Recensione: “12 baci sulla bocca”

12 baci sulla bocca

Dal 21 al 26 gennaio al Teatro Elfo Puccini è andato in scena 12 baci sulla bocca di Mario Gelardi, uno spettacolo della compagnia Nest che riporta in scena la pièce nata circa 10 anni fa, ambientata però intorno alla metà degli anni Settanta, quindi nel pieno dei cosiddetti Anni di Piombo.

Della periferia napoletana di quegli anni fanno parte i personaggi e le loro storie. Antonio, esponente di un gruppo di destra e gestore di un grosso ristorante, suo fratello Massimo alle prese con il suo imminente matrimonio ed Emilio, il lavapiatti. Tra questi due, all’interno della pièce, si sviluppa un rapporto amoroso che sfocia in un’acme di violenza e di intolleranza.

Queste ultime possono considerarsi le vie principali attraverso cui si evolve l’intera vicenda, il cui punto focale è l’amore tra due uomini all’interno di un’ambiente quanto più possibile ostile com’era quello napoletano in quegli anni, certamente dominati dalla lotta politica eversiva e da un bipolarismo violento degli estremismi che ha avuto risvolti significativi, perlopiù tragici, nella storia d’Italia.

L’ambientazione viene ricostruita attraverso la drammaturgia musicale e con più riferimenti all’intellettuale simbolo di quel periodo storico: Pier Paolo Pasolini. La scelta, in primo luogo, di riempire la scena sonora di momenti musicali risulta pesante al fine di raccontare una storie per azioni, per i fatti che la caratterizzano; in più la quasi totale mancanza di silenzi rende ancor più difficoltosa la fruizione dello spettacolo e del testo, che ne avrebbe sicuramente giovato in termini di immersione emotiva, la quale sembra essere lo scopo principale della messinscena. In secondo luogo, utilizzare Pasolini non solo per delineare un’ambientazione storico-politica ma, in qualche modo, anche per tracciare i confini di una tematica è rischioso e poco producente in termini di profondità del pensiero: l’autore, poeta e cineasta friulano è stato, infatti, una figura molto controversa in ogni ambito della vita e dell’arte su cui abbia preso pubblicamente posizione; in particolare, Pasolini viveva la propria condizione di omosessuale in maniera del tutto opposta a quella che viene riportata nella trama della pièce, privandosi o non ricercando probabilmente la legittimazione di un sentimento, ma di una condizione che talvolta prescindeva da esso e che in ogni caso era molto più generale e trascendente rispetto alla vicenda amorosa tra Emilio e Massimo. La loro storia, anche per questa sua limitata capacità di astrazione, risulta piatta ad una lettura più approfondita, riportando in scena una serie di cliché e di rappresentazioni dell’omosessualità che anziché normalizzare una condizione (sempre che ci sia bisogno di farlo) la estrania ancor di più, rendendola in qualche modo macchiettistica, poco aderente alla realtà quanto ad un immaginario veramente ostico da abbattere.

La recitazione degli attori sostiene, in qualche modo, questo limite di astrazione finendo per patire forse un procedimento drammaturgico stagnante nel suo porre al centro dell’azione una tematica, piuttosto che una storia (che seppur affiori in determinati punti non riesce ad evadere da una certa superficialità). Interessante, invece, risulta la soluzione performativa adottata nella rappresentazione di un rapporto sessuale tra i due protagonisti: l’utilizzo del corpo applicato ad una partitura di ritmi e respiri rende fortemente poetico il momento che, in altri modi, avrebbe rischiato di essere volgare. Ma non accade.

12 baci sulla bocca, tuttavia, sembra trovare il favore del pubblico in sala che partecipa emotivamente alla vicenda, lasciandosi trasportare dal turbine di immagini, suoni e nostalgie, in un certo senso, piuttosto che dalla riflessione sugli elementi caratteristici della trama e della pièce stessa. Si può dire dunque un’operazione riuscita se nata per incontrare un certo gusto “pop”. Sarebbe stato certamente più interessante intravedere una profondità ed un’originalità che, a questo punto della Storia della narrazione (che sia filmica, teatrale, letteraria), devono caratterizzare, in qualche modo, ciò che viene fruito dal pubblico contemporaneo, difficile da sorprendere. Nell’era in cui tutto è già stato raccontato, il “come” diviene la sfida più ardua ma anche quella più necessaria.

Giuseppe Pipino

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