Recensione: “Danza Macabra”

danza macabra

“Vorrei scrivere bello, luminoso, ma non m’è lecito; non ce la faccio. M’impegno come in un dovere orribile a dire la verità: la vita è indicibilmente brutta”. Tale confessione dell’autore di Danza di morte (o Danza Macabra), August Strindberg, rispecchia la sua ineluttabile necessità di scrivere dell’uomo e, in particolare, del suo dolore e tormento, che ottundono qualsiasi relazione interpersonale. Luca Ronconi trasforma il ritratto angoscioso del rapporto di coppia in una sorta di vaudeville oscuro e dai tratti vampireschi, che torna fedelmente in scena al Teatro Elfo Puccini fino all’11 marzo.

All’interno di una “torre di fortezza rotonda in pietra grigia” si svolge l’ultima replica di un matrimonio durato 25 anni: quello di Edgar, ufficiale al termine della sua carriera nonché uomo austero e avaro, e Alice, attrice mancata che il fidanzamento ha allontanato da una carriera forse promettente. Sarà Kurt, cugino di Alice e fautore del primo incontro tra i due, a turbare la routine nostalgica e litigiosa dei coniugi, immersi in una solitudine che il Maestro rende amaramente risibile e antinaturalistica.

Come sul palcoscenico di una sala teatrale arida e buia, Edgar e Alice mettono in scena una quotidianità spoglia di qualsivoglia affetto o emozione e invece colma di risentimento e malessere. Una discordia continua determina il rapporto fra i due che si origina anche solo per il fatto di occupare la medesima porzione di tempo e spazio: l’amore, semmai gli sia appartenuto, non trova posto nