è anche una storia profondamente drammatica. Ed è proprio questo che la rende attuale: dietro la festa, la ricchezza e il desiderio di successo c’è qualcosa che riguarda anche la nostra società.»
EGV: «Assolutamente. È un classico proprio perché continua a parlare anche al presente. Racconta l’apparenza, il desiderio di organizzare grandi feste, possedere automobili costose e avere molto denaro, dimenticando che nella vita è importante soprattutto non restare soli. Contano gli amici, la moglie, la persona che ami. Tutto questo è più importante della tua immagine su Instagram.»
VF: «È un paradosso che conosciamo bene. A volte ci circondiamo di oggetti, esperienze e persone nel tentativo di colmare una mancanza. Cerchiamo di rendere visibile una felicità che forse non riusciamo davvero a sentire. E il bisogno di non essere soli può trasformarsi in qualcosa di molto diverso dall’amore: il desiderio di trattenere qualcuno, di possederlo, di impedire che il nostro mondo crolli.»
L’unicità di teatro ai tempi dei Netflix e social
VF: «Viaggi molto e lavori in contesti culturali diversi. Dal tuo punto di vista, come sta il teatro oggi nel mondo?»
EGV: «È difficile. Il teatro esisteva prima della radio e di Netflix, ma oggi la società offre tante possibilità per trascorrere il tempo senza uscire di casa. Questo rende il nostro lavoro più complicato. Il teatro, però, è qualcosa che accade dal vivo ed è un’esperienza comunitaria. Le persone si ritrovano insieme davanti a un artista, a qualcuno che si mette in gioco sul palcoscenico. È una dimensione molto bella, che dobbiamo proteggere.»
VF: «È vero. A teatro entriamo in una dimensione condivisa: siamo lì con altre persone, partecipiamo a un’emozione collettiva e viviamo qualcosa che esiste soltanto in quel momento. E poi c’è il rapporto con il tempo. Quanto è diventato difficile, oggi, restare anche soltanto qualche minuto senza guardare il telefono?»
EGV: «È difficile persino per me. Credo che sia importante poter trascorrere due ore lontano dal telefono, dedicandosi a qualcosa che accade una sola volta nella vita. Ogni spettacolo è diverso, anche quando si ripete. È un’esperienza che non può essere riprodotta esattamente.»
L’ammirazione per le donne
VF: «Guardando i tuoi lavori, ho notato una presenza importante delle figure femminili. Penso a María de Buenos Aires, Carmen, Maria Maddalena e Frida. C’è un legame particolare con questi personaggi?»
EGV: «Quando incontro un artista o scopro una storia che mi affascina, ne vengo ispirato. La forza delle donne è un tema che trovo molto interessante. E sì, sicuramente mia madre ha influenzato molto il mio modo di guardare al mondo e al mio lavoro.»
VF: «Pensi che il teatro debba educare, intrattenere o provocare?»
EGV: «Per me il teatro può essere tutte queste cose. Bisogna rispettare i classici, ma anche sperimentare. Il pubblico deve essere libero di guardare uno spettacolo e anche di criticarlo. Dobbiamo essere capaci di coinvolgere le persone e convincerle a venire, senza imporre loro nulla.»
Un gran debutto italiano e il bel ringraziamento a Milano
VF: «E perché avete scelto Milano per questo debutto italiano?»
EGV: «Perché volevo entrare nel mercato italiano e ho pensato che Milano fosse il posto migliore. È una città importante e il Teatro Lirico Giorgio Gaber è una bellissima porta d’ingresso per presentare il nostro lavoro in Italia.»
VF: «Allora il benvenuto a te e alla tua compagnia. Mi auguro che questa sia la prima di molte occasioni per incontrarci ancora a teatro.»
EGV: «Speriamo! I numeri fanno promettere bene e io devo ringraziare questa città per averci accolti. Anche per i ragazzi italiani con cui lavoro, il ritorno in patria è una cosa unica. Vi aspettiamo, e speriamo che ( -Il Grande Gatsby The Show -n.d.r.) vi piaccia»
Come è piaciuto nel resto d’Europa.
Il Grande Gatsby – The Show: un miracolo artistico tra simbologia e geometrie
Nota: la chiacchierata con Gasa Valga è avvenuta prima della visione dello spettacolo.
Assistere alla rappresentazione mi ha permesso di aggiungere una prospettiva concreta alle sue parole: quella di chi ha ascoltato prima le intenzioni del regista e poi si è confrontato, a sipario aperto, con un’opera che definire bellissima è persino riduttivo.
