ProfAmà: “Alice – Il Musical”, attraverso lo specchio narrativo di regista, coreografo e compositore

Immagini dalle prove di "Alice nel Paese delle Meraviglie"- il Musical
Immagini dalle prove di "Alice nel Paese delle Meraviglie"- il Musical

Roberta Bonino, Giorgio Camandona e Stefano Lori svelano dettagli e riflessioni sullo spettacolo, fra colori, sogni e aspettative

Di Veronica Fino

Cari Amici di ProfAmà,

ben ritrovati in questo ottobre, che si accinge a tingersi delle sfumature calde tipiche dell’autunno. Quelle che, nelle giornate di pioggia, risaltano nelle pozzanghere, trasformandole in specchi naturali. Superfici sulle quali si mescolano colori sempre diversi, pronti a incresparsi al minimo movimento.

Ed è proprio attraverso l’immagine di uno specchio che voglio introdurVi al racconto di “Alice nel Paese delle Meraviglie – Il Musical”, accompagnandoVi — o così spero — tra le parole e le sensazioni di Giorgio Camandona, coreografo, Stefano Lori, compositore delle musiche originali, e Roberta Bonino, regista dello spettacolo.

Il musical ha debuttato in anteprima nazionale al Teatro Manzoni di Monza lo scorso 3 ottobre 2026. Da allora, ha intrapreso la sua tournée attraverso i teatri italiani, che proseguirà fino alla fine di maggio 2027.

Il mio viaggio con questa versione di Alice, tuttavia, è iniziato qualche mese prima, durante le audizioni per la scelta dei protagonisti. Respirare l’energia di quei giovani e giovanissimi interpreti è stata una boccata d’aria fresca nel caldo torrido della scorsa estate.

Qualche mese dopo, invece, mi sono ritrovata davanti a una scenografia inedita, con gli artisti impegnati nella prova generale e già in costume.

Così, un’idea che stava prendendo forma si è trasformata in un palcoscenico pronto ad accogliere la storia. Tutto — quasi — per me.

Da questa mia lente — o specchio — personale, spero possiate percepire il riflesso di sogni, colori, aspettative, orgoglio e paure.

Ed è da qui che prende forma il nostro incontro: tre sguardi diversi, per un unico mondo da attraversare.

Buona lettura,

Veronica

Il viaggio di Alice

Come già anticipato, “Alice nel Paese delle Meraviglie – Il Musical” ha debuttato in anteprima nazionale lo scorso 3 ottobre al Manzoni di Monza.

A dirigere lo spettacolo, la brillante Roberta Bonino. Insieme a lei collaborano gli autori Stefano Lori (musiche e arrangiamenti) e Andrea Chiovelli (liriche e cori).

[ La nostra bella chiacchierata di allora la potete leggere qui. -n.d.r- ]
Ad affiancare gli autori c’è il noto coreografo Giorgio Camandona. La supervisione artistica è, invece, di Mauro Simone.

Attualmente, la produzione di ItaliaShow e Nati da un Sogno, dopo l’esibizione a Verona, riprenderà a dicembre. In seguito, coprirà gran parte del nostro territorio.

Al momento, però, una tappa milanese non è ancora prevista.

Dall’idea degli autori

Durante i casting di “Alice nel Paese delle Meraviglie – Il Musical”, avevo già scambiato qualche parola con Roberta, Stefano e Andrea Chiovelli, che firma i testi e la direzione dei cori.

Già allora, osservando quei ragazzi cantare e ballare davanti agli autori, avevo intravisto una piccola perla di teatro.

A Monza, durante l’ultima prova generale alla quale — sfacciata mia fortuna! (n.d.r.) — ho potuto partecipare, ho visto realizzarsi ciò che avevo solo un po’ sbirciato.

E l’ho vista: quella piccola perla, piena di magia.

Fin dai primi momenti, si percepisce un’atmosfera da fiaba, in cui rifugiarsi dal caos e dalla frenesia dell’età adulta. O almeno, per il tempo di uno spettacolo.

Proprio come accade ad Alice, che scopre come crescere rispettando i propri tempi possa trasformarsi in una bella avventura.

