Polli da volo: ospite il Menu della Poesia

menu della poesia
foto di Laila Pozzo

Il Gallus Sinae è un uccello domestico, allevato per moltissimi scopi, meglio noto come “pollo”.
È però celebre per non essere in grado di volare. Se non per piccoli tratti.
Per qualche piccolo slancio di necessità.
Il “Pollo da volo” è invece una razza strana, socievole, selvatica, che sfida la natura.
Cercherà sempre, giorno per giorno, di volare.
Anche se gli allevatori, da oltre un recinto lontano, continueranno ad urlare che non serve.
La rubrica “Polli da volo” nasce con l’intento di sostenere e dare voce agli esercenti dello spettacolo, messi
in difficoltà dall’attuale, terribile, tragedia che sta colpendo tutti. Tutti costoro, sono Polli da volo.
Se per oggi non si vola, domani si vedrà.

PUNTATA 13: IL MENU DELLA POESIA

Chi siete? Qual è la vostra poetica artistica, la vostra missione?

ANNA CHARLOTTE BARBERA: Il menù della poesia è un progetto che è nato dieci anni fa. All’epoca eravamo tre giovani attori diplomandi del teatro stabile di Torino: abbiamo iniziato questa avventura con l’intento di smentire in maniera pacifica chi allora sosteneva – e non solo allora – che con la cultura non si mangia. Ci siamo armati di papillon e di menù: all’epoca erano dei cartoncini con un elenco di poesie. La forma del menù è cambiata ma il principio è rimasto lo stesso: all’interno si possono trovare una serie di poesie di autori noti che il commensale sceglie e noi recitiamo per lui. Questo avviene prevalentemente nei luoghi legati alla convivialità e alla ristorazione: l’intento è quello di nutrire anche animo e intelletto. Sono alcuni anni e il progetto si è evoluto: abbiamo percorso in lungo e in largo tutta l’Italia, fino alla Sicilia e la Sardegna. La prima sperimentazione avvenne in Puglia, nel Salento. Dalla Liguria fino al profondo sud la risposta era sempre estremamente accogliente: ad oggi siamo 23 tra attori e attrici e da due anni siamo diventati un’associazione culturale. Nel 2018, dopo esserci dati questa costituzione, abbiamo avuto la vincita del bando Open Lab per la Fondazione Compagnia di San Paolo come progetto innovativo. Pian pianino stiamo diventando una vera e propria impresa culturale.

VALERIA PERDONÒ: Noi pensiamo che con la cultura si possa mangiare: è il nutrimento del cuore. Il Menù della Poesia è un mezzo per avvicinare il più possibile le persone alla cultura in una modalità alternativa. Tutto il gruppo è formato da attori professionisti che hanno tutti le proprie singole carriere: ci teniamo a dirlo non per snobismo, ma perchè abbiamo una grande esperienza di palcoscenico, di set cinematografici televisivi e di audio. Siamo anche doppiatori e speakers, come Anna Charlotte Barbera. Dico questo per raccontare che abbiamo incontrato sia all’inizio e poi nel corso degli anni la stessa esigenza. Il palcoscenico ha una forma di contatto con il pubblico in un modo, il cinema una ancora differente, la radio altrettanto: quello che ci mancava e sentiamo che manco è un contatto il più possibile stretto con le persone, proprio per avvicinare il più alto numero di persone alla cultura. Questo l’abbiamo scoperto proprio coordinando questo bando della Compagnia di San Paolo: abbiamo frequentato anche un corso con loro, una specie di master interno, scoprendo di essere uno strumento, un attivatore culturale più di quanto noi stessi ci rendessimo conto di essere. Le persone, poiché c’è l’effetto sorpresa di queste performance, si recano in questi luoghi con un altro scopo: per mangiare, per trascorrere la serata, ci sono anche molte feste private o aziendali, matrimoni. Non sanno che ci sarà un evento culturale di questo tipo. Quando invece l’utente esce per andare a teatro già sta decidendo di fornire un servizio culturale. Quello che abbiamo scoperto è che ci interessa molto fare proprio questo: avvicinare le persone in una modalità alternativa, molto coinvolgente. Noi la definiamo una vera e propria esperienza perchè recitiamo proprio occhi negli occhi, al tavolo con le persone. Non è essere in una platea con cento persone, siamo davanti a due persone che ci guardano in faccia: si crea una forte intimità, una relazione profonda. Anche perchè le persone scelgono esattamente quale poesia in quel momento vogliono sentire: è un pubblico fortemente attivo. Anche il pubblico del teatro dovrebbe esserlo: però è una visione frontale e statica. C’è un diaframma tra platea e palco, fosse anche una cantina di una stand up comedy. Noi invece siamo con loro. Molte volte ci è capitato – quando andiamo a riguardare le foto è sempre molto emozionante – di vedere che alcuni di noi sono proprio seduti al tavolo con le persone. Diventiamo una cosa sola. Questa è una modalità che nel corso degli anni abbiamo perfezionato e capito che è un po’ anche la differenza della performance che facciamo: rappresenta l’obbiettivo che abbiamo di arrivare alle persone.