Visivamente, è uno degli spettacoli più riusciti a cui abbia mai assistito: una vera apoteosi, un miracolo artistico di rara perfezione scenica.
Va anzitutto sottolineata la precisione svizzera — anzi, suiza — dell’organizzazione: tanto l’inizio dello spettacolo quanto il rientro dall’intervallo hanno spaccato il minuto rispetto agli orari previsti.
(Puntualità: tutt’altro che scontata nel panorama teatrale…)
In sintesi, lo show dura a pieno ritmo per un’ora e mezza circa, con l’aggiunta dell’intervallo.
Locke Venturato: un perfetto Jay Gatsby, fra carisma, ingenuità e ambizione
Fin dal suo ingresso, Jay Gatsby, interpretato da Locke Venturato, si rivela un portento.
Il protagonista possiede una prestanza scenica travolgente, un fisico prorompente e quel carisma sornione dalla classica «faccia da schiaffi». A cui -signore in sala divertite confermano- è impossibile resistere. Quando rompe la quarta parete e coinvolge il pubblico, benché in inglese, trascina l’intera sala nel suo party sfavillante. Sembra portarci a voler bere un drink con lui, in quel salone sfarzoso dove le tende vedono e rivelano, direttamente sotto l’orchestra.
(Sensazione immersiva che si ripete anche per l’officina di George Wilson, in cui viene quasi voglia di spiare dentro o spostare i copertoni. L’uomo, per inciso, è il marito di Myrtle, l’amante di Tom Buchanan, a sua volta marito di Daisy – n.d.r. -)
Per quanto in certi momenti il personaggio possa apparire rigido o «impostato», non lo definirei necessariamente una falla recitativa. Al contrario, pare alludere ad una possibile finezza psicologica: Gatsby è un personaggio costruito a tavolino, costretto a recitare costantemente il ruolo di qualcuno che in realtà non è, così da mascherare le proprie origini e la propria disperata ambizione.
Il suo fine, però, è uno solo: appartenere al mondo della sua abbiente amata di gioventù, Daisy, e poter finalmente stare con lei.
Aspetti tecniche di danze, regie e geometrie: quando la noia dell’élite diventa poesia visiva
A fare da cornice c’è una scenografia strepitosa, firmata da Helfried Lauckner, che sfrutta con intelligenza la struttura circolare del Teatro Lirico Gaber.
La regia disegna sul palco geometrie impeccabili, creando prospettive di rigorosa simmetria.
Memorabile la trovata scenica per rappresentare la noia di borghesi e aristocratici. Un enorme divano bianco (a metà fra triclinio e dormeuse) intorno e sopra al quale si muovono quattro personaggi: il narratore Nick Carraway, la cugina Daisy Buchanan, la sua migliore amica Jordan Baker e il marito Thomas “Tom” Buchanan.
Eseguono movimenti cadenzati da musiche e rintocchi in giochi geometrici che traducono l’apatia in pura poesia visiva.
La scenografia gioca con maestria su più livelli: in alto domina la band dal vivo; al di sotto, un secondo palcoscenico più intimo, dotato di un piccolo sipario che ricrea gli ambienti sotterranei: l’angolo bar “JG” bianco e verde, e l’officina di George.
Tra le invenzioni registiche più folgoranti spicca la scena dell’incidente mortale causato da Daisy ai danni di Myrtle Wilson. Gasa Valga la rende usando una stola rossa, la stessa usata da Jay Garsby al Plaza.
A sovrastare la scena, oltre ai bellissimi lampadari sospesi che scendono a far da cornice agli sfarzi degli sfrenati balli di Gatsby e al Plaza, spiccano due grandi occhi che osservano – scrutano – tutto ciò che accade.
Gli occhiali del Dottor T. J. Eckleburg
Gli enormi occhiali che compaiono, con al loro interno due altrettanto grandi e intensi occhi blu sono, secondo il romanzo, gli occhi del dottor T. J. Eckleburg.
Ovvero, un vecchio oculista ritiratosi da tempo, il cui manifesto svetta nella Valle delle Ceneri (l’area operaia e povera, dove si trova l’officina di George), a dividere New York dalla ricca Long Island.