È attraverso questo specchio dei tre ospiti, nel quale si riflettono sogni, colori, aspettative, orgoglio e paure, che prende forma il nostro incontro.

Tre sguardi diversi, dunque. Ma un unico mondo da attraversare.

Un dettaglio –vedrete– che mi ha molto colpita: “Alice nel Paese delle Meraviglie – Il Musical” ha preso forma in soli undici giorni di prove! Un risultato che merita un doveroso applauso fin da ora!

Alla ricerca dei personaggi

Se ripenso al giorno delle selezioni, mi tornano in mente alcune delle aspiranti protagoniste dello spettacolo. Specificamente, mi aveva sorpresa il vigore con cui molte aspiranti Regine di Cuori si erano messe alla prova.

Allo stesso modo, ricordo le ragazzine che si erano cimentate nei brani proposti per conquistare il ruolo di Alice.

 Nei loro volti ho rivisto l’incanto e quella timidezza che, nella mia visione di Alice, sembra pervadere la protagonista al suo primo incontro con il Bianconiglio.

Mi è parso quasi di affacciarmi sui loro sogni e sulle loro speranze, mentre me ne stavo lì, silenziosamente, a notare e far notare quanto alcune riuscissero già a padroneggiare il diaframma.

Un piccolo esempio di come un aspetto tecnico possa raccontare, ai miei occhi, anche la preparazione e la consapevolezza con cui stavano affrontando la prova.

Due di loro sono state meritatamente scelte: una per interpretare Alice, l’altra per vestire i panni della Regina.

Tra le ragazze scelte c’è anche la carismatica Giada Maragno, che veste i panni della Regina di Cuori. 

Per conoscerla meglio, vi lascio qui l’interessante intervista che le ha dedicato Ivan (Filannino–n.d.r-). Ormai lo sapete, è l’instancabile direttore di MilanoTeatri.

Significati nascosti e visioni a confronto

Ora, però, è il momento di mantenere la promessa di dare voce al racconto che Roberta, Giorgio e Stefano Lori mi hanno affidato durante la nostra chiacchierata.

Un insieme di intuizioni, retroscena e riflessioni, nel quale prendono forma le emozioni e le speranze che accompagnano Alice nel suo viaggio e che, in fondo, appartengono a noi. Ognuno.

Sappiamo bene che dietro la magia del Paese delle Meraviglie si nascondono domande profondamente umane, capaci di parlare tanto ai più giovani quanto agli adulti.

Alice rappresenta, almeno a mio modesto avviso, un viaggio introspettivo dentro noi stessi. Un viaggio iniziatico, dai contorni quasi esoterici, con una sorta di catabasi.

Ovvero, una discesa in quella tana psicologica dove la linearità del tempo — rappresentata dal Bianconiglio con il suo orologio (n.d.r.) — perde importanza a favore di uno spazio in cui guardarci dentro. Sovente, non senza remore e ansie.

Un passaggio attraverso la disgregazione e la profonda riformulazione dell’io, come nel concetto alchemico del solve et coagula, che pare celarsi dietro pasticcini e flaconcini capaci di modificare le dimensioni della ragazzina.

In questa prospettiva, ritroviamo nel Cappellaio Matto la follia che simboleggia la capacità di andare oltre l’ordinarietà e le convenzioni. Nelle domande del Brucaliffo sull’identità di Alice, invece, possiamo riconoscere quel momento di crisi in cui ci interroghiamo su chi siamo e chi vogliamo essere: una fase caratteristica della crescita, ma che non smette necessariamente di accompagnarci nell’età adulta.

Un conflitto esistenziale universale

In sintesi, Alice porta con sé il conflitto umano, delicato e tortuoso, che accompagna il percorso verso la maturità. E lo fa attraversando anche i nostri desideri e timori, forse cercando di mantenere il più possibile il contatto con la parte più scanzonata — ardirei — di quella versione di noi che rischiamo di smarrire crescendo.

