Recensione: “Il talento di vivere”

il talento di vivere

Riesce a sorprendere ancora, anche lo spettatore più smaliziato, come una frase dell’attore rimanga puntata sul foglio bianco dell’attenzione, con la cura e il dettaglio con cui l’entomologo fisserebbe con un spillo il lepidottero, rimane in un tempo sospeso, che tiene il fiato per un lungo, lunghissimo istante, lasciando la platea presa dallo stesso incantamento che Dante desidera per sé, Guido e Lapo. E lascia ancora più stupiti constatare che tutto questo riesca a farlo la scrittura di uno dei minima moralia cechoviani, un racconto, ben adattato a drammaturgia da Fausto Malcovati, “Una storia noiosa”, un titolo che indossa gli abiti di scena, e si trasmuta nel ”Talento di vivere”, ovvero nella fedele dattilografia della scrittura esistenziale, la quale sulla scena è densa, finemente miniata. Ma Cechov ha abituato tutti noi a questo miracolo, si ha la netta impressione, infatti, che la sua scrittura sia un viso ostinatamente rivolto ad una finestra, dalla quale si scorge il paesaggio dell’anima, c’è sì una nebbia, ma lo si riesce ad intuire, e più la scrittura, ossia lo sguardo, cerca di avventurarsi in questa scena, più il viso si avvicina al vetro, il naso si schiaccia su di esso, con la curiosità invincibile del bambino di fronte alla vetrina di dolci.

Sarà per questo che c’è una finestra sulla scena, alla quale il protagonista, al pari della ragazza che lo accompagna in questa storia, come obbedendo ad un appuntamento immancabile, si rivolge, con una nostalgia struggente per un’evidenza mancata, che è arrivata quasi a conoscersi, e poi si arrestata proprio lì, cercando di afferrare, come nella canzone di Battisti, qualcosa che è dentro, ma non nella mente, forse l’anima stessa. L’unica a sorridere è la luce scenica, con i suoi tagli alla Rembrandt, con i suoi colori cangianti, a seconda che annunci il giorno o la notte, mentre gli attori portano sul loro viso i segni di una battaglia esistenziale fatta di veglie notturne, di pensieri, di bilanci in cui i conti, fatalmente, non tornano mai. Il regista Fabrizio Visconti cesella con cura le piccole azioni sceniche, e lascia, ad arte, sentire l’odore della parte nascosta del sottotesto, della tempesta delle intenzioni e degli atti mancati, che, al pari di onde, si infrangono e spumeggiano sulle labbra degli interpreti. E’ una direzione calibrata la sua, il disegno di due rette parallele, che non si incontrano nel limitato spazio scenico, ma, all’infinito, in un’aspettativa frustrata di vita, dopo la seconda stella a destra del cielo evocato dalla Sonja di Vanja, potranno forse incontrarsi. E’ potente la metafora i cui poli sono costituiti dal vecchio professore, che cerca un senso finale, un aforisma, una sintesi, un sicuro cerchio di significato nel quale richiudere la sua vita, e dalla figlia adottiva, la mancata attrice, imprigionata nel paradosso di un’anima troppo vissuta, a tratti lisa, e di una gioventù ancora illuminata da una luce sicura, sintetizzata in un tavolo ai lati del quale sono seduti frontalmente i due personaggi, così vicini eppure così lontani, divisi da quell’ingombrante ostacolo costituito dal linguaggio stesso, dal naturale fraintendimento che porta con sé.

D’altronde, come ricorda Rilke, l’amore, l’affetto, fra questi due esseri, consiste in due solitudini che si toccano, o meglio arrivano quasi a toccarsi con le mani, come fanno dio e l’uomo nell’affresco della cappella Sistina, a meno di un passo dal segreto di se stessi e dell’altro, con una voglia di fuga nel cuore. Massimo Loreto fa della sua vocalità un flusso ininterrotto ed inesausto, che stringe idealmente attorno a sé il cappotto per difendersi dall’umidità di uno straziante spleen, dal sentore del pianto, dato dagli occhi che pungono, dall’odore salino che invade le narici. I suoi fonemi così umani, veri, costipati di vita, cercano di scrollarsi di dosso, arrampicandosi lungo i toni, la loro stessa ingombrante fisicità, e trovano degli stasimi, dei cantucci lirici, in cui raccontare la sottile, l’immediata indeteminatezza dell’anima, mostrano come il suo personaggio, malgrado tutto, ami ancora la vita , ad essa, con la forza delle braccia verbali, si aggrappa come un naufrago allo scoglio. Riesce a far recitare i suoi tacet, i suoi silenzi, i segni di interpunzione posti nella sua recitazione, ed in particolar modo, i suoi punti di sospensione sono intuizioni che esplorano mondi al di là del dicibile, al pari del balbettio del mistico di Cioran, che è più vicino alla verità di tutta la filosofia tomistica. Camilla Violante Scheller racconta le stagioni interiori del suo personaggio con la cura del miniatore medioevale, trova un suo tempo interiore che batte la sua irrequietudine attraverso ogni fonema. Racconta la metateatralità del personaggio di Katja, un’attrice che vorrebbe scoprire l’assoluto poetico nel teatro, e invece ci ritrova la vita, mal recitata, con le miserie e meschinità,e riesce ad esprimere tutto questo con naturalità, con la spontaneità della bimba che vorrebbe che fosse un po’ meno freddo quell’inverno che le alberga nel cuore. In un fremito, in un sovrappensiero si scopre come il personaggio arrivi a possederla, e tutto questo sembra un rito mistico, teurgico.

Si leggono distintamente nei suoi sguardi attimi di abbandono, in cui le sue battute sembrano prendere coscienza di se stesse, e diventano semplicemente e definitivamente Katja, così come potrebbe esprimersi pirandellianamente il personaggio in piena autonomia. Anche la partenza voluta del professore ed il suo ennesimo, infruttuoso, confronto con la ragazza, sono un falso movimento, l’estremo tentativo tolstojano di fuggire da se stessi, e dal proprio destino. Nel finale, sentendo il polso all’anima dello spettacolo, si avverte distintamente il battito agitato che ne testimonia la vita, generosamente offerta alla platea, che non può che ricambiare con un capitale di generosi applausi.

Danilo Caravà

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