Allo stesso modo, divengono lo sguardo dello stesso Gatsby, che spia il mondo dall’esterno, o quello di Nick. O forse, in un’interpretazione ancora più profonda, sono gli occhi di Dio. Che tutto vedono e tutto conoscono, in particolare le malefatte impunite.
“Dio vede tutto quello che fai. Non puoi ingannare Dio”, scriveva lo scrittore americano.
Forse, non sono altro che i nostri stessi occhi: quelli del pubblico, chiamati a farsi giudici dell’ingiustizia e del dramma che si consumano sul palco.
(-D’altronde, non siamo, noi, fatti a somiglianza dell’Altissimo?-)
In un’accezione più pessimistica, quegli occhi rappresentano quelli con cui, in questa nostra contemporaneità fatta di voyeurismi e protagonismi, osserviamo senza intervenire su ciò che troviamo ingiusto, limitandoci a esprimere pareri e pensieri (-frustrati sui social e incattiviti negli slogan-)
Costumi, simbolismi e gradazioni di rosso profondo
I costumi di Birgit Edelbauer-Heiss sono bellissimi.
Pieni di strass, paillettes sfavillanti e sensuali. Un meraviglioso insieme di piume, semi-trasparenze (- le eleganti tute delle aristocratiche, n.d.r. -) e paillettes con immancabili strass per le donne, abiti più e meno formali per gli uomini. Il cast è eccezionale: dalle ballerine, magnetiche, agli interpreti maschili vigorosi e reattivi. Eccezionale anche la mimica facciale di ogni singolo danzatore. Le coreografie esprimono tutti i sentimenti delle situazioni in scena.
Gli abiti di Gatsby sono principalmente due completi sfavillanti (- nero e bianco, n.d.r. -), poiché il personaggio deve mostrare appieno il suo ruolo sociale. Si aggiunge infine il costume da bagno, nero, poiché nefasto.
Un’intensa tonalità scarlatta è la scelta dell’audace abito di Myrtle (- quasi come una lettera impressa sulla fronte -),l’amante di Tom Buchanan, che diventa la prima vittima nella sequenza tragica dello spettacolo. La sua energia ammaliante si accompagna così a un’immagine carica di inquietudine, in netto contrasto con il vestito bianco di Daisy,simbolo di un’innocenza soltanto apparente. Quest’ultima, profondamente egoista, tratta i sentimenti come un gioco e non esita a far ricadere su Jay il peso del proprio delitto. Che sfocerà in un climax verso il basso, con la morte dell’amante prima, e del povero meccanico dopo. (- Quest’ultimo si suicida, mentre Nick, il narratore, decide di lasciare quei fasti che nascondono in verità le peggiori virtù umane -).
Il rosso è anche quello della stola: prima al collo di Gatsby, è presente al momento della morte di Myrtle e poi di nuovo in piscina, quando rappresenta lo sgorgare del sangue dopo il colpo sparato da George. Anche i colori opposti delle protagoniste sembrano anticipare destini diversi, entrambi segnati dalla nefandezza delle azioni umane. Un simbolismo potente, che richiama la tragedia classica. Mi sovviene, immediatamente, l’Agamennone, primo dramma dell’Orestea di Eschilo.
Vittime a metà: fra luce e buio
Nell’antico testo, i drappi rossi evocano il sangue e anticipano la catastrofe imminente, facendo da sfondo alle grida profetiche di Cassandra, scandite dal suo «Ototoi, ototoi». La sacerdotessa sarà, infatti, uccisa insieme al re miceneo da Clitemnestra, sua moglie, dopo il sacrificio della loro figlia Ifigenia: una catena di violenza e vendetta che trasforma il colore in un presagio di morte.
Il bianco, invece, rappresenta il candore. In quella spirale di violenza, tuttavia, solo la troiana e la giovane principessa Ifigenia sono le vittime del tutto innocenti.
Come già evidenziato, Daisy lo indossa, ma è colpevole su più fronti. E quella stessa tonalità ben riflette su di sé la luce verde.
Quella della lampada di segnalazione notturna sul pontile di Daisy. Essa, inoltre, lampeggia a mo’ telefono. Tanto fra Myrtle e Tom, quanto fra la moglie e l’amante.
Idealmente, richiama il verde delle banconote, quelle a cui non sono disposti a rinunciare. Inoltre, è evidenza ulteriore della vicinanza lontana della giovane amata da Gatsby. Un miraggio in ambedue i sensi.