Come state vivendo questa situazione d’emergenza? State offrendo delle proposte alternative allo spettacolo dal vivo?

ANNA CHARLOTTE BARBERA: Ci siamo molto interrogati prima di dare forma a un’ iniziativa e di strutturarla: sentivamo la necessità, in quanto artisti, di fare da specchio del presente – che dovrebbe essere anche il ruolo di un attore. Non volevamo però in alcun modo speculare sulla situazione ed esibirci a tutti i costi. Volevamo dare un contributo artistico alle persone che in questo periodo hanno evidentemente anche più bisogno di farsi compagnia anche attraverso l’arte. Lo abbiamo visto in modo chiarissimo durante i primi giorni per mezzo dei bellissimi flashmob dei primi giorni sui balconi: la gente, attraverso il teatro e la musica, si riunisce. Alcuni miei conoscenti hanno portato avanti un’azione di vicinato, riunendosi come appuntamento fisso per cantare insieme dai terrazzi. È un momento da vivere particolarmente attraverso l’arte. Abbiamo provato a recuperare uno strumento un po’ antico che ad oggi si utilizza diversamente rispetto al passato: la telefonata. Il dialogare va sempre più in direzione del monologo, attraverso la messaggistica e la nota vocale, purtroppo. Abbiamo quindi ripreso il telefono nella sua accezione più antica e più intima. Abbiamo dato la possibilità alle persone che volevano partecipare al gioco insieme a noi di ordinare esattamente come avviene al ristorante e dal vivo. Ogni giorno c’è un menù diverso sui nostri canali social e sul nostro sito e prendiamo le ordinazioni durante tutto l’arco della giornata: dall’orario dell’aperitivo, fino all’ora di cena, chiamiamo le persone che ci hanno richiesto la poesia e portiamo avanti “Contagi DiVersi”. Quasi tutti quelli che ci chiedono di recitare la fanno per qualcun’altro e quindi poi accompagnano delle dediche: siamo diventati delle sorte di postini del cuore, dei postini poetici. Ogni giorno noi ci organizziamo internamente: qualcuno si occupa dello smistamento e delle richieste, che sono state molte. Una volta siamo arrivati a cento poesie in un’unica giornata: per noi sono tantissime. È veramente emozionante leggere cosa scrive la gente: abbiamo un compito delicatissimo ed è un’esperienza forte anche per noi. È molto bello artisticamente e umanamente, siamo molto felici perchè tutto questo è stato attivato in funzione di una raccolta fondi per l’ospedale Papa XXIII di Bergamo. Abbiamo iniziato raccogliendo il ricavato, dato da libere donazioni, e abbiamo raggiunto la cifra incredibile di 10.515 euro. Ora continua sempre ad offerta libera a favore però dell’associazione culturale, per sostenerne i componenti, lavoratori e lavoratrici.

VALERIA PERDONÒ: Tutto questo ci ha rafforzato come gruppo. Non è retorica quando diciamo che siamo rimasti sconvolti e non ci aspettavamo questo successo. Siamo partiti il 16 Marzo, perchè il 21 era la giornata mondiale della poesia. Quando abbiamo iniziato anche io – che sono ottimista – non mi sarei aspettata questo risultato. È nato perchè in quel periodo avremmo avuto un sacco di performance, eventi che sono stati naturalmente annullati. Abbiamo parlato fra noi, ci siamo detti che avremmo dovuto fare qualcosa. Una collega ha detto “Si, facciamo una maratona!”: la maratona di un giorno è diventata di una settimana. Poi ci siamo detti “Dopo, però, ci fermiamo! Tanto non avremo richieste!”. Così non è stato! Questa iniziativa si inserisce anche in una riflessione di categoria: mi lego a ciò che ha detto Charlotte, sul fatto del nostro ruolo in quel momento. Abbiamo scelto di farlo in forma telefonica anche per un’altra questione: non volevamo mostrarci in video perchè sarebbe sembrata una cosa un po’ autoreferenziale. Inoltre, recitare al telefono è un po’ come recitare al tavolo come le persone: è tutto in diretta e molto intimo. Ci siamo però interrogati sul fatto che la cultura va pagata: c’è stata una grande riflessione sul volontariato. Anche perchè c’era un grande dibattito in corso tra noi artisti. Forse non era mai accaduta la possibilità di un’unione di categoria come sta avvenendo in questo momento. Il problema è che gli attori sono privi di sussidi in questo momento di crisi, ma sono privi anche di un sistema legislativo che li sostenga legalmente e di un sostegno etico da parte dell’opinione pubblica: noi siamo visti come accessori perchè “giochiamo” e facciamo quello che ci piace. Questo è grave. Faccio un paragone tra fuori e il dentro: questo ci ha unito come categoria ama anche come Menù della Poesia. Stiamo portando avanti insieme non soltanto delle riflessioni su come trasformare il format in maniera puramente organizzativa e lavorativa, ma ci interroghiamo sul profilo del nostro lavoro. Vado al punto: l’arte va pagata. Va sostenuta. Noi facciamo un lavoro infinito: aggiungo a quello che ha detto Charlotte che noi prima di poterci mettere al telefono, dobbiamo studiare a lungo. Fare una poesia al telefono è un’esperienza appunto, dal vivo: hai il respiro del tuo interlocutore come se fosse fisicamente lì, con la differenza che sei privato della vista e questo va gestito. Siamo sostenuti solo dalla voce. Dico cose banali perchè il nostro lavoro è così sempre. La scelta che noi abbiamo fatto in precedenza era legata a quel momento specifico, perchè era necessario dare una mano. Non era per metterci in mostra: abbiamo chiesto un contributo per il nostro servizio e volontariamente abbiamo scelto che tutto quello che riuscivamo a raccogliere sarebbe andato a quella causa. Il nostro contributo era dare noi stessi, ciò che sappiamo fare. Lo specifico perchè per noi è importante.

