Recensione: “Un marziano a Roma”

un marziano a Roma
photo Maria Luiza Fontana

La domanda espressa dal verso della canzone di Bowie ha una risposta, c’è vita su Marte e soprattutto c’è vita sul palcoscenico del Menotti, c’è un’attrice che arriva con forza dionisiaca a scuoterci l’anima, è una Baccante in cui, dietro ogni fonema, sembra far mostra di sé il più squillante “Evoè, viva Bacco il nostro re!”. Ti prende per mano la Marigliano e ti fa danzare letteralmente, battuta dopo battuta, un ballo vorticoso che dal suo diaframma arriva alla laringe, fino alla bocca, e non hai il tempo di tirare il fiato, perché ha una legione di dervisci rotanti dentro, pronti a far girare la testa al mondo che raccontano. Incarna l’ingresso a Roma del marziano di Flaiano dando il senso della moltitudine, la vivacità cromatica delle individualità, regalando idealmente allo spettatore il colpo d’occhio del quadro di Ensor “L’entrata di Cristo a Bruxelles”. Ed il meccanismo del reale non fatica a metabolizzare l’alieno, a mettere la sordina della normalità, al nuovo, all’imprevisto, a vestire del pigro chiacchiericcio della Capitale l’irriducibile alterità del marziano.

L’interprete diventa una sorta di mamma Roma, di presenza archetipica felliniana, pronta a strizzare in un abbraccio di parole l’ascoltatore, o sventagliare di ironia la sua vocalità, scoprendo quell’indolente, filosofico, otium, quella romanità che riesce a convincere persino il tempo stesso a sostare per un po’, per godersi un paesaggio, od una scena di vita vissuta. C’è una scala in scena, e, d’altra parte, lo ricorda al Papa il Marchese del Grillo, interpretato da Sordi, il mondo è fatto a scale, c’è chi scende e c’è chi sale, ma c’è pure chi preferisce sedersi su un gradino, per raccontare una storia. Quanto è vicino, più della nostra stessa giugulare, la Roma e l’Italia del dopoguerra raccontata da Flaiano, vista attraverso la rivoluzione copernicana, rappresentata dalla sguardo di un alieno, appare un po’ opportunista, un po’ affarista, veloce ad incuriosirsi, quanto ad annoiarsi. L’alieno si chiama Kunt, e già nel nome sembra portare in dote la fatale storpiatura, malinteso della filosofia kantiana, c’è un cielo stellato sopra di lui e sopra tutta Roma, ma stenta a trovarsi una vera legge morale dentro la pletora di umanità che si relaziona con il marziano.

Milvia Marigliano quando interpreta l’alieno, quando offre il suo apparato fonatorio, come un microfono, ad esso, scopre una parola che non è più casuale, ma viene contata, spillata, sillaba dopo sillaba, fonema dopo fonema. Kunt non ha messo il pilota automatico alle parole, non si fa parlare da esse, le sceglie, una ad una, e sente, esprime, tutto il dolore del piegare la forma pura dei pensieri nell’equivoco prosaico del linguaggio parlato, cerca di utilizzarle per spingerci “ad uscir a vedere le stelle”, si stupisce che nessuno gli abbia fatto la domanda fondamentale, ovvero lui chi sia. Ma all’opinione pubblica importa il fenomeno, ciò che si è per gli altri, non ciò che si è per se stessi. La tromba del musicista Raffaele Kohler sembra fatta apposta per creare una punteggiatura in questo racconto, dei punti di sospensione, raccoglie i fiati dei personaggi, gli spiccioli che tintinnano nelle tasche, e ne fa un piccolo, grande, capitale di musica, la voce squillante di un corifeo che contrappunta musicalmente la vicenda, rende evidente la temperatura emotiva del momento, è la dolorosa allegria del Rota felliniano, è la parola che si toglie i vestiti per diventare pura voce ritmica, e ti dà la voglia invincibile di schioccare le dita per segnare quel tempo. Il regista Emilio Russo, in una dimensione essenziale brookiana, trova la migliore scenografia nell’anima dell’interprete, si fa maieutico, brava ed esperta levatrice, nel far partorire all’attrice tutti i toni giusti, la aiuta a lavorare simbolicamente con le mani quell’impasto fonetico, a goderne quasi la tattilità, a dare ad esso la consistenza di una pasta sugosa, di una amatriciana da divorare con voracità, di una vocalità odorosa, il cui aroma riesce ad oltrepassare lo schermo.

E Milvia Marigliano ce la mette tutta, anzi di più, per bucare questa strana quarta parete digitale, trova giù giù, nel ventre di una atavica dea madre, certi toni, certe risate, certe pennellate materiche che ti risuonano dentro, che ti agganciano e non ti lasciano più fino all’ultima battuta. E’ un’immagine per noi che stiamo al di là dell’occhio della videocamera, ma il segreto della sua recitazione è quello di farsi tridimensionale, di sfuggire alla bidimensionalità, di ricordarsi e ricordarci d’essere gestaltianamente qualcosa di più e di diverso della somma di pixel, di essere un corpo, che ad ogni passo ci dice, con spirito indomito e selvaggio, il proprio “Ora”. E’ un magma la sua recitazione, una colata lavica, che sfugge alla freddezza dello spazio dell’etere, e sui nostri schermi, sui nostri monitor, per un lungo, lunghissimo istante, si ha l’impressione di dimenticare la distanza, sembra grassettarsi una parola che prende forza strada facendo, che si dà la sfida più impossibile che possa essere lanciata da una piattaforma digitale, ovvero la “presenza”. E’ l’attrice vuole essere presente declinando quest’espressione nel significato spaziale e temporale, sembra dire: “Io, malgrado tutto, sono qui con voi, a farvi compagnia in questa atmosfera straniata, in cui ci si sente tutti un po’ come il marziano di Flaiano a Roma”.

Danilo Caravà

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