Recensione: “Variazioni furiose”

variazioni furiose
Foto Lorenzo Daverio

Sono sempre le emozioni, quelle fuori scala, a muovere una buona storia, l’ira di Achille, e poi la furia di Orlando, la rivincita di Dioniso sullo spirito apollineo cavalleresco, il momento tellurico necessario per rimischiare le carte in tavola, per imbrogliare i fili e rendere più difficile il lavoro delle Parche. L’intuizione drammaturgica di Federica Fracassi, e registica di Renzo Martinelli, è quella di trovare, sfrondando occamianiamente il testo, un imperativo categorico splendente, una forza di gravità irresistibile capace di attirare insieme interpreti e pubblico, la passione, una forza, per scriverla alla Dante, che move il sole e l’altre stelle. Lo spettacolo guarda decisamente la luna con il senno di Orlando e non il dito, punta decisamente verso la seconda stella a destra fino al mattino. Gronda il gioco serio dell’attore, ritrova nella semplicità, invero spesso difficile da ricreare, la brookiana l’essenza de teatro, del fare teatro.

Si muovono l’attore, il musicista, e le due attrici sulla circonferenza del cerchio di Dioniso, danzano con il corpo, con le parole, ed esprimono con vibrante vivacità una travolgente joie de vivre. Sudano, ansimano, concedono generosamente tutta la loro anima, fino all’estremo fiato, respirano anche i crediti d’aria pur di restituire allo spettatore tutta la forza e la vivacità del lavoro ariostesco. Sono dervisci rotanti che trovano un nuovo sistema astronomico, non più solare, bensì lunare. Scrollano decisamente dal testo quella polvere museale, scolastica, e rendono le gote bianche delle pagine rosse, come il trucco sui loro visi. La loro recitazione è un gioco di squadra, ed ogni interprete fa dei meravigliosi assist verso gli altri, si gioca meta teatralmente, si dichiara la maschera, e si mostra il piacere, il godimento del recitare.

Dietro al furore di Orlando maieuticamente si mostra quello degli interpreti, la febbre dell’recitazione, la peste artaudiana che non può che contagiare gli spettatori. E allora lo spettacolo può diventare davvero un’opera rock, e la scena della guerriera Bradamante con il mago Atlante un momento di carnale e sulfureo blues, ed in un attimo il violinista trova Muddy Waters ed il suo Hoochie Coochie Man, e dalla parte della platea non si può opporsi a questo blueseggiante “a me gli occhi please”, e gli occhi e la voce del negromante, nonché quelli della donna sono meravigliosamente canaglieschi, in grado decisamentedi alzare la temperatura emotiva di ogni spettatore. La luna intanto è li che aspetta Astolfo e l’ippogrifo, nella forma di un faro, con una luce azzurrognola ed insieme argentata, la luce strehleriana, che sembra fatta apposta per diventare il nostro satellite. E’ un sogno di una notte di fine estate, dove la selva in cui perdesi non è aspra e forte, piuttosto è il luogo in cui la magia e l’irrazionale possono esprimersi liberamente, dove la follia è un gioco di specchi capace di moltiplicare il racconto. Federica Fracassi, che verrà sostituita da Valeria Perdonò in alcune repliche, quando interpreta la follia di Orlando fa letteralmente l’amore con le parole, ma lo fa come lo farebbe un uomo, lasciando la struggente e femminile tenerezza nel suo sguardo. Divora famelica il verbo come una Baccante, ma insieme lo accarezza con la mano delicata con cui Ecuba accarezza il corpo senza vita di Astianatte. Si comprende fonema dopo fonema quanto intensamente arda l’interprete quando compie il rito teatro, quando le parole lo attraversano come una corrente elettrica, come un brivido che spumeggia lungo la schiena.

Alessia Spinelli non recita semplicemente il personaggio di Angelica, ma lo rende un vorticoso e gioioso girotondo, e la sua la sua giunonica presenza, la sua irresistibile falstaffittudine declinata al femminile, la sua generosità corporea si traduce in generosità interpretativa. I suoi occhi sorridono alla luna, al pubblico, ed anche al consapevole gioco della recitazione come non si vedeva da tempo. Francesco Martucci, che sostituisce Woody Neri in alcune repliche, si siede idealmente alla tavola del testo scenico, e mangia con appetito ogni parola ogni gesto, ora è uno zanni, ora una marionetta biomeccanica, ora un comico che la sa lunga sui lazzi, ora si fa anche tragico, e gratta una voce straziante che, come la mano di un cardiologo, tocca il cuore pulsante dello spettatore. Il violinista Daniele Richiedei, che si alterna nelle repliche con l’elaboratore delle musiche Piercarlo Sacco, si lascia conquistare dal gioco degli interpreti, partecipa con lo spirito di uno degli amici miei, rende la solennità della musica leggera come la piuma di un cimiero di questi paladini. Come non accade spesso in questo spettacolo non solo il nume tutelare torna ad essere Dioniso, ma si torna a festeggiare ed a rendere rituale la vita stessa e la sua immaginazione. E’ un controcanto alla luna questo lavoro teatrale, e addensa il testo di Ariosto fino a renderlo palpabile, tangibile, materia viva, e toccandola ci si accorge che dentro decisamente scorre del sangue. E’ fatale che la fatica,lo sforzo, l’impegno, ed il Giano Bifronte di commedia e tragedia vissuto dagli interpreti, si sciolga in un lungo e generoso applauso.

Danilo Caravà

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