Recensione: “Una ragazza lasciata a metà”

ragazza

Dal 3 all’8 aprile va in scena al Teatro Out Off di Milano “una ragazza lasciata a metà” diretto ed interpretato da Elena Arvigo, tratto dall’omonimo romanzo di Eimear McBride con traduzione di Riccardo Duranti e scenografia di Alessandro Di Cola.

Lo spettacolo inizia nel momento in cui si entra in sala: il palco è ricoperto di foglie secche, come in un parco in autunno, tra le quali spuntano cinque leggii. Sotto uno di essi si trova una ragazza rannicchiata (Elena Arvigo), intenta a scrutare la gente che arriva. Ad un certo punto si alza e inizia a leggere dei fogli sui cui è scritta la propria storia, la crescita tra brutalità e abbandono e le relazioni con chi ne ha fatto parte, come la madre, gli zii, i vari partner. L’unico personaggio a cui lei si rivolge direttamente, raccontandogli la vicenda, è il fratello, fragile ragazzo sopravvissuto ad un tumore al cervello, che pare essere un faro in mezzo ad un mare di violenza e disperazione.
La ragazza parla di sé, ma il suo non è un semplice racconto: attraverso la narrazione vive quei ricordi ed emozioni e spesso il suo discorso si blocca, muta improvvisamente come in un flusso di coscienza. Grazie a questa scelta narrativa, lo spettacolo scorre velocemente, facendo immergere lo spettatore nel vivo del racconto estraniandolo per qualche ora dalla realtà.

Elena Arvigo interpreta la ragazza in modo sublime ed è assolutamente credibile: attraverso i suoi occhi, i suoi gesti e le parole si percepisce il mondo interiore della protagonista fatto di disillusione, violenza e tristezza. Il pubblico, perciò, si trova di fronte ad una giovane donna disperata, arrabbiata con un mondo che non l’ha mai accolta, che neanche ha provato a farlo. Una donna che non trova mai pace, che si butta via, perché non ha mai saputo fare altro.
È impossibile rimanere indifferenti di fronte a tale storia, alle volte fin troppo brutale e cruda, ma purtroppo specchio di una realtà contemporanea, in cui la violenza fisica e psicologica divengono l’unico mezzo di comunicazione tra gli individui.

Un’ora e mezza di spettacolo intenso e travolgente che colpisce come un pugno nello stomaco, ma assolutamente meritevole di essere visto.

Francesca Parravicini

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