Uno sguardo su…”Nome di battaglia Lia”

Lia
foto Matteo di Domenico

Andarsene via quando manca meno di un soffio alla vittoria. Andarsene ma vincere lo stesso, perché quanto fatto è destinato a rimanere e chi resterà potrà vederlo davvero un mondo senza fascismo. Nome di battaglia Lia racconta la storia di Gina Galeotti Bianchi, in “servizio” conosciuta come Lia, membro di spicco dei Gruppi di Difesa della Donna, uccisa il 24 aprile 1945 dai fascisti quando era incinta di otto mesi. Lo spettacolo diretto da Renato Sarti che, insieme a Marta Marangoni e Rossana Mola ne è anche interprete, non è attuale, come sarebbe opportuno dire per un’opera che si appresta a festeggiare 15 anni senza perdere potenza. È molto di più.

Lottare in silenzio

Recuperare testimonianze di quella che era la Milano antifascista – nello specifico la zona Niguarda – e restituirle al pubblico teatrale in maniera chiara e fruibile, non deve essere stato semplice. Però i fatti sono tali e, nonostante le continue manipolazioni in atto da un certo revisionismo, restano neutri, rimangono lì a raccontarci come sono andate le cose.

Quarantamila aderenti, di cui oltre tremila attiviste: i Gruppi di Difesa della Donna a Milano erano questo. Un esercito di volontarie che durante la seconda guerra mondiale rappresentavano il braccio non armato di una Resistenza coriacea almeno quanto quella che usava le armi al fronte o ovunque fosse necessario. Assistenza ai soldati feriti, cura di intere famiglie rimaste senza padri e mariti e con anziani da accudire: queste erano solo alcune delle attività a cui donne come Lia si dedicavano per fare la loro parte. Un contributo che ha avuto un peso specifico decisivo, considerata una ulteriore difficoltà in una missione già molto delicata: combattere i nemici stando in silenzio. Difendere i più deboli nascondendoli senza lasciare la minima traccia. Prendersi il rischio di fare da messaggere per comunicare le novità che arrivavano dai campi di battaglia. Fare da corrieri per il trasporto di armi da un punto strategico ad un altro. Camuffare i ricercati da morti imboscandoli in obitorio, ingessarli forzatamente per trattenerli e proteggerli in ospedale, cucire le bocche nel vero senso della parola. Vestire Aldo Tortorella da suora per farlo fuggire (forse crocerossina o comunque, in breve, da donna). Attività complesse, che Nome di battaglia Lia racconta con un espediente narrativo che avvicina generazioni lontane a quelle più giovani. Le protagoniste si alternano in vari quadri mantenendo le sembianze di donne nel fiore degli anni, energiche, vitali, pronte a sfidare la morte per la causa. A volte apparentemente incoscienti ma strenuamente consapevoli. Perché quando credi in un ideale il pericolo passa in secondo piano, resti vigile ma vai oltre. Per le donne della Resistenza era la normalità.

Emancipazione e femminismo

Come si sente in uno dei racconti dal palco, quella che creano i Gruppi di Difesa della donna è “una grande catena di solidarietà, tipica delle donne spesso umiliate”. Immaginate cosa potesse significare essere donna all’epoca se non una proprietà, un trofeo, il solito angelo del focolare. Situazione per tanti aspetti non diversa da quella di oggi ma chiaramente peggiore. In questo contesto le donne della Resistenza hanno finalmente la possibilità di dimostrare che non sono orpelli ma menti pensanti. Dimostrano leadership, capacità di comando, flessibilità e rapidità di pensiero. Combattono con l’arma che in quel momento è la migliore, perché non bisogna lasciare indizi: l’astuzia.

Sono prove di emancipazione, è la dimostrazione che la lotta dei sessi non ha senso perché nessuna vuole rubare nulla all’altro. Le donne dimostrano semplicemente di poter fare la differenza quanto gli uomini. Un femminismo di sostanza, vero, crudo, senza paragoni con quello moderno che vive la sue di battaglie. Lia e le altre diventano il simbolo di questo movimento, lei come tante che con le loro biciclette percorrevano chilometri che avrebbero condotto Milano, e l’Italia, verso la libertà.

Resistere ancora

Il contenuto storico ed emotivo di Nome di battaglia Lia è inestimabile. Se hai cervello, ti costringe a fare i conti con te stesso e i tuoi vuoti storici, andando – una volta uscito dal Teatro della Cooperativa – subito a scrollare su qualche sito per saperne di più su nomi e vie della rivoluzione delle Donne di Niguarda. Ti obbliga a stare attento, quando passeggi per la città, alle targhe intitolate a qualche donna che ha combattuto senza paura come i partigiani ma di cui si sa ancora troppo poco. Se, invece, la sensibilità è poca, sentire risuonare Bandiera Rossa può diventare una goduria. Non per un improvviso attacco di comunismo ma perché sai che i banalizzatori di professione presenti in sala avranno un mancamento.
La vicenda di Lia non è un racconto, è cronaca in movimento, irradia calore nonostante cali il freddo quando si parla di vite stroncate. Non è una mera contrapposizione alla parte più nera della nostra storia e a chi rifiuta ancora di leggere le pagine nel verso giusto. È la verità, nient’altro.

Luca Villari

testo e regia Renato Sarti
con Marta Marangoni, Rossana Mola, Renato Sarti
musiche originali Carlo Boccadoro
video BUZZ 2001
con il patrocinio di Associazione Nazionale Partigiani Italiani, Associazione Nazionale Ex Deportati, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione Italiano, Federazione Italiana Associazioni Partigiane, Laboratorio Nazionale per la Didattica della Storia
produzione Teatro della Cooperativa

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