Recensione: “Ultima notte?”

ultima notte

La rassegna Portiamo il teatro a casa tua sbarca al Teatro Oscar di via Lattanzio, ed in questo modo la caverna di Platone 2.0, riscattata dal racconto del filosofo, trova modo di essere contemporaneamente immagine digitale e presenza teatrale. Piovono pietre in una camera da letto, e sono pietre fatte di verità nascoste, di risentimenti, di incontri e di scontri. Hanno varie dimensioni, dalla ghiaietta fine, fatta di soffiati che pungono come se avessero mille spine, ai massi più grandi che, quando cadono fanno un rumore di tuono, e si ha l’impressione che dopo quel suono niente sarà come prima. In una camera si consuma un dramma borghese, una moglie sta per lasciare il marito, tutto questo si traduce nelle scene di un matrimonio di bergmaniana memoria, nello scontro strindberghiano dei sessi, dove si scende sempre più giù, dove la verità è un ghiaccio terribilmente trasparente, nel quale ci si può specchiare, ritrovare la propria immagine reale. Anche i colori della scenografia, rosso e verde, hanno deciso di aprire un conflitto cromatico insieme ai protagonisti.

Ed il trolley si riempie delle parole di Pinter, talmente affilate, che ci si taglia solo a sfiorarle. E’ un match di pugilato psichico, dove i combattenti si giocano ogni ripresa sul filo dei punti, e dove gli unici momenti di time-out sono dati dalla presenza di una terza donna, che ha già vissuto la separazione. Misteriosa, per scriverla alla Borges, quanto il terzo uomo aristotelico, sembra avere la funzione di stimolante somatico, psichico, emotivo per i protagonisti, sa quanto sa di sale quanto stanno vivendo i due. Diventa una sorta di Socrate in grado di far partorire alla moglie ed al marito le parole più difficili.

E le parole sono il concetto chiave di questo spettacolo, parole che scorrono, che sembrano, ad un certo punto, vivere di vita propria, ultime vestigia di anime che, nel tentativo di tradursi, rischiano di tradirsi, di equivocarsi vicendevolmente. I significati sono nascosti nei sottotesti, nei non detti, ne momenti di sospensione, e proprio quando la parola sembra cortocircuitare, sembra venire meno, ecco che affiorano le intenzioni devianti, le verità più stabili, ma anche quelle più difficili da comunicare. Parlano benissimo le geometrie che si creano tra i protagonisti, le forze di attrazione e di repulsione che li fanno muovere nella stanza. E quando sono seduti, quando tirano il fiato, ecco spuntare la parte più nascosta dell’anima, quella che maggiormente punta i piedi perché non vuole apparire all’esterno. Nella dialettica tra due personaggi, che si allarga in questo caso a tre, c’è sempre il faticoso percorso di identità che deve affrontare la superficie riflettente dell’altro, il confronto hegeliano servo/padrone dove i ruoli si alternano, ognuno è contemporaneamente lo specchio che accoglie l’immagine dell’altro, ed anche l’altro che cerca di vedersi in quell’immagine.

La drammaturgia e la regia dello spettacolo, che sono firmate a quattro mani da Ivan Colombo e Ketty Capra, riescono a creare un continuum di dialoghi che si dipanano senza incertezze fino all’ultima scena, una battaglia in cui due eserciti non esitano ad utilizzare tutte le armi a loro disposizione. Si alternano efficacemente momenti di logorante guerra di trincea, in cui si combatte per avere un palmo di terra in più di ragione, ad altri in cui si va al’assalto alla baionetta, e si provocano le ferite peggiori, e, ferendo l’anima, giusto in quel momento, i due combattenti prendono una coscienza più profonda di sé, di un cogito cartesiano, dove il “provo dolore” precede l’ergo sum. L’attrice Ketty Capra e l’attore Christian Kley, si lasciano attraversare dai due personaggi, trovano parole e fonemi intrise di quotidianità, lasciano che siano le battute stesse a trovare i momenti più giusti perché si scaldi la temperatura emotiva della scena. Giocano un’incessante partita a tennis verbale dove alternano sapientemente momenti in cui tirano tremendi diritti lungo linea da fondocampo, ad altri in cui scendono sotto rete per schiacciare la palla in quell’angolino imprendibile per l’avversario. Rita Russo è il terzo personaggio in grado di arricchire le dinamiche degli altri due, si lascia contaminare dalla recitazione degli altri due interpreti, e, a sua volta, lascia la traccia della sua, come una eco che non si può non ascoltare. E poi avviene qualcosa di completamente diverso, poi ad un certo punto la quarta parete non si limita ad essere permeabile, ma crolla , va in frantumi.

La protagonista esce di scena dalla parte della platea, e fin qui tutto normale, ma, ad un certo punto, si ferma per consigliarsi con il pubblico. In una riuscita sovraimpressione di attrice/personaggio chiede brechtianamente allo spettatore di esprimere un parere: ha fatto bene a lasciare il marito? La platea diventa determinante nello scrivere il finale della storia, che è un po’ come il gatto del famoso esperimento di Schrödinger, sapremo se è vivo o morto solo aprendo a scatola, determinando uno delle due possibilità. Si richiama il pubblico ad una responsabilità etica ed una scelta di campo.

Danilo Caravà

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