La trasformazione, tuttavia, non riguarda soltanto Alice. Attraverso gli incontri del suo viaggio possiamo riconoscere le nostre contraddizioni, le convinzioni che ci portiamo dietro e quelle corazze che, con il tempo, impariamo a indossare. Forse è proprio qui che la fiaba smette di appartenere esclusivamente all’infanzia e torna a parlare anche a noi adulti.

Gli archetipi che si celano nel sottotesto di questa storia sono numerosissimi. Non starò a elencare quelli che vi ho trovato, né a esaurire le possibili interpretazioni di un racconto tanto ricco di significati. Preferisco, invece, lasciare spazio a questa nuova versione di Alice e alle persone che l’hanno immaginata, scritta e portata sul palcoscenico attraverso la recitazione, la danza e la musica.

Perché, se lo specchio è la metafora attraverso cui ho scelto di accompagnarvi in questo viaggio, le voci dei nostri ospiti sono altrettanti punti di osservazione: tre prospettive differenti, capaci di restituirci un’immagine più ricca dello stesso mondo.

Camandona: «La danza è linguaggio narrativo, tutto è parte della storia»

Mi presento addentrandomi immediatamente al coreografo in un piacevole dialogo.

Avrà pensato a una stakanovista? O che io sia un po’ fuori dagli schemi? Mi interrogo, immaginando le sue possibili reazioni. Poi mi rassicuro: di fronte alla storia di Carroll, dopotutto, ci si può concedere persino un pizzico di follia da Mad Hatter.

VF: «Ciao Giorgio, piacere! Qual è il tuo ruolo all’interno del musical e come hai lavorato con Roberta Bonino?»

GC: «Ho gestito tutto ciò che riguarda la danza e la coreografia all’interno di questo musical. Il mio ruolo è fondamentalmente legato alla regia, nel senso che il coreografo, in particolare in questo caso, deve lavorare in simbiosi con il progetto registico, con la scenografia e con i costumi.

Per me è stato molto bello lavorare con Roberta, la regista, con cui lavoro da molto tempo. Questa volta, però, abbiamo avuto l’occasione di raccontare una storia dall’inizio alla fine.

Alice è una storia molto bella da raccontare, perché ti apre un varco di fantasia infinito. Fa parte di quelle storie, come Pinocchio e Peter Pan, in cui un protagonista incontra diversi personaggi e attraversa diverse fasi. Ho cercato, in ogni coreografia, di raccontare attraverso il movimento il messaggio di quel determinato personaggio e di quel momento della storia».

VF: «Quindi la danza non è soltanto un elemento spettacolare, ma contribuisce a raccontare ciò che accade?»

GC: «Esattamente. Il coreografo deve lavorare in simbiosi con la regia, la scenografia e i costumi. Tutto concorre alla costruzione del racconto. Nel caso di Alice, ogni personaggio porta con sé un messaggio e un momento particolare della storia, e il movimento permette di tradurli sul palcoscenico».

Il rapporto fra Camandona e cast

VF: «E del cast, cosa ci dici? Quanto è stato difficile — o facile — lavorare con questi ragazzi?»

GC: «Abbiamo un cast splendido, non soltanto dal punto di vista professionale, ma anche umano. Sono ragazzi bravi, volenterosi e disponibili, che si sono messi a disposizione del progetto con grande impegno. Sono molto fiero di loro.

Abbiamo un’Alice, Giulia Chiovelli, che noi trattiamo come un’adulta, perché è una giovane professionista. È bello, però, che ci porti il punto di vista di una bambina, ormai una ragazzina. Per noi adulti è interessante vedere come si muove all’interno di questa magia che è il teatro, un po’ come Alice si muove nella magia del Paese delle Meraviglie».

Ed è proprio a questo punto che la riflessione si allarga oltre la tecnica e il lavoro di palcoscenico. Perché a chi appartiene davvero una storia come questa? Ai bambini che la scoprono per la prima volta, oppure agli adulti che, forse, hanno più bisogno di ritrovarne il significato?

I bambini a teatro non vanno da soli, non ha senso parlare di spettacoli solo per loro

VF: «Alice è spesso considerata una storia per bambini. Ma quanto può parlare anche agli adulti?»