In sintesi, ne Il Grande Gatsby, le vittime sono “quasi a metà”. Gatsby, prima James Gatz, un ragazzo povero del Midwest, è divenuto un contrabbandiere per trovare ricchezza.
Non per sé, ma per recuperare la donna amata da tempo. Finendo così per rimanere preda di se stesso e delle proprie ambizioni.
I vestiti buoni del narratore
La giovane Myrtle, sposa di un marito poco presente, avrebbe solo voluto evadere da una triste e povera realtà, pur illudendosi di una salvezza attraverso la relazione extraconiugale con Tom.
Nel finale, a mostrare ulteriormente il senso di solitudine riflesso alla noncuranza dei coniugi Buchanan, il funerale di Gatsby.
Un personaggio solo, in scena. Su di lui, si concentra il buio della pioggia intensa, che con il grosso ombrello pare giganteggiare sull’intera scenografia. Indossa capi scuri, un cappotto più modesto, senza più orpelli. Un’immagine evocativa in cui sì, a volte, gli abiti fanno il monaco. Più verosimilmente, si ritrovano nell’umiltà di contesti, in qualche modo più onesti. Forse più buoni.
(-Off topic come ragione di vita letteraria: Mia nonna soleva dire così, quando un indumento era ancora utilizzabile, benché usato, rammendato più volte. Saggia donna, oggi avrebbe riso della moda del vintage-)
In quanto a Jay Gatsby, tranne il narratore stesso — in nuove vesti — nessuno è infatti presente per ricordarlo.
E il pubblico si commuove e applaude a scroscio di fronte a quell’immagine.
Un cast fieramente internazionale
Il cast sul palco dona una “macchina da gara” ben rodata dal regista e dalla Compagnia Enrique Gasa Valga. Tutti gli elementi del corpo di ballo, di diverse nazionalità, ci riportano ad atmosfere lontane, a suon di jazz. E anche — ça va sans dire — a passo di swing.
Locke Venturato/Jay Gatsby è affiancato dalla nostra stupenda Camilla Danesi nel ruolo di Daisy Buchanan e da un credibilissimo Martin Segeta quale Thomas “Tom” Buchanan.
Completano i principali ruoli un fenomenale Matthew Humphreys, nei panni di Nick Carraway, e una sinuosa Sayumi Nishii quale Jordan Baker.
Alice Amorotti è appassionata e affascinante nel ruolo di Myrtle Wilson, mentre l’altrettanto bravissimo Gabriel Marseglia interpreta il marito, George B. Wilson. Il loro rapporto di amore e odio (malato, o quantomeno disfunzionale, diremmo noi -n.d.r.-) si percepisce ad ogni scambio di tensione emotiva dei loro passi di danza.
L’ensemble comprende, fra gli altri, Sandra Chamochumbi, Chiara Malavasi, Gabriele Tamolli, Ayda Frances Güneri, Mitsuru Ito, Gabriel Marseglia ed Emma Frandino.
Venturato: un Gatsby portentoso
Fin dal suo ingresso, Locke Venturato si rivela un Gatsby portentoso.
Il protagonista possiede una prestanza scenica travolgente, un fisico prorompente e quel carisma sornione dalla classica «faccia da schiaffi». A cui (- signore in sala divertite confermano -) è impossibile resistere.
Quando rompe la quarta parete e coinvolge il pubblico, benché in inglese,trascina l’intera sala nel suo party sfavillante. Sembra portarci a voler bere un drink con lui, in quel salone sfarzoso dove le tende vedono e rivelano, direttamente sotto l’orchestra.
(- Sensazione immersiva in parallelo, ma negativa, si ripete anche per l’officina di George Wilson, in cui viene quasi voglia di spiare dentro o spostare i copertoni. L’uomo, per inciso, è il marito di Myrtle, l’amante di Tom Buchanan, a sua volta marito di Daisy, n.d.r. -).
Per quanto in certi momenti il personaggio possa apparire rigido o «impostato», non lo definirei necessariamente una falla recitativa.
Il significato allegorico del suo Jay, nuovo signore di Long Island
Al contrario, pare alludere ad una possibile finezza psicologica: Gatsby è un personaggio costruito a tavolino, costretto a recitare costantemente il ruolo di qualcuno che in realtà non è.
Questo perché costretto a mascherare le proprie origini, oltre alla propria disperata ambizione.
Il suo fine, però, è uno solo: appartenere al mondo della sua abbiente amata di gioventù, Daisy, e poter finalmente stare con lei.
