Recensione: “La grande abbuffata”

la grande abbuffata
foto Luca Del Pia

La regia di Sinisi ha qualcosa di tattile, è simile ad una pittura materica in cui viene la voglia irresistibile di toccare i vortici, le volute grumosità del colore. Dipinge il testo scenico usando le mani, e con gusto, ha già un’immediata dimensione gastronomica il suo approccio al teatro, ed è per questo motivo che ha trovato un’affinità elettiva con il film di Ferreri. La sfida sulla carta poteva apparire tutta in salita, tradurre il cinema in teatro, e che cinema, surreale, ventrale, dinamitardo, ma il regista è riuscito decisamente a vincere la partita reinventando un linguaggio drammaturgico in grado di contenere l’essenza stessa della grande abbuffata.

L’abbuffata diventa molto di più di una pulsione bulimica alimentare, è una vera e propria categoria esistenziale, una cieca, devastante volontà di ingurgitare il mondo, di assecondare la patologica ipercolesterolemia multimediale, l’impennata dei trigliceridi dell’informazione, iperglicemia delle morale farisaica, quella da comprare un tot al chilo. E si divorano e si è divorati dalle parole, che mantengono, con una geniale intuizione, il segno, la eco della carne da cui provengono. Sono fonemi che sanno di scalogno, di secrezioni, sono essi stessi un corpo che s’agita disperatamente sulla scena, come l’attore del monologo di Macbeth. Ecco dunque il corpo, i corpi, in cerca di un rito sciamanico, magico, in grado di affrancarli artaudianamente dall’ingombrante fardello degli organi, primo fra tutti l’intestino, un grottesco cervello chiamato a digerire l’indigeribile dell’esistenza. Si assiste ad un teatro della crudeltà ben riuscito, come non accadeva da tempo, al felice incontro della festante bassoventralità del teatro aristofanesco, dove la genitalità diventa la radice stessa del komos, della commedia, con il disegno dei corpi deformati, lividi, compromessi dal destino tragico, di Bacon.

Non bastano a salvare i protagonisti le Roxanne che nella loro cabina di peep-show accendono non solo le luci rosse,ma anche gialle, blu. Ce la mettono tutta per riprodurre la sempre più stanca pantomima inceronata della sessualità estrema. La vita non vive, scriveva Adorno, ma anche il sesso sembra avere destino analogo. Ha idealmente in tasca questo spettacolo le parole di Carmelo Bene: “ … il porno è il manque, è quanto non è, è quanto ha superato sé stesso, è quanto non ha voglia”. L’orgia che dovrebbe consumarsi in scena, diventa così la rappresentazione dell’impotenza, del desiderio che sfugge da se stesso attraverso la maschera dei generi estremi delle parafilie, del bondage, ovvero dell’estremo tentativo di legarsi a qualcosa. Il regista ha ancora l’urgenza di fare teatro e si sente, rompe volentieri la convenzione della quarta parete per dare “schiaffi alla vita” in platea, per scuotere per il bavero lo spettatore, per ricordargli che quelli che si muovono sul palcoscenico non sono ombre digitali della caverna platonica 2.0, ma esseri di carne, cuori palpitanti che battono se stessi in ogni singolo fonema.

E può capitare allora che in queste visioni infernali di Bosch, per un attimo, si riesca a riveder le stelle, e che Ninni Bruschetta diventi un Amleto, e che riesca a giocar con la mente ed i suoi tarli solo come Shakespeare sapeva fare. Oppure può succedere che al microfono, come un consumato crooner, tiri fuori dal cappello il monologo del Kurtz di Coppola, perché si deve assaggiare ogni piatto, fino ad avere la meravigliosa intuizione espressa da Burroughs nel Pasto nudo, cioè la consapevolezza dell’istante raggelato in cui si osserva quello che rimane sulla forchetta. Si ha ad un certo punto l’impressione che ci sia stata una geniale rivoluzione copernicana in questo spettacolo, una sorta di rovesciamento, in cui il soggetto della grande abbuffata non sono i protagonisti della piece, piuttosto un invisibile Crono, una divinità famelica, una crudele metafisica che mastica gli uomini e le donne sulla scena, succhiando dal midollo di essi tutta l’esistenzialità.

Sono bravi gli attori a fare gioco di squadra, fanno passaggi brevi, geometrici, che costruiscono pazientemente l’azione scenica, non c’è alcun personalismo, piuttosto la costruzione di un gioco serio nel quale inseriscono sapientemente, dietro la risata, il sottotesto della mortido, di una pulsione di morte che si consumerà nel finale. E le attrici sono delle Baccanti post-moderne, che cercano idealmente di consumare l’orgia bacchica su nastro di una cassa di un supermercato, sono la doppia immagine di Eros e Thanatos, e se è mancato l’orgasmo, la douce mort dell’accoppiamento, non mancherà quello che precede l‘ultimo istante di esistenza, nel quale finalmente la vita possa credersi viva almeno per un lungo, lunghissimo istante. Con questo lavoro si può ragionevolmente affermare che esiste un nuovo approccio alla recitazione, un approccio che ha il suo centro ideale di gravità nell’impasto del corpo, della psiche, delle emozioni, interpretazione è il cuocere metafisico della carne, è far addensare il sugo di ogni fonema, in definitiva è cartografabile come il metodo Sinisi. L’ipoteca tattile che appartiene al vero teatro è qui presente, e, a certificare questo, c’è il generoso capitale di applausi versato dal pubblico nel finale.

Danilo Caravà

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