GC: «Ho interpretato Peter Pan per tanti anni e ho fatto anche Pinocchio. Mi è capitato spesso di stare sul palco per spettacoli definiti, come si suol dire, “per bambini”. Quello che ho capito è che i bambini a teatro non vengono da soli. Perciò, secondo me, non ha molto senso parlare semplicemente di spettacoli per bambini: sono spettacoli che possono comunicare a tutti, anche attraverso un linguaggio che a volte è quello dei più piccoli.

Sono convinto, inoltre, che i bambini comprendano certe cose persino più facilmente degli adulti».

Una considerazione che si lega alla mia lettura iniziale. Crescere, infatti, non significa necessariamente perdere la capacità di stupirsi: a volte significa imparare a riconoscerla di nuovo, sotto le abitudini, le aspettative e le convinzioni che abbiamo accumulato.

La curiosità di Alice

VF: «E se dovessi scegliere un personaggio che senti particolarmente vicino?»

GC: «Ti avrei risposto Alice, perché mi piace la curiosità con cui si avvicina ai vari personaggi, senza giudizio. È una cosa che sento molto e che per me è importante trasmettere ai bambini, ma anche agli adulti, anzi, soprattutto agli adulti.

Mi piace il fatto che lei incontri un bruco, un gatto, qualcuno di diverso, senza che questo le impedisca di ascoltare. Non ha paura e non giudica.»

La Regina del cuore

Giorgio, tuttavia, riconosce anche nella Regina di Cuori un personaggio particolarmente interessante in questa versione, proprio per la sua trasformazione.

Essa, infatti, permette di riflettere sulla capacità di mettere in discussione le proprie convinzioni, anche quando si è costruito un intero regno intorno a esse con una similitudine interessante.

«Della Regina mi porto a casa la capacità di poter smontare delle convinzioni che abbiamo da adulti, da grandi. Mi viene in mente il paragone con il lavoro. L’esercito inteso come quei dipendenti o persone che ti stanno dietro. Mi piace l’idea di poterli ascoltare mentre ti indicano una direzione forse migliore.»

Il coraggio di cambiare idea: potrebbe essere veramente importante

In quel momento ci raggiunge anche Bonino.

Proseguo io, non senza quella punta di timidezza che resta in certe situazioni, mentre si è di fronte ad artisti che contribuiscono alla storia del teatro in essere.

«Sappiamo che cambiare idea richiede coraggio. Soprattutto quando si è abituati a esercitare il controllo. Eppure, lo abbiamo osservato spesso, saper ascoltare chi ci sta accanto può diventare il primo passo. Per guardare (o imparare a farlo -n.d.r.-) il mondo da una prospettiva diversa.»

È forse questo uno dei messaggi più interessanti che la storia consegna anche a noi adulti: non tutto ciò che abbiamo sempre creduto deve necessariamente restare immutato.

E mentre la danza traduce queste trasformazioni in movimento, la musica può dar loro una voce.

Roberta Bonino: una macchina perfetta allestita 11 giorni di prove

Roberta è super sorridente, e con grande umiltà e gentilezza prende la parola, mentre Giorgio ci ascolta. Curioso e divertito.

VF: «Roberta, dalla partenza del progetto alla realizzazione dello spettacolo, quanto tempo è trascorso? Quanto avete provato effettivamente?»

RB: «Ho iniziato a scrivere la storia il 15 novembre, me lo ricordo benissimo. E ho finito, più o meno, verso la fine di gennaio. In seguito abbiamo fatto i casting a Milano, dove c’erano 150 persone. Da quelle abbiamo fatto il callback con 50 di loro. Infine siamo arrivati a questi 15, che, come diceva Giorgio, sono veramente bravi.»

Si guardano e si sorridono con complicità e una gioia quasi incredula.

Roberta spiega: «In realtà, le prove le abbiamo fatte in undici giorni! Pertanto tutto questo spettacolo è stato messo su in pochissimo tempo, con i miracoli di Giorgio nelle coreografie. Bellissime però super impegnative. Lui e gli attori sono stati una macchina, tutti insieme: hanno lavorato veramente molto bene.»