Gatsby incarna, in sintesi, il sogno americano che si infrange ad un passo dal suo raggiungimento. La corruzione morale, rappresentata in verità dalla sua prediletta, ne sancisce il fallimento.
Un piccolo limite: un potenziale disorientamento
In tanta perfezione, gli unici appunti riguardano due aspetti più marginali.
Da un lato, un lievissimo ritardo tecnico sullo sparo finale, in cui il suono ha preceduto di un istante il flash visivo. Dall’altro, più preminente, è la gestione del libretto informativo.
Invece che all’ingresso, sarebbe stato utile trovare direttamente sulle poltrone. Non solo per i ritardatari (-come me, ahimé, che li hanno notati e recuperati durante la pausa fra atti-), ma anche per i meno attenti.
Essendo uno spettacolo senza parole, chi non conosce già la trama rischia infatti un iniziale disorientamento prima dell’arrivo esplicativo di Gatsby.
Come mi ha detto con un sorriso imbarazzato un altro spettatore a fine serata: «Se non avessi conosciuto la storia, all’inizio sarei rimasto un po’ disorientato».
C’è chi assiste a un’opera conoscendone la (pur -n.d.r.-) celebre trama, e poi chi in parte può averla dimenticata e chi lo fa perché il tag e l’argomento è in trend topic. (-Credetemi: son in tantini, sob-)
Una precisazione, giunti a questo punto, è doverosa: gli aggettivi scelti per accompagnare i nomi degli interpreti fanno riferimento alla loro resa scenica, alla presenza, alla qualità del movimento e all’impressione suscitata. Certamente, non a simpatie o preferenze personali.
Del resto, in uno spettacolo in cui il livello artistico è così alto, diventa persino difficile stabilire chi sia più bravo o brava: ciascuno contribuisce, con le proprie peculiarità, a un risultato corale di straordinaria qualità.
L’antefatto di Gatsby: un alone di mistero
I diversi tipi di danza seguono altrettanti diversi momenti. Personalmente, ho adorato ogni presa e la leggiadria delle giovani viziate. Non ultima, la danza della discordia dei coniugi Wilson, con la sua suggestiva tensione emotiva.
Un lungo antefatto, tuttavia, mostra il giovane Nick, cugino di Daisy, nonché colui che ci porta nella storia.
Che inizia cinque anni prima, quando un ragazzotto della classe più povera s’invaghisce di lei, diventando anche amico di lui. Con lui, i Buchanan e l’amica Jordan Baker, che incarna la donna degli anni ’20: emancipata, spregiudicata e in ascesa, decide per sé. Jordan vaga fra noia, freddezza e tratti di cinismo. Spirito che l’accompagnerà anche quando l’amica omicida, dopo l’incidente, rifiuterà le chiamate di Gatsby.
I segnali di riferimento al misterioso nuovo ricco al di là del pontile sono rimandi prettamente visivi, come le sigle del bar. Invece, come evidenziato in precedenza, a livello uditivo si sfrutta il suono come fosse un telefono.
La Gatsby Band

Una menzione a parte la dedico all’orchestra. Fenomenale.
Il pubblico condivide, riservandole infatti un lungo applauso. Merito di un’alchimia musicale che rinnova e combina brani della tradizione che attraversano la storia del ‘900. Iconico, immediato, il brano “Bang Bang” (My Baby Shot Me Down -n.d.r.-) di Sonny Bono.
Greta Marcolongo è una cantante superba. Come il suo abito lungo e luminoso, tendente alle nuances di oro e verde, quasi a rimarcare l’età del Proibizionismo e le sue contraddizioni.
(-Sì, è davvero una star!-)
Elisa Gobbi, cover voce, la accompagna; insieme regalano a noi spettatori momenti in cui è impossibile stare sulla poltrona senza “muovicchiarsi” o canticchiare. Almeno nella mente.
Roberto Tubaro si occupa di basso, pianoforte, voce e arrangiamenti; Stefano Nicli, invece, di arrangiamenti e chitarra.
Completano la band Marco Stagni al basso, Matteo Cuzzolin al sax tenore e Marco Pisoni al clarinetto e sax baritono. Infine, alla batteria, c’è Matteo Dallapè.
Li definirei uno spettacolo nello spettacolo.
La loro posizione è sopra al palchetto e al resto del palco. Posizione privilegiata che permette di vedere ciò che accade e accompagnarlo musicalmente.
