Recensione: “Venere in pelliccia”

Un vortice di puro teatro. Nulla è scontato. Ogni cosa è in continuo ribaltamento, come i ruoli dei protagonisti, in un costante intreccio tra reale e immaginifico. Questo è “Venere in pelliccia” di David Ives, in scena al Teatro Carcano fino al 4 febbraio.

In scena un’esplosiva Sabrina Impacciatore che, con la sua energia trascinante e ben diretta da Valter Malosti (qui anche attore) riesce a riempire la scena senza mai perdere il pubblico, dominando tutti i personaggi che attraversa e lasciando che le loro fragilità trovino spazio in lei, riuscendo a svelarci anche i livelli più dedicati e sottili cuciti tra le righe del testo.

In origine scritto da Leopold Von Sascher-Masoch e successivamente adattato per il teatro da David Ives, il testo viene messo in scena per la prima volta in Italia.

La storia, già più volte rappresentata al cinema, è nota: un regista cerca l’attrice giusta per rappresentare Wanda Von Dunajew. A fine giornata si presenta in ritardo la quasi omonima Vanda, un’attrice dall’ironia greve, apparentemente ingenua e volgare, ma che saprà presto ribaltare qualunque stereotipo.

Non è etichettabile questo lavoro, continuamente sul filo, come un funambolo, tra l’ironia più popolare e una profonda capacità di calarsi in tematiche complesse che riguardano la nostra contemporaneità. È un bello spettacolo di cui godere ogni attimo tra un sorriso e una lacrima. Farà storcere il naso ai puristi del teatro classico come ai ricercatori intellettuali più estremi. Lascerà un segno a chi saprà sedersi e lasciarsi avvolgere da una messa in scena così intensa.

Ogni cosa in questo lavoro è mestiere nel senso più puro del termine. Così come le delicatissime e allo stesso tempo potenti scene e luci di Nicolas Bovery. Sembra non ci sia nulla sul quel palco mentre invece, come nel testo, ogni cosa è esattamente dove deve essere, strato su strato. Trasparenza su trasparenza. Riesce a fare la cosa più difficile, esserci senza esserci. Gli attori sono immersi in un ambiente fatto di pochi oggetti e luci essenziali. Eppure un solo taglio di luce riesce a definire la prospettiva di tutto, mostrando quanto invece sia piena la scena, senza essere pesante o invasiva. Così come i costumi di Massimo Cantini Parrini, che sa provocare e accarezzare con la scelta di abiti, come tutto il resto sul filo, tra sensualità, eleganza e volgarità.

Michele Ciardulli

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