VF: «A me hanno colpito le varie Regine e le loro provini. Avevo visto soltanto due provini delle aspiranti Alice, e ho trovato tante interpreti molto preparate.» (Annuisce)

«La mia Alice insegna che ognuno di noi ha uno suo tempo»

 VF: «Ma quanto c’è di tuo nel personaggio di Alice e nella storia che vediamo in scena?»

RB: «C’è un po’ di me, perché ho voluto darle una chiave, tra virgolette, diversa. Mi piaceva mantenere gli stessi personaggi di Carroll, quindi farle incontrare tutti. Però ho anche voluto farla un po’ crescere, così l’ho trasformata in un’adolescente.

A causa del mio lavoro con tantissimi adolescenti, ci tenevo molto a raccontare il fatto che gli adulti, oggi, sono sempre di corsa. Hanno pochissimo tempo da dedicare a loro, e in ugual misura nutrono mille aspettative nei loro confronti.

Pertanto, Alice si sente imprigionata da questi adulti che le dicono “devi scegliere, devi crescere, muoverti. Devi fare.” Effettivamente, la protagonista realizza che vuole crescere, prendendosi tuttavia il proprio tempo. Poi decide di sedersi. Non farà come tutti gli altri: è allora che si trova catapultata nel Paese delle Meraviglie.»

La riscoperta della sovrana delle Meraviglie

È bello perché ogni personaggio le dà un messaggio che, in parte, è quello che lei si aspettava, e che in parte le cambia il punto di vista. Si troverà di fronte alla possibilità che crescere abbia anche aspetti belli. Allo stesso modo, capirà che ciò di cui era convinta possa trasformarsi in qualcosa di diverso. Tutti i personaggi le sono di grande aiuto nel suo percorso.»

VF: «Fino ad arrivare alla Regina»

RB: «È una figura che mi piace molto e che ci tenevo a rendere umana. Mi piace il fatto che sia simpatica, imponente e che costringa tutti a fare la sua volontà. Ad ogni modo volevo anche che, sotto tutto questo, ci fosse davvero un cuore.»

VF: «Come sotto le carte: all’inizio sembrano tutte omologate, come se facessero soltanto quello che viene loro detto. In realtà, anche sotto ogni carta, lo vediamo, c’è un cuore. Un individuo a sé.»

Individui, oltre l’omologazione

RB: «Esatto, ed è bello scoprire che, piano piano, siano loro stesse a rivelarlo. Non soltanto grazie ad Alice.»

VF: «Se dovessi scegliere un personaggio della tua storia al quale sei particolarmente affezionata, quale sarebbe?»

RB: «Come scrittura all’interno della storia, forse il Cappellaio Matto. Ha quel tocco di follia e di magia che, anche nel legame che crea con Alice, lo porterà ad accompagnarla dalla Regina per proteggerla. Direi il Cappellaio Matto: è sicuramente uno dei miei personaggi preferiti. Non so ancora se sia quello preferito in assoluto, ma è sicuramente tra i miei preferiti.»

La missione di questo musical è far ridere

VF: « È quello che avresti voluto scrivere, in qualche modo?»

RB: «Sì. Quando lo vedo in scena, è proprio come lo volevo scrivere. Sono molto contenta.»

VF: «Perché il pubblico dovrebbe venire a vedere questa versione di Alice? Che cosa speri possa trasmettere rispetto ad altre interpretazioni della storia?»

RB: «La missione di questo musical era far ridere tantissimo, ma anche far piangere. Io ce l’ho messa tutta. Spero che riesca: vorrei che il pubblico ridesse a crepapelle, si divertisse tantissimo e uscisse con le lacrime agli occhi.

Spero che questo arrivi e sicuramente ci sono anche i colori, perché è un cast veramente forte, con tanti punti di forza ai quali mi sono affezionata. Credo che ci siano davvero tante ragioni per venire a vedere lo spettacolo.»

Stefano Lori: «La musica è già una voce dei personaggi»

È il momento, quindi, di attraversare un altro lato dello specchio e incontrare Stefano Lori, compositore delle musiche originali dello spettacolo.

Dalla regia è emerso l’aspetto di un’Alice adolescente. Si trova sospesa fra le aspettative degli adulti e il desiderio di crescere rispettando i propri tempi. Dalla danza, il legame strettissimo con la narrazione.

