Recensione: “La banca dei sogni”

la banca dei sogni
Foto Filippo Manzini

Ci sono spettacoli che ci ricordano come il teatro sia l’atto umano per eccellenza, la forma di umanesimo distillata, dove già la presenza di questo particolare bipede implume si traduce in poesia, e questo, sicuramente appartiene alla categoria. Si porta idealmente in tasca la frase con cui Moreno rispose a Freud: “Lei analizza i loro sogni… Io do loro il coraggio di sognare ancora”. Si parla di sogni, li si racconta dando voce all’everyman, all’everywoman, ad una platea che idealmente prende possesso della scena. Bambini, adolescenti, adulti, diversamente giovani, appaiono sul palcoscenico come i sei personaggi di Pirandello, e portano la verità poetica della loro vita onirica, l’autenticità, categoria che trascende decisamente ogni approccio recitativo. Semplicemente sono, senza maschere, nemmeno quella sociale che potrebbero portare al di là della quarta parete.

Ben si addicono a tutti loro le parole felliniane di 8 1/2 , “dolcissime creature” che si cimentano in uno degli esercizi funambolici più difficili, quello di mostrare la propria anima, non come appare agli altri o al suo ospite, ma come è per se stessa. Con buona pace di Adorno finalmente la vita vive nel doppio paradosso del palcoscenico e del sogno. E proprio l’intuizione che il sogno sia quel motore primo di creatività, di libertà, di possibilità di definire il suo contrario, ossia la realtà, rappresenta la forza di questo lavoro teatrale. D’altra parte il “cogito ergo sum” di Cartesio venne proprio da un suo sogno, i sogni, parafrasando Goya hanno una ragione che la ragione non conosce. Il risultato della collazione di voci che raccontano i sogni, di questi documentaristici, pasoliniani, comizi d’amore (e di tutti gli altri sentimenti) onirici è uno spettacolo in grado di tornare alle origini del teatro occidentale, al coro, al gruppo dal quale, per gemmazione, nascono le singole individualità, i singoli personaggi. Si trova una nuova scienza sociale, una sorta di sociometria del sogno, una raccolta di fonemi che ci raccontano gli infiniti viaggi nelle terre di Morfeo.

Bisogna non allacciare, ma slacciare le cinture di sicurezza del reale, dismettere quelle irrinunciabili lenti con cui si fa conoscenza del mondo condiviso, lo spazio ed il tempo, per comprendere il gioco di Alice, e di tutti gli altri che sognano il loro paese delle meraviglie. E quanto è davvero profonda la tana del Bianconiglio, quanto, nel raccontare le proprie briciole oniriche, come ci ricorda una delle protagoniste, e seguendole come un Pollicino si può scendere giù giù fino all’ultimo girone infernale, per poi trovarsi dall’altra parte dell’emisfero interiore, riuscendo a rivedere le stelle. L’inconscio, su questa scena, è un babau che si impara a conoscere, ad accettare, ad integrare come parte di sé, è un mostro che non solo fa un po’ meno paura, se lo si vede con una calzamaglia nera, intento a zampettare iperbolicamente come un felino, ma che ti viene voglia di abbracciare, di stringere, nel tentativo di sentirlo come propria carne.

Fa venir voglia di sognare questo spettacolo, fa venir voglia di credere ai sogni, di prenotare il biglietto di andata e ritorno per la prossima notte in quella località esotica, illogica, caotica, che è il sogno. Viene naturale il desiderio di non buttare via nel’oblio i propri sogni, come se fossero cartaccia da cestinare, ma di salvarli nella propria banca delle esperienza, ricordando che sono una parte biologicamente ed insieme spiritualmente irrinunciabile della nostra esperienza. Si avverte, da parte dei protagonisti, l’urgenza di fare della narrazione azione, impulso sicuramente stimolato da un abile regia maieutica, si sente quanto la poesia possa vivere lì, in un corpo che parla, illuminato da un faro, nel mare semiscuro del palcoscenico, in cui potersi riconoscere, in cui ritrovarsi. La scena non è uno specchio appannato, ma è lucido, ci si può vedere distintamente, ritrovarsi. Si sente, nel partecipare dalla platea a questo lavoro, quello stesso spirito che doveva animare tutta la poleis ateniese quando partecipava alle feste delle Grandi Dionisie presso il teatro di Dioniso.

La socialità si esprime e si coniuga nell’agorà del teatro in purezza, e lo fa passando attraverso il doppio del sogno, riscoprendo un Calderon de la Barca, che trova residenza nella città di Calvino, nella metropoli alienante di Hopper, nella semplicità neoclassica dei paesaggi urbani di Sironi, o nelle piazze metafisiche di De Chirico. C’è soprattutto l’argento vivo di una irriverente Zazie nel metrò, la rottura di certi schemi, di certi ipse dixit che spesso rischiano di imbrigliare il teatro. Questa flebo di sangue del sociale è in grado di restituire un sano colore alle guance della scena. Il ragazzino che torna fuori dopo l’eco degli ultimi applausi, che abbatte la quarta parete con il terremoto del suo sorriso, del suo andar contro le convenzioni, del suo gesto naturale ch nessuna corda del tu-devi potrebbe fermare, rappresenta la migliore sintesi di uno spettacolo che riporta decisamente la rotta teatrale nella direzione dell’umano e della sua potenza creativa. Rappresenta l’ideale prosieguo delle battute shakespeariane tratte da La tempesta, “siamo fatti della stessa materia dei sogni”, ed i protagonisti ce li raccontano con parole proprie, con la meravigliosa semplicità del loro dire.

Danilo Caravà

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