Recensione: “Skianto”

skianto
foto Noemi Ardesi

“C’era ‘na volta… un re, direte voaltre… Invece no, ve sbajate”

Se avete la sensazione di aver già sentito o letto queste parole, siete sulla strada giusta. Le frasi in dialetto umbro con cui Filippo Timi, appeso per aria, apre il suo monologo SKIANTO, in scena al Teatro Franco Parenti di Milano, sono infatti ricalcate sull’incipit de Le avventure di Pinocchio – Storia di un burattino, romanzo con cui Carlo Collodi, a fine ottocento, cambiò la definizione stessa di letteratura per ragazzi.

Solo che qui, anziché il pezzo di legno, involucro dell’anima di Pinocchio, compare un buco, anzi un buco gonfio de ciccia, un buchettino da quattro soldi. Che altro non è che l’organo genitale femminile, pronto ad ospitare una nuova vita.

Una vita che vedrà la luce, sì, ma che non nascerà mai veramente, imprigionata all’interno di una scatola cranica sigillata, così come la vita di Pinocchio rimane a lungo rinchiusa nel legno. Ma mentre il burattino riuscirà nella sua trasformazione in bambino in carne e ossa, il protagonista del monologo di Timi non avrà la stessa fortuna.

Il suo mondo, colorato e vivace, popolato di figure divertentissime e drammaticamente poetiche, abiterà per sempre solo nella sua mente, poiché gli unici suoni regalati al mondo esterno saranno dei grugniti, che si fossi stato ‘na bestia sarebbe anche andata bene… le bestie tra di loro se parleno a grugniti.

Parte da qui una sarabanda di personaggi e situazioni che ondeggiano tra il grottesco e il pop, alla costante ricerca di una dimensione poetica e di una spiazzante ironia che possa rivestire di abiti colorati un’esistenza così tragica da non poter contenere le lacrime.

Filippo Timi si getta con impressionante generosità in un racconto intimo e passionale, con evidenti passaggi autobiografici che l’attore affronta senza mai rinunciare al sorriso, talvolta in maniera talmente spinta da far apparire in secondo piano anche i momenti più dolorosi (memorabile e commovente, in tal senso, il racconto dell’elettroshock subito dal ragazzo). Ogni emozione, dalla rabbia repressa fino al dolore più incontenibile, è qui filtrata dallo specchio della risata, talvolta anche molto grassa e sempre e comunque pop, ormai matrice consolidata della teatralità di Timi.

In questo SKIANTO, Timi, oltre a confermarsi interprete coraggioso e fuori da ogni schema convenzionale, si regala e ci regala una nuova dimensione autorale, che scava senza alcun pudore nella parte più profonda, intima e viscerale dell’animo umano. Una dimensione che lo pone, senza alcun dubbio, tra i centri nevralgici della nuova drammaturgia italiana.

Qualche concessione di troppo al pubblico, forse, soprattutto nell’evitabile bis post-applausi, ma nulla che tolga spessore ad uno spettacolo, questo SKIANTO, che merita di essere visto e rivisto, analizzato in ogni suo singolo frammento, drammaturgico e attorale.

Massimiliano Coralli

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