Cosa vi augurate per il futuro, cosa desiderate, voi operatori dello spettacolo?

VALERIA PERDONÒ: Credo che mai come in questo sia in atto una è una grande opportunità per tutti in questa grande crisi. Molti lavoratori che fanno pratiche creative hanno dei diritti completamente calpestati. Completamente. Però se un lavoratore e un artista non conosce i propri diritti, non può lottare per essi. Questo è il vero problema. C’è un movimento di rinascita del settore di artisti e attori: per la prima volta siamo veramente uniti. Credo che il sindacato sia in questo momento la forma più importante che ci possa sostenere perchè crea un ponte con il legislatore. Risponde a delle domande dei singoli casi mettendoci di fronte dei decreti leggi, che naturalmente sono stati continuamente aggiornati. Ma il problema è più profondo: non riguarda solo questo momento di crisi: non si parla dell’indennità dei seicento euro. Manca una coscienza identitaria della categoria e manca quindi la possibilità che l’opinione pubblica cambi la propria prospettiva sull’attore, visto come gioco, come buffone. L’attore è un lavoratore! Soltanto per pochissimi è un servizio della società. Ci sono stati molti paesi d’Europa che hanno sovvenzionato fortemente il lavoro degli artisti, la Germania per prima. In Italia noi siamo dei poveracci. Ma il problema non è solo dello Stato: se noi non siamo consapevoli dei nostri diritti, non possiamo renderci conto di ciò che ci spetta come lavoratori, non solo come artisti che mettono in contatto le persone. Quello che io spero è che questo momento di profondissima crisi – che sarà molto lunga – possa svuotare completamente i nostri portafogli e i nostri conti ma forse dare a noi e a chi verrà la possibilità di continuare questo lavoro in modo strutturato. Servono leggi, serve un movimento. Sono comunque positiva: non ho mai sentito questa presa di coscienza. Spero non finisca come un buco nell’acqua come altre occasioni. Ci sarà un grande lavoro da fare, quando i teatri riapriranno, da fare sul pubblico, un lavoro sociale per far capire quanto l’arte sia importante per riunirci e riavvicinarci.

ANNA CHARLOTTE BARBERA: Concordo su tutto quello che ha detto Valeria, naturalmente. Questo aspetto del lavoro su pubblico sarà fondamentale: è tutto verissimo e mai come in questo momento che c’è un grande dialogo tra professionisti anche laddove non ci si conosce. Ci sono molti tavoli e gruppi di lavoro: se noi prima di tutto non ci consideriamo dei professionisti non vedo come questo possa arrivare dall’alto. Finché ci sono professionisti disposti a lavorare gratis crolla tutto. Detto questo il lavoro sul pubblico andrà fatto però non solamente moralmente, ma è assolutamente necessario un intervento pratico, finanziario, economico. Finché ci saranno spettacoli che costano trentacinque euro a replica, cosa possiamo e possono fare? Non è possibile, è ovvio che il teatro così diventa elitario: una grandissima parte della popolazione viene esclusa. Non solo perchè non ha gli strumenti intellettuali per capire: perchè questa è una grandissima scusa dietro la quale ci si pare! Il pubblico capisce tutto: deve però poterci entrare, a teatro.

A cura di Irene Raschellà
Grafica di Ginevra Lanaro

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