Tre alberghi e un pugno di polvere

tre alberghi

Un sorriso artificioso, falso, fintamente rassicurante. Inizia così lo spettacolo Tre Alberghi (prima milanese al Teatro Atir Ringhiera), di Jon Robin Baitz, con Francesco Migliaccio e Maria Grazia Plos per la regia di Serena Sinigaglia, che presenta sul palco un’attenta traduzione simbolica di un testo che già da solo parla ferocemente al suo pubblico, con una secchezza e verità profonde.

Quel sorriso quasi inquietante è di Ken, “tagliatore di teste” di una multinazionale arricchitasi grazie alla baby formula: latte in polvere che avrebbe dovuto aiutare le popolazioni dei paesi del Terzo Mondo. Lo spazio scenico in cui si svolge l’azione – tre alberghi per l’appunto, in Marocco, nelle Isole Vergini e in Brasile – è disseminato di barattoli di latta, proprio quelli che, forse, potrebbero contenere il famoso prodotto dell’azienda.

Ken, nel suo primo monologo, inizia firmando con convinzione l’apologia del proprio lavoro. Lo spettatore si trova davanti ad un uomo in apparenza cinico e spietato che non ha problemi a licenziare, a lasciare a casa, e soprattutto non ha problemi con la mancanza di etica delle multinazionali. Svuotato da qualsivoglia emozione e profondamente cinico, insomma. Un barattolo vuoto. Ken continuando a ostentare il suo sorriso sicuro dai denti bianchi, presenta con la sicurezza di un oratore il manifesto del suo lavoro in azienda, il terrore negli occhi dei dipendenti condannati al licenziamento, la sua capacità di produrre risposte ferme, elusive, sempre uguali davanti a richieste di limpidezza nei confronti della baby formula: mostra come si fa, senza rimpianti o rimorsi, in una modalità quasi disumana.

In realtà Ken è un uomo che affoga le sue emozioni, dolori, e fragilità nell’alcol e li nasconde dentro un barattolo. Proprio in quella sua nascosta umanità affiora Barbara, sua moglie, con la quale ormai ha un rapporto rovinoso, quella Barbara che lo amava ai tempi in cui militavano insieme nei Peace Corps, ma che ora non lo riconosce più. Il declino della loro unione è sancito dalla morte del figlio, ucciso in spiaggia per impadronirsi dell’orologio che aveva al polso quando erano in Brasile, uno dei luoghi di lavoro di Ken.

Barbara è la protagonista del secondo monologo di Tre Alberghi. Al contrario del marito lei scoppia di emozioni. È calda – come sottolineato dalle luci, che nel primo monologo invece giocavano su colori freddi – incontrollabile, fumatrice compulsiva, in preda continui pensieri legati ai suoi sentimenti per il figlio, per il marito e per il suo lavoro. Barbara è la diretta conseguenza delle scelte di Ken. Lei si definisce in relazione a lui: moglie di Ken. moglie del dirigente. Nient’altro. “La moglie di” che, per maggiore esperienza, è tenuta rassicurare “le mogli di”. Logica aziendale.

E proprio nell’espletamento del suo compito, il discorso all’incontro annuale dei dirigenti dell’azienda, che il tappo salta e Barbara scoppia vomitando tutte le frustrazioni, le paure, i rimorsi davanti agli occhi increduli di altre “mogli di”. La vita di fianco a un uomo di successo non è rose e fiori e il prezzo da pagare può essere anche la vita di un figlio. Dirlo alle altre donne, che potenzialmente potrebbero essere nella sua posizione è quasi un dovere per lei, deve avvertirle, finché è ancora in tempo. Vuotare il sacco, oppure svuotare i barattoli. Tutte quelle latte sparse per il palco, piene della baby formula, oppure di tutto quello che in realtà è rimasto a lei e Ken: un pugno di polvere.

Le conseguenze dell’apertura del vaso di Pandora sono pesantissime per Ken: i ruoli si ribaltano e la prossima testa a saltare, in azienda, è la sua. Rimasto senza nulla – senza lavoro, senza amore e senza figlio – il protagonista consuma il suo ultimo monologo nella stanza d’albergo che gli ricorda Barbara, sull’immagine della spiaggia brasiliana, creata attraverso la polvere di alcuni barattoli rovesciati prima da Barbara e altri svuotati dopo essere stati sollevati in aria nell’evocazione scenografica di Maria Spazzi.

Non c’è più sorriso. Né faccia di tolla. Davanti allo spettatore si presenta un uomo disperato e rassegnato, non più impacchettato in giacca e cravatta, ma abbandonato dentro dei pantaloncini, canottiera bianca e camicia hawaiana. Ken non ha più sicurezze, ha solo una bottiglia, pillole a volontà e tante parole da dire a sua madre, come un bambino indifeso. E così rannicchiato in posizione fetale, si lascia andare per il suo ultimo grande viaggio, accompagnato dalla morte.

Vera Di Marco

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