Recensione: “I promessi sposi alla prova”

promessi sposi

Il parallelo svolgersi delle situazioni diventa unità d’azione. Qui, e in altre massime di Giovanni Testori che emergono dalla drammaturgia de “I promessi sposi alla prova”, si racchiude una bella parte del pensiero del drammaturgo e maestro Lombardo, meravigliosamente celebrato dalla compagnia bolognese (S)Blocco5. Testori indaga la sua pratica teatrale, il suo modo di intendere il teatro e il lavoro dell’attore.

In questo, come in altri pensieri che emergono dalla drammaturgia, si evince anche il preciso nesso logico che sostiene la messa in scena. Un esempio. Due attori sul palco che cercano di recitare delle scene che si svolgono in situazioni contemporanee, si traducono nel parallelismo cui il pubblico assiste: la storia di un amore viscerale, ma ostacolato, che è pari esattamente a quello che i due protagonisti vivono nei confronti della loro arte.

promessi sposiNon ce la fanno e allora ricominciano. Senza mollare mai, sempre con il cuore in mano, mentre alle loro spalle la semplice e significativa scenografia, troneggia nella forma di una grande cornice all’interno della quale sono contenuti i vestiti di scena, come a creare un grande affresco in chiaroscuro recante il titolo LA SPERANZA. Proprio quella che non ci fa desistere, che ci fa guardare al futuro. Sempre con lo stesso amore. Perché quello a cui assistiamo è anche questo. Una dichiarazione d’amore che si declina nella pratica degli attori e si manifesta in tutte le sue fasi e le sue forme. I primi trenta minuti scorrono tra tentativi goffi e reiterati nel cercare di dare un senso visibile all’incipit del testo manzoniano. Ci si innamora subito. Si vive con leggerezza tutta la frustrazione, la maldrestaggine dei primi tentativi di approccio ad un qualcosa che è mistico e al tempo stesso è anche chimica, passione voglia di incontrarsi e di vedersi, di conoscersi e di capirsi.

Quando l’amore evolve si entra nelle storie nella loro fase più matura. In chimica si direbbe che subentra l’oxitocina. Il rapimento di Lucia, la peste, l’assalto ai forni e l’irraccontabile fuga di Renzo, costringono i due a tentativi sofferenti, irrequieti ma sempre aperti ad accogliere un dolore che non può che essere fonte di crescita ed evoluzione. Si sostengono a vicenda i due, consapevoli che il cammino che stanno compiendo, verso la messa in scena, non può interrompersi a metà strada. Citando Lucia, forse diventeremo famosi per questo nostro lagrimare. Fino all’intrecciarsi meraviglioso di questi binari paralleli in un fine unico: quell’unità d’azione in cui, appunto, tutta la falsità del teatro ne rivela, per contrasto, l’immensa verità.

La macchina è perfetta e nulla di scenografico che non sia essenziale è presente sul palcoscenico. La speranza che da il titolo al quadro illumina la via. In aggiunta una spada e una cassa di legno. Nulla più. Sorprendenti le capacità degli attori e registi Walter Cerrotta e Yvonne Capece di uscire ed entrare in continuazione in una molteplicità di situazioni e abili, nel rileggere la drammaturgia di Testori, a farci ancora stupire di fronte alla forma che i personaggi di Manzoni hanno la possibilità assumere. Coraggiosi nelle inversioni di ruoli maschili e femminili in alcuni frangenti. Potentissimi nei cori. Particolare attenzione al momento dell’innominato, spettrale anche grazie alle scelte illuminotecniche. Devastante la monaca di Monza.

Un crescendo di consapevolezza della propria arte e del sacrificio che l’accompagna. Una dedica a chiunque resista nel cercare di realizzare sé stesso in ciò che ama. In amore è così.
La speranza, come detto, illumina la via.

Dario Del Vecchio

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