Recensione: “Prisma”

prisma

Il riflesso come indagine del proprio inconscio, come fosse una finestra aperta su quelle emozioni che fatichiamo ad esprimere e che tendiamo a reprimere. Alla Triennale di Milano va in scena “Prisma” di Alessandro Sciarroni e Masbedo per FOG e miart come preview della ventitreesima edizione della Fiera Milanese dedicata all’arte Moderna e contemporanea.

Il tema che emerge è il rapporto conflittuale tra l’individuo ed i riti sociali. Sul palco spoglio di ogni orpello ci sono quattro performer: Anna Bragagnolo, Francesco Marilungo, Luana Milani e Matteo Ramponi. Ognuno di loro ha uno specchio, ognuno di loro è un universo a sè stante.

Durante la performance, che prende quasi la forma di un esperimento scientifico, compiono azioni che possono sembrare semplici ma che non lo sono affatto. Ogni passo è misurato e calibrato. Le scelte seguono regole precise che determinano tutto quello che avviene sul palco. Così come è chiaro il rifiuto dell’atto spettacolare o fortemente scenico che potenzialmente gli specchi permetterebbero di fare. Il focus è sull’uomo, sull’io. Si alternano piccole grandi azioni, delicate ed eleganti.

La scissione tra il momento di intimità dell’individuo in relazione allo spazio ed il rito sociale ripetitivo e pienamente formale che in tempi regolari vanno a ripetere, è enorme.

Le due cose sembrano non avere più alcuna relazione. Come se ormai la società non lasciasse più alcuno spazio a una ricerca pienamente umana, per ampliare la percezione di sè. Il momento ricorda il cartellino timbrato a lavoro. Un richiamo allerta i performer che smettono ogni cosa per prendere la propria posizione. Inizia così una danza Country, sempre uguale, sempre perfetta. Così come tradizione vuole. Ogni cosa è al suo posto, come dovrebbe essere.

Eppure in questo momento perfetto si sta stretti. E’ un dovere da compiersi senza nemmeno troppo trasporto. Come fosse un’abitudine assodata. Così lo spazio vuoto diventa un luogo di libertà. Attraverso gli specchi i performer si trasformano. Si ampliano, si fondono con lo spazio fino a sparire. Si incontrano svelando le proprie fragilità, mescolando le proprie forme e diventando una.

Alla fine il pubblico rimane davanti a un’immagine viva. Un’installazione figlia dell’esperienza catalizzata durante i 60 minuti precedenti. In scena restano solo gli specchi, attraverso i quali scorgiamo un movimento magmatico costante e indefinito. E ancora una volta prendono le distanze dalla tradizione classica dello spettacolo, anch’esso ritualità sociale assodata, dell’applauso. Lasciano solo il silenzio e la contemplazione. Come fosse una spinta ad entrare in quel territorio di scoperta intimo e personale.

Michele Ciardulli

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