Recensione: “Arrivato a questo punto”

arrivato
foto Laila Pozzo

Si presenta in scena in forma di ombra, salda più di quelle evocate da Dante, uscito dalla caverna di Platone per portarci notizia di idee preziose quanto diamanti. E poi appare in tutta la sua potente presenza scenica, uguale a se stesso, indigesto per il teofago Crono; ha solo una generosa spolverata di neve metafisica sui capelli e sulla barba. Il completo che indossa è quello elegantemente pronto a fare, del monologo, un affascinante e corroborante bicchiere di brandy da sorseggiare in platea. E, quando inizia a parlare, si ha la netta impressione di ritrovare il timbro di uno strumento a corde che si conosce bene, e che ha i toni caldi, pastosi ed insieme eterei, di un violoncello. Quella laringe barricata cava fuori fonemi certi, sicuri, piacevolmente lenti e insistiti, come in un assolo  slow hand di Eric Clapton.

Ecco, il suo teatro è un partecipato talking blues che parla alla platea dall’inizio alla fine, senza nemmeno l’ombra di una stonatura o di momento di noia. Tre parallelepipedi in  legno, tre casse da stipare idealmente nella nave di Novecento, o di qualche bastimento raccontato da Conrad, sono la scenografia più adatta a raccontare lo spettacolo. E poi una doccia di luce che scende copiosa e generosa, non fine, ma con uno scroscio lungo e ininterrotto; ha piacevoli variazioni cromatiche sul protagonista, potenti come una teatralissima cromoterapia. L’argomento è la memoria, e Gioele la maneggia con abilità, dimostrando la stessa maestria del prestigiatore con le carte. Il problema esposto è il manque del ricordo, l’horror vacui, l’impressione che schede di memoria siano rese inoperative dall’astronauta di 2001: Odissea nello spazio.

Questo umanissimo HAL 9000 racconta la sua paura che la mente svanisca, paura tremenda per un interprete teatrale. Ma tutto questo ce lo racconta con la leggerezza evocata da Italo Calvino nelle Lezioni americane. Ha la capacità, tutta sua, di tenere in equilibrio, che sa di magia, il dramma e la commedia: portandoci sul sentiero, fatto di mattoni dorati, di Dorothy, ti prende sottobraccio, per fare questo giro nella sua memoria. E l’ora e venti di spettacolo fila dritta come un TGV, e ti alzi dalla poltrona del teatro con un po’ancora di appetito, e la voglia che quel monologo prosegua. Si ride di gusto, con la stessa catarsi che Aristotele attribuisce alle lacrime della tragedia. L’infanzia, la magia di una radio che prende il posto della televisione, evocata con la stessa energia con cui la de-canta Freddie Mercury in Radio Ga Ga.

I genitori, la voce della madre (donata da una foneticamente  abbracciante Ottavia Piccolo), la storia dei nonni che riescono a riparare in Svizzera durante la caccia agli ebrei nella seconda guerra mondiale, le barzellette di Bramieri, i primi amori: tutto si incastra perfettamente per  poi srotolarsi, di fronte allo sguardo, o meglio all’ascolto, degli spettatori in sala. È una route in grado di mostrarci tutta l’America costituita dalla grande memoria di un uomo. La capacità di narrazione, di affabulazione di Gioele Dix rimane unica; il suo c’era una volta è mesmerizzante, capace di portarti in un mondo altro senza che tu te ne accorga, e di farti stare esattamente lì dove lui si aspetta che tu sia, ossia dopo l’ultimo punto, l’ultima virgola, gli ultimi puntini di sospensione. La vita di un uomo, anche la più apparentemente semplice, nasconde quel quid unico, la potenza di un romanzo sempre in predicato di essere scritto, prima o poi. In fondo, lo ricorda anche Thomas Gray nella sua elegia: quanti Dante, quanti grandi personaggi sono nascosti nelle anonime tombe di un cimitero di campagna, appena fuori da una chiesa.

E i personaggi dell’attore sono così, e si vestono con estrema naturalezza, attraverso il suo racconto, di una luce di narrativa, persino aedica, forza mitologica; poco importa che, in parte, dormano sulla collina, perché ora, nell’eterno presente della scena, sono ben vivi, personaggi che ce l’hanno eccome un autore, pronto a farne memoria drammaturgica. E la paura della dimenticanza, attraverso la forza alchemica della recitazione, diventa un eccezionale esercizio di stile, affascinante mnemotecnica, capace di rendere tutti gli ieri gli adesso di sempre: questa è l’essenza del teatro distillato in purezza. Applausi.

Danilo Caravà

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