Recensione: “In capo al mondo”

in capo al mondo

E’ il 31 luglio 1954 quando due italiani, i primi nella storia del nostro paese, raggiungono la vetta del K2. Si chiamano Achille Compagnoni e Lino Lacedelli. Sono due dei 12 scalatori che, in balia del freddo e delle difficoltà, affrontano la scalata della seconda montagna più alta del mondo.
Con loro c’è anche il giovane, all’epoca solo 24enne, Walter Bonatti. Lui non è uno di quelli scelti da Ardito Desio, capo della spedizione, per arrivare in cima ma il suo aiuto risulterà essere fondamentale.
Lo scalatore lombardo, infatti, sarà colui che porterà le bombole di ossigeno fino al campo 8 dove i due designati alla vetta le prenderanno per affrontare l’ultimo pezzo della scalata.
Per un errore di Compagnoni e Lacedelli, Bonatti rischierà la vita sul K2.

Fin qui, però, tutto è quasi normale, accettabile. Quello che a Bonatti proprio non va giù è quello che succede dopo, l’errata ricostruzione dei fatti e il mancato riconoscimento del suo fondamentale apporto all’impresa.
Lo scalatore aspetterà per anni e anni delle scuse da parte dei protagonisti della vicenda, suoi compagni.

Questa attesa, logorante, che fa di Bonatti un uomo sempre più solo e solitario nella realizzazione delle sue imprese è la parte più emozionante e il centro dello spettacolo “In capo al mondo”, visto allo spazio Banterle di Milano.

Non solo di questo, però, ci parla Radaelli, attore e regista, nella sua piece. Ci racconta della storia incredibile di un uomo che vuole costantemente mettersi alla prova per superare i propri limiti, un eroe moderno che affronta la vita in modo avventuroso sfidando se stesso e la natura.
Per più di 1 ora ci accompagna alla scoperta di tutte quelle che sono state le conquiste sportive e umane del più grande alpinista italiano di sempre, l’ultimo vero esploratore. Del suo coraggio, dell’incoscienza, della determinazione nell’affrontare tutti i suoi viaggi, non solo in montagna, della vita più volte rischiata. Di una compagna che non lo abbandonerà mai.

La scenografia è scarna, semplice, fatta di scatoloni che dapprima sono solo sfondo su cui proiettare le immagini più suggestive delle imprese di Bonatti ma che poi diventano vette da scalare e territori da scoprire. Un’ambientazione avventurosa sottolineata anche dalle frequenti luci di taglio che riportano subito la mente alla montagna.

Importante la presenza in scena di Maurizio Aliffi che, con la sua chitarra elettrica, accompagna Radaelli nel racconto della vicenda aiutando a creare atmosfere a tratti avventurose, a tratti delicate.

Radaelli ci regala un racconto appassionato, anche se non sempre coinvolgente nella sua narrazione, di quell’uomo che lui stesso ha avuto la fortuna di incontrare e di conoscere partendo dalla sua casa, in Valtellina, dai suoi innumerevoli libri e da quegli scarponi che Bonatti ha usato nella sua ultima importante scalata estrema, quella della parete nord del Cervino, nell’inverno del ’64, in solitaria.

“Negli assoluti silenzi, negli immensi spazi, ho trovato una mia ragione d’essere, un modo di vivere a misura d’uomo.”

Francesca Tall

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