Lori ci illustra infine come anche la musica contribuisca. Dà legittimamente forma al family musical. Poiché non si limita ad accompagnare ciò che accade sulla scena, essa si modella sui personaggi. Così, ne restituisce le sfumature, fino a sottolinearne le trasformazioni.

Tutto inedito

Autore anche degli arrangiamenti originali, Stefano ha dato una propria identità sonora a questa versione del classico.

VF: «Stefano, ricordo che già ai casting ci avevi raccontato come fosse tutto inedito. Nuove musiche e nuove sonorità. Come hai lavorato alla costruzione musicale e alla caratterizzazione dei personaggi?»

SL: «Avevo in mente una particolare timbrica, un tipo di voce che identificavo immediatamente in quella della nostra Regina. Le musiche sono state costruite anche in funzione degli artisti, cercando sonorità diverse per caratterizzare tutti i personaggi».

VF: «C’è una canzone alla quale sei particolarmente legato?»

Qui i suoi occhi iniziano a brillare. Per un attimo resto senza parole di fronte a tanta emozione in un artista che ha già una carriera pazzesca alle spalle. È come se stesse vivendo il suo primo debutto. Nota a me stessa: perché ami il tuo lavoro, V.? Ecco, anche per questi momenti.

Il brano deve arrivare direttamente alla sua essenza

SL: «Amo la canzone della Regina. È il brano nel quale ho potuto sbizzarrirmi maggiormente; sia a livello melodico e armonico, sia negli arrangiamenti. Risulta leggermente diversa rispetto all’intero impianto musicale dello spettacolo, ma con una ragione precisa. Infatti, deve raccontare il personaggio, dalla componente spiritosa a quella più inquietante. Il brano deve arrivare direttamente alla sua essenza. Prima e dopo la canzone è come se ci trovassimo di fronte a due Regine diverse. Ed è proprio il suo cambiamento a emergere».

Non è soltanto una questione di scrittura musicale. L’autore ha pensato il brano per valorizzare appieno le caratteristiche vocali dell’interprete. Ne sfrutta timbro ed estensione.

Una scelta impegnativa, ripagata dalla soddisfazione di ascoltare la canzone prendere vita sulla scena.

Una canzone per cambiare e una per la bellezza dentro il caos

VF: «C’è un altro brano che senti particolarmente vicino?»

SL: «Mi piace molto anche la seconda canzone di Alice. Vi emerge la bellezza dentro il caos. Arriva in un momento importante del percorso e contribuisce a cambiare il modo in cui la Regina guarda le cose.»

La musica, dunque, accompagna anche ciò che si muove sotto la superficie dei personaggi.

Una melodia può suggerire un tratto del carattere, mentre un cambiamento di sonorità può restituire una nuova prospettiva, proprio come accade nel viaggio della ragazzina.

VF: «Quanto conta, nel tuo lavoro, che una canzone riesca a vivere anche al di fuori della scena?»

SL: «Tutte le canzoni hanno una propria identità melodica. Sono brani che puoi estrapolare e ascoltare anche singolarmente, e che rappresentano i personaggi ai quali sono legati. Musica e parole devono essere sullo stesso livello. Puoi scrivere anche la musica più bella del mondo, ma se le parole non arrivano, se non ti trasmettono qualcosa, manca un elemento fondamentale».

In questo cast ho trovato qualcosa di magico

L’intesa fra melodia e testo diventa quindi fondamentale per dare voce alla storia. La soddisfazione del compositore passa anche attraverso gli interpreti, che hanno accolto i brani con entusiasmo, tanto da voler registrare ciascuno la propria parte.

Il musicista racconta con partecipazione di aver persino dovuto rivedere l’ordine che aveva programmato per le registrazioni. La motivazione è curiosa. I ragazzi erano talmente desiderosi di incidere il proprio brano da contendersi il cantare per primi.

SL: «In questo cast ho trovato qualcosa di magico. Ho lavorato a tanti spettacoli e scritto tante musiche, sempre con persone bravissime, ma qui ho trovato una soddisfazione speciale. È veramente particolare».