La scala accanto al loro piano, relativamente in ombra, è anche funzionale, poiché cela telefonate sconvenienti, finanche le tresche amorose o malavitose dei personaggi.
Lara Brandi e l’intervallo di emozioni da ritorno a casa
Durante l’intervallo, mentre il mio neomarito si gustava il caffè al bar, mi è capitato un incontro curioso e rivelatore.
Mi sono fermata accanto a una ragazza estremamente elegante, che ho scoperto solamente in seguito essere Lara Brandi, una delle due ballet master della compagnia, insieme a Gabriel Marseglia.
Era alla curiosa e disperata ricerca di altre bottigliette d’acqua al bancone del Lirico. Soprattutto, era ansiosa all’idea del ritorno a casa. L’Italia, quel Paese che chiunque faccia arte come lei onorano e celebrano.
Conoscendo l’ansia da vicino, ci siamo guardate negli occhi condividendo un sorriso.
Spesso, basta uno sguardo, un gesto gentile perché il blackout di una persona si freni, aiutando la mente a rallentare. Benché nel caos, persino per artisti di questo calibro.
Ho così colto l’occasione per congratularmi di cuore con lei: come ho detto anche a Enrique, c’è una generosità profonda nell’arte teatrale, nel mettere il proprio cuore e la propria mente a disposizione del pubblico.
Perché tornare a casa, per chi è stato lontano tanti anni, ha un valore diverso. Sa di tepore, ma anche di angoscia, di timore per un’accoglienza sperata e disattesa.
L’arte: un dono autentico che va sempre riconosciuto
Il pubblico, dal canto suo, ha al contrario ripagato questa generosità con un entusiasmo travolgente. Un gran numero di spettatori ballava sulle sedie e la sala è rimasta gioiosamente sorpresa dall’esibizione finale della voce strabiliante di Greta Marcolongo, che ha regalato una sua versione da brividi di “Bohemian Rhapsody“.
Fra i più celebri e significativi brani dei Queen. Memorabile.
Poi, prima che calasse definitivamente il sipario, si è compiuta la magia: l’intero cast è sceso nuovamente dal palcoscenico e si è mescolato tra le file del pubblico. Gli spettatori si sono alzati in piedi, unendosi in una danza generale.
È il segno di una teatralità pulita e viva, capace di ispirare e creare un autentico senso di comunità, portando gioia e luce.
L’incontro inatteso fuori dal teatro con Gasa Valga
Uscendo dalla porta degli artisti, ho avuto la fortuna di incontrare di persona lo stesso Enrique.
Vi confermo che è un uomo di una gentilezza e di un’eleganza rare, dotato di un fascino e di un garbato magnetismo che aiutano a comprendere la dedizione dei suoi ballerini.
Tra l’altro, fa anche una piccola sorpresa all’interno dello spettacolo, di un impatto straordinario… ma non voglio rovinare sorprese!







Prima di Gatsby, Enrique
Ma per comprendere meglio il percorso che ha portato alla realizzazione di questo spettacolo, vale la pena soffermarsi sulla storia e sul repertorio di questa realtà artistica internazionale.
Enrique, il nostro ospite iniziale, è nato a Esparreguera, nel Baix Llobregat.
Si è formato alla Scuola di Danza María de Ávila di Saragozza, per poi ottenere una borsa di studio alla Scuola Nazionale di Balletto di Cuba ed entrare nel Balletto Nazionale Cubano.
Dopo aver danzato con diverse compagnie europee, ha avviato il suo rapporto con Innsbruck nella stagione 2003-2004. Nel 2009 ha assunto la direzione della compagnia di danza del Tiroler Landestheater, dove ha diretto numerose opere, musical e balletti.
Nel corso della sua carriera ha firmato oltre cinquanta produzioni tra danza, opera e musical. Ad esempio, successi come “Jesus Christ Superstar“, “Beethoven lautlos“, “Das bin ich” e “Dante Inferno“.
Alcune sue produzioni, tra cui Madame Butterfly, sono state rappresentate persino in Corea del Sud.
Durante la sua direzione della TanzCompany Innsbruck, il pubblico locale si è avvicinato sempre più alla danza e al balletto.
Ha inoltre ospitato coreografi di fama internazionale come Jiří Kylián, Ohad Naharin e Nacho Duato.
