Recensione: “La scuola delle scimmie”

scimmie

Nel quadro generale di una drammaturgia dai toni brillanti, Bruno Fornasari propone uno spunto di interessante riflessione sul conflitto tra scienza e religione.
Tra credenza e coerenza.
Siamo davvero convinti della nostra credenza? E la credenza stessa, si potrebbe spiegare sulla base dei limiti cognitivi della nostra razionalità?
Cosa è più giusto? Cercare qualcosa in cui credere, qualcosa che sia in grado di spiegare l’ordine delle cose? O cercare di capire le cose del mondo su una base empirica, dettata dagli elementi che l’obiettiva analisi della storia dell’uomo ci mette a disposizione?

La scuola delle scimmie lascia sicuramente spazio a un oceano di quesiti di grande spessore. La drammaturgia racconta in parallelo il processo a John Scopes, un professore supplente di biologia, processato in Tennessee nel 1925, reo di aver violato una legge che vietava l’insegnamento della teoria di Darwin nelle scuole di stato, e la storia di un giovane professore dalle idee innovative che, nel 2015, torna ad insegnare nel suo vecchio quartiere di periferia, successivamente alla morte del fratello minore, scomparso in Siria come foreign fighter. Il professore se la dovrà vedere con l’ostruzionismo di una preside che, per via della sua paura di urtare le sensibilità dell’alta percentuale di stranieri presenti nella scuola e nel quartiere, mascherata tuttavia da necessità di “marketing” (salvare le iscrizioni e la reputazione della scuola), non tollera un approccio alla religione in chiave evoluzionistica.

Scienza e integralismo religioso. Integrazione e xenofobia. La carne al fuoco è tanta, ed ogni aspetto meriterebbe un suo approfondimento, in questo spettacolo che tiene e intrattiene grazie alla bravura di un cast capace di tenere altissimo il ritmo per tutte le due ore della sua durata, ma che non si schiera, anche per evidente scelta, né da una parte né dall’altra. Si limita a ritrarre due spaccati sociali di epoche differenti ma carichi di analogie reciproche.

Sul piano registico risultano interessanti le interazioni con le proiezioni video, che in più di un momento contribuiscono a mantenere vivo il dialogo tra le vicende di Scopes e quelle dei nostri giorni, e permettono ai due protagonisti di vivere contemporaneamente sulla scena, invitando lo spettatore a riflettere criticamente su quanto effettivamente abbiamo potuto o voluto imparare dalla nostra storia. Ci siamo davvero evoluti? O siamo ancora scimmie? E se tali siamo, lo siamo perché discendiamo da esse o perché, come esse tendiamo a farci ammaestrare dalle scuole di pensiero che hanno finora cercato di dare un senso alla nostra esistenza?

Una scrittura scenica che, per la collocazione temporale e il grande quantitativo di personaggi, appare quasi cinematografica, tanto quanto la scelta estetica dell’allestimento, votata ad un realismo fedele e privo di trasposizioni simboliche e che permette di seguire con maggiore semplicità l’intera azione, ma che costringe forse gli attori a lunghi dialoghi serrati, spesso piuttosto statici. Fornasari predilige dunque, come già aveva fatto con N.E.R.D.S. e Il Turista, il ritratto quasi fotografico della realtà che ci circonda.
Rimane nonostante tutto il dubbio se non sarebbe stato ugualmente interessante limitare la trama ad una sola delle due vicende narrate, in favore di una riflessione più profonda sul tema cardine di questo lavoro, che ci riporta alla domanda iniziale: è più sano credere o comprendere?
Di sicuro c’è che, come scriveva appunto Darwin, Noi pensiamo.

Dario Del Vecchio

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