Parole che restituiscono un entusiasmo autentico, ma che non devono far dimenticare quanto lavoro ci sia ancora dietro uno spettacolo appena nato.

Un viaggio in costruzione

A proposito di questo, mi viene naturale chiedergli quanto ci sia ancora da fare dopo il debutto.

Il musical, infatti, ha preso forma in un tempo decisamente ristretto. Una produzione che intreccia canto, recitazione, danza e scenografia, e si esibisce comunque ha quel coraggio folle della consapevolezza.

Gli autori sanno che solo la risposta del pubblico può dare equilibri e confini allo spettacolo.

Lori delucida come il lavoro non si esaurisca con la prima rappresentazione.

Al contrario, è proprio l’incontro con la scena a suggerire quali passaggi rifinire. O, ancora, quali emozioni valorizzare e dove eventualmente intervenire.

SL: «Non può che migliorare. Adesso è così, poi lo fai vivere e anche noi ritocchiamo le cose. Uno spettacolo ha bisogno di essere vissuto: non puoi stamparlo una volta per tutte. Ogni rappresentazione può essere diversa, altrimenti diventerebbe qualcosa di confezionato, fatto una volta e poi sempre uguale».

Il teatro vive di continua ricerca

Fra gli aspetti che potranno essere ulteriormente approfonditi, Stefano individua anche alcuni momenti di commozione, soprattutto nel secondo tempo.

È qualcosa che si comprende soltanto quando lo spettacolo viene messo in scena: osservare come il pubblico accoglie un’emozione è parte integrante del processo creativo.

Con più tempo a disposizione forse sarebbe persino possibile lavorare con maggiore calma,

«ma il teatro vive anche di questa continua ricerca, di aggiustamenti e nuove scoperte.»

Il testo e le musiche sono inediti, dunque.

Lo è anche lo sguardo creativo che ha dato forma allo spettacolo. Ulteriore motivo in più per andare a teatro: sostenere le versioni originali, i creativi e tutte quelle persone che trasformano la propria visione in realtà. Un viaggio fra testo, musica, coreografia e scenografia.

Coraggio, follia e curiosità

In chiusura, riprendo le parole di Roberta e il suo invito ad assistere a questa versione di Alice, che, pur partendo da una storia che tutti conosciamo, ha il merito di proporre qualcosa di nuovo.

VF: «Direi, se mi permettete, che si tratta proprio di mettere in gioco la propria curiosità, la propria visione del mondo, per emozionare. È un po’ su questo che dobbiamo fare affidamento: in questo periodo storico particolare, non c’è niente di cui abbiamo più bisogno delle emozioni positive».

E forse è proprio qui che il viaggio di Alice ci riguarda più da vicino. Perché crescere non dovrebbe significare smettere di meravigliarsi, così come diventare adulti non dovrebbe voler dire rinunciare alla fantasia, alla curiosità o alla possibilità di cambiare idea.

Attraversare lo specchio significa anche questo: concedersi il tempo di guardare il mondo da un’altra prospettiva, lasciare spazio a ciò che ci sorprende e riconoscere che, perfino nel caos, possiamo ancora trovare qualcosa di bello.

È ciò che mi auguro accada uscendo dal teatro: portare con sé una melodia, un sorriso, magari una domanda rimasta in sospeso. E scoprire che quella storia, che credevamo di conoscere già, aveva ancora qualcosa da mostrarci.

Perché la magia del teatro non sta soltanto in ciò che vediamo sul palcoscenico, ma in ciò che continua a muoversi dentro di noi quando il sipario si chiude.

E allora, cari lettori, vi lascio davanti a questo specchio.

Non per cercarvi l’immagine che già conoscete, ma per scoprire quale riflesso di Alice saprà sorprenderVi.

Buon viaggio nelle Meraviglie!

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Veronica Fino, classe 1983, Milanese di nascita e convinzione ODG Lombardia, Direttivo GATaL Lombardia, autrice, planner, Social Event e Media Management. Scrivo, leggo, descrivo, dipingo, organizzo, fotografo, non sempre con il medesimo ordine.

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