Le sue produzioni hanno ottenuto sei nomination agli Austrian Music Theatre Awards nella categoria Miglior produzione di danza, con svariati riconoscimenti per “Frida – Passion for Life” e “The Tempest“.
Una passione, quella di Gasa Valga, che spinge il ballerino e coreografo a scoprire talenti e, soprattutto, a creare relazioni stabili con loro.
«Toccare il pubblico fin dal primo minuto»
Basti sapere, ad esempio, che alcuni membri sono con lui da metà della sua vita, e che, al contrario, Locke Venturato e Matthew Humphreys sono “apprendisti”. Entrambi sono entrati solo di recente, a partire dal 2024 invero, nella Compagnia.
Ciononostante, nelle due ore di show, non si nota questa differenza di tempi fra membri.
Segno di un lavoro di coesione e insegnamento condiviso eccellente.
Gasa Valga, in merito al tempo delle sue messinscene, ha una sorta di slogan manifesto:
«Il mio obiettivo è sempre stato quello di toccare il pubblico fin dal primo minuto e di trasportarlo in un altro mondo per due ore. Nella mia immagine personale, questa è la ragione del mio lavoro»
(credits: @limonada_enriquegasavalga -n.d.r.-)
Nel mio piccolo e modesto punto di vista, ha ragione ad avere tale ragione…
Nel dicembre 2023 l’artista ha intrapreso la sua nuova avventura, ovvero una sua Compagnia di danza. Il legame con il Tirolo è solido e affettivo.
Tant’è che ha scelto nuovamente la sua Innsbruck per La Limonada Event GmbH.
In collaborazione con l’Ente del Turismo locale, a Valga è stato affidata anche la gestione artistica dell’Innsbruck Winter Dance Festival, che la nuova realtà artistica ha inaugurato nel 2024. Nello specifico, con la prima mondiale di Lágrimas Negras.
Ispirato alla vita di Bebo Valdés e interpretato dal vero nipote, Cucurucho Valdés, la rappresentazione comprendeva quattordici ballerini e sette musicisti cubani.
La produzione ha registrato il tutto esaurito in tutte le otto repliche previste, raggiungendo complessivamente 10.000 spettatori.
Insieme a Gatsby, la Gasa Valga Dance Company
Il debutto, però, è stato all’Operettensommer Festival di Kufstein con Jesus Christ Superstar.
Ben 23.000 spettatori entusiasti, in sole nove rappresentazioni.
Attraverso un linguaggio che unisce balletto, movimento contemporaneo e narrazione teatrale, la Compagnia prosegue così un personale percorso di ricerca, e un approccio ambizioso verso pubblici diversi. Addirittura, ridefinendo i confini della danza moderna.
Attualmente, il gruppo, per sua definizione itinerante, è residente del Deutsches Theater di Monaco. Saving Salvador – A Tribute to Dalí, è lo spettacolo presentato a inizio 2026.
La tournée, come Vi ho già detto (-scritto-) comprende Spagna, Germania, Monaco, Svizzera, Austria e Italia. Chissà dove li porterà ancora, questo Grande Gatsby The Show!
Smarrimento e solitudine
C’è un aspetto della storia di Gatsby che continua a interrogarmi anche dopo la chiusura del sipario: la solitudine che si nasconde dietro l’apparenza.
Il faccendiere ha costruito un’intera esistenza attorno a un sogno.
Jay Gatsby accumula ricchezze, organizza feste grandiose e si circonda di persone, ma tutto sembra avere un unico scopo: riconquistare Daisy e riportare indietro il tempo.
Fra violenza, tossicità affettiva, contraddittorietà: una rappresentazione alterata di vita
La sua vita è una rappresentazione continua.
Eppure, dietro quel luccichio, c’è un uomo incapace di liberarsi dalla propria ossessione.
La ricchezza non lo salva dalla solitudine, così come il desiderio di essere amato non gli permette di riconoscere fino in fondo la persona che ha davanti.
È qui che il romanzo di Fitzgerald, pubblicato nel 1925, incontra la nostra contemporaneità.
Una società che cambia l’ordine degli addendi, ma non il risultato
Alle grandi feste e alle automobili di lusso si sono aggiunte le immagini selezionate, i profili costruiti e la ricerca di approvazione attraverso uno schermo.
Ma resta la stessa domanda dell’inizio: quanto di ciò che mostriamo corrisponde davvero a ciò che siamo?
Gatsby è un personaggio contraddittorio.
