Recensione: “Autobiografia erotica”

autobiografia erotica

Autobiografia Erotica, in scena fino al 29 aprile al Franco Parenti, è un riadattamento drammaturgico di Domenico Starnone del romanzo “Autobiografia erotica di Aristide Gambía”, scritto da lui medesimo. Starnone, affiancato da Andrea De Rosa alla regia, nel tentativo di riproporre la sua opera attraverso un differente linguaggio mediatico, ha fatto un primo grande cambiamento che emerge già dall’abbreviazione del titolo del romanzo: ha modificato il punto di vista. Non è più la storia di Aristide Gambía, bensì di Aristide Gambía e Mariella Ruiz, che ci donano vicendevolmente, alternandola, la propria visione del loro primo incontro, avvenuto vent’anni prima.

La scena è spoglia, solo un lungo tavolo rettangolare e due sedie, sistemate agli estremi opposti. Aristide entra nella stanza, è in casa di Mariella. Oltrepassa l’uscio timidamente, attirato dalle fantasie erotiche scaturite da una lettera che la donna gli ha inviato per attirarlo lì, da lei, che lo osserva sicura, a differenza sua. Mariella conduce il gioco.

La stabilità emotiva di Mariella, col passare dei minuti, si rivela molto più precaria del previsto, il suo umore è inspiegabilmente molto cangiante e questo coincide con l’allestimento del tavolo e delle sedie, che vengono posizionati in maniera sempre più caotica e casuale, restituendo un’idea visiva dello stato d’animo dei protagonisti.

L’atmosfera generale è di forte disagio, sia per gli attori, che per il pubblico e sembra che sia tutto un piano architettato da Mariella: vuole farci sentire così e ci riesce, ma fino alla fine non ne capiamo il perché.
Dalla stanza accanto talvolta si sentono delle strazianti urla di dolore. Mariella ci dice che sono della sua coinquilina e noi, come Aristide, non le crediamo, ma abbiamo paura di domandare ulteriormente e stiamo al suo gioco. Mariella rivela dettagli su dettagli del primo incontro con Aristide: com’erano vestiti, dove sono andati, cos’hanno fatto… ogni minimo particolare, persino il colore del tavolino del bar dove hanno bevuto il caffè. Tutto le è chiaro, a differenza di Aristide, che non ricorda praticamente nulla. Lui ha una famiglia ora, si è rifatto una vita ed è lì che concentra la sua attenzione.

Mariella è una femme fatale, o almeno, così vuole apparire all’inizio, con un tubino nero e delle decolleté con tacco a spillo. Aristide è un editore in carriera, decisamente sobrio e ordinario nell’aspetto. Fra i due l’incontro diventa sempre più anomalo, a partire dal loro linguaggio del corpo: gli attori assumono pose sempre più innaturali, volte a creare un senso di imbarazzo nello spettatore, perché molto erotiche, ma al tempo stesso repellenti.
Ogni volta che i due si toccano, dalla stanza accanto riecheggiano gli urli strazianti, che si fanno più forti. Sarà un caso? No, non lo è. Dalla seconda parte dello spettacolo, infatti, i toni diventano più cupi e si intuisce che la loro avventura di sesso non è ricordata da entrambi allo stesso modo…

In Autobiografia Erotica il punto di forza è proprio la capacità degli attori di creare una sensazione di malessere inspiegato negli spettatori, che mano a mano empatizzano con Mariella, senza capirne bene il motivo e allo stesso tempo disprezzano Aristide, seppur non sapendogli attribuire una colpa precisa. La volontà di Starnone e De Rosa di mostrare le varie facce dello stupro, analizzato psicologicamente nei suoi prima e nei suoi dopo, è ben chiara. Tuttavia, il finale, rispetto al resto, è stato reso in maniera più affrettata e ha lasciato aperti diversi interrogativi: perché quelle urla dalla stanza accanto? E di cosa ha paura Aristide? Interrogativi, voluti o meno, che pesano come macigni nelle coscienze di chi ormai vuole sapere cosa succederà tra quella sfortunata coppia, conosciutasi per caso vent’anni prima.

Jasmine Turani

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