Recensione: “Non voltarti indietro”

non voltarti indietro

KNOCKIN’ ON HELL’S DOOR

E’ vana ogni fuga dagli dei, è inutile ogni evasione dal mito che riempie le forme dei nostri vissuti di numinosità, ecco perché si può trovare un Orfeo contemporaneo dietro ad una porta, nell’atto di bussare alla porta di una Euridice chiusa nell’inferno della violenza subita. E se sta diventando troppo buio per vedere nell’anima basterà ricorrere a delle stelle un po’ futuriste, ad un cielo di stelle fisse fatto da lampadine, tutto da spillare, scena per scena, luce per luce, per orientarsi in questa vicenda mitologica che ci è vicina più della nostra stessa giugulare. La porta è il fatale punto di fuga negato, desiderato, il punto dove sfuma una soggettività e se se ne ritrova un altra, una dissolvenza incrociata tra anime, una delle quali è inizialmente distillata in una forma disincarnata, pura, fonetica che si presta a diventare significato dell’inconscio della ragazza, una voce insieme di fuori e di dentro. Si bussa con forza per andare in direzione ostinata e contraria all’inferno sartriano, all’odore di zolfo del prossimo, che forse dimora nelle nostre narici, come una persistenza olfattiva, testimonianza che l’Ade da cui fuggire è prima di tutto uno stato mentale.

La regia di Marco Di Stefano, tutta capitalizzata sulla maieutica dei personaggi, che sa ancora di placenta e di umori teatrali, e la drammaturgia di Chiara Boscaro, che riesce a scovare la tastiera di Debussy nel dialogo della quotidianità, trovano in questo allestimento un’affinità elettiva, hanno successo nell’impresa di avvitare Bergman in una caffettiera, e zuccherare con la levità delle strisce di Peynet l’amaro strinderghiano del dialogo fra i sessi, mescolando tutto con il cucchiaino della nouvelle vague. Le parole sono la scenografia più adatta di questa piece per descrivere un paesaggio tutto interiore, e nella partitura i tacet, i silenzi, le pause, le intenzioni devianti, gli atti mancati o appena accennati sono le note più incisive. Si ha il piacere di vedere negli interpreti, come attraverso il trasparente guscio di un uovo di serpente, il lavoro sul personaggio, i segni e le cicatrici interpretative lasciate su quel marmo duttile dell’attrice e dell’attore. Si ricostruisce battuta dopo battuta, la difficile e complessa fenomenologia di un’anima femminile, tutta imbozzolata in se stessa, riparata dentro il carapace della negazione, ed insieme si testimonia quel lento ritorno a rivedere le stelle, quell’ascesa complessa fatta di percorsi tortuosi, non lineari verso il riscatto e la libertà dai demoni interiori, contro parte ancora più crudele di quelli esteriori. L’attrice Valeria Sara Costantin si scopre brava funambola tra i sussurri e le grida, garrisce come rondine caduta fra gli spini, e perde gocce d’anima dalle sue ferite interiori, un sangue spirituale di cui dalla platea si avverte distintamente l’odore. Come nella migliore tradizione della tragedia antica dell’atto violento che ha subito ne vediamo le conseguenze, i segni evidenti delle frustate esistenziali che hanno scosso, come terribile terremoto, tutto l’edificio psichico del personaggio. Porta con energia e dignità interpretativa, fin dalla prima scena, il fardello di questo terribile sottotesto che inquina efficacemente di residui materici di caffè i suoi fonemi. L’attore Diego Runko riesce nell’esercizio di essere una goccia continua in grado di scheggiare la dura pietra dei no di questa contemporanea Euridice. Porta in dote un sorriso, a volte doloroso, a volte screziato di agitazione, alle sue battute. Si presenta allo spettatore vestito di una vocalità essenziale, distillata, in grado di farsi carezza ed abbraccio metafisici.

Il suo gesto di pulire con una spugna la donna, con la stessa delicatezza con cui si maneggia il baco da seta, diventa una potente metafora, forse il momento più alto di comunicazione tra i due esseri, ed è giustamente sottolineato dalla regia. E’ bastato così poco per rendere questo palcoscenico un regno (di Ade), è stata sufficiente una porta, animata dal suono di una voce, ed una donna rannicchiata in se stessa, neghittosa alla vita come una gatta, che sporca la tunica euripidea delle donne troiane con un po’ di caffè, e spera che questa volta Taltibio venga a dare buone notizie, e prega affiché il suo corpo, e la sua anima, non siano nuovamente giocate a dadi dagli Achei. Tutta la forza di questo spettacolo sta proprio lì, nel mostrare lo scandalo, l’eccezionalità del normale, del quotidiano, di quelle piccole e grandi tragedie che non hanno bisogno di coturni per camminare, camminano scalze, tra caffettiere e piccoli oggetti domestici. Ed allora è giusto che almeno questa volta Orfeo riesca a portare fuori dall’inferno Euridice, e lo faccia guardandola negli occhi, ritrovando lei ed insieme se stesso, mentre lo sguardo dello spettatore fotografa questo fermo immagine in grado di condensare in un quadro muto tutte le parole che lo hanno preceduto.

Danilo Caravà

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