La sua fortuna nasce dal contrabbando, eppure, nel momento decisivo, sceglie di proteggere Daisy assumendosi la responsabilità della morte di Myrtle, pur non essendo lui alla guida.
Un gesto che rivela il lato distruttivo della sua ossessione: Gatsby sacrifica la propria vita per un’immagine dell’amore alla quale non riesce a rinunciare. La sua libertà, mantenuta nonostante gli illeciti, diventa della donna.
Disilludendo ogni sua fiducia verso il futuro auspicato. Lei non pagherà penalmente di quel dolore.
Lo abbiamo visto: la tragedia si compie anche attraverso l’ingiustizia sociale.
Tom e Daisy possono sottrarsi alle conseguenze delle proprie azioni, protetti dalla posizione e dal denaro. Altri pagano al loro posto.
Il lusso diventa così uno scudo dietro cui nascondere le responsabilità.
Oggi, in questa sostituzione di tempi, abbiamo cambiato l’ordine degli addendi, e non gli addendi stessi. Il risultato, anche chi non è genio matematico, lo conosciamo: non cambia.
Spirali violente, epiloghi tragici
Violenza porta violenza. E, conscia della ripetizione, la menziono di nuovo
La violenza non è mai soltanto un gesto individuale: può alimentarsi di rapporti di potere, menzogne e disuguaglianze. Questo non significa che ogni forma di sofferenza conduca alla violenza, né che comprendere il disagio significhi giustificare qualsiasi comportamento.
Le ingiustizie sociali esistono e meritano ascolto: pensiamo, anche, alle persone con disabilità e a chi se ne prende cura, ai piccoli commercianti schiacciati dai costi, ai salari insufficienti, ai giovani costretti a cercare altrove un futuro, alle famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese.
Sono – tutte – ferite reali.
Ma nessuna rivendicazione autorizza a distruggere il lavoro altrui, a colpire persone estranee o a trasformare la propria rabbia in una nuova sofferenza collettiva. ( -Perché, in molti altri versi e forme affini, lo è già…-)
Anche il mondo dell’arte è esposto a critiche, talvolta motivate, talvolta dettate dalla frustrazione o da preferenze personali.
Il mio intento, in questa recensione, è raccontare ciò che ho visto e vissuto, riconoscendo il valore del lavoro artistico senza rinunciare a uno sguardo critico.
Correlandolo al nostro oggi.
Il diritto al dissenso, espresso attraverso cortei e riunioni, sia chiaro, è costituzionalmente garantito. Purché le riunioni si svolgano pacificamente e senz’armi; art. 17 – n.d.r.).
È un diritto assolutamente fondamentale. Lo è altrettanto il rispetto della convivenza civile.
Oltre il lustro, il mostro. Oltre il lustro, la luce.
Anche quando la cronaca ci restituisce immagini di devastazione, di maranza e maranzini o di guerriglie urbane che feriscono la città, non possiamo confondere la protesta con la distruzione, né il disagio con il diritto di infliggere ad altri nuove sofferenze.
La violenza non coinvolge soltanto chi la esercita e chi la subisce: incrina la fiducia, alimenta la paura e oscura la nostra umanità. Ci fa mettere barriere. Come fanno i negozianti. Per proteggersi.
Ancora una volta: nel momento in cui si spengono le luci, che cosa di noi — o chi di noi — rimane?
La responsabilità di azioni che finiscono per far pagare il prezzo agli altri, oppure la condivisione di intenti — o persino il dissenso — nel rispetto di chi ci sta accanto?
Come quei ragazzi che, invece di devastare e scappare, decidono di aiutare e restare.
È anche in questa scelta che riconosco una forma diversa di riscatto: non l’accumulo di ricchezze, non il bisogno di apparire, non il desiderio di imporsi sugli altri, ma la capacità di prendersi cura di ciò che appartiene a tutti.
Se Gatsby cerca di conquistare un mondo che crede gli sia negato, quei ragazzi ci ricordano che si può lasciare un segno anche senza possedere nulla: basta scegliere di contribuire, anziché distruggere.
Se ne avete l’occasione, vi consiglio vivamente di non perdere questo spettacolo straordinario. E se riuscirete ad andare a vederlo al Lirico Gaber, vi aspetto qui sotto nei commenti per conoscere le vostre impressioni e sapere quale luce avete scelto.
Oltre il lustro, il mostro.
Oltre il lustro, la luce.
A noi l’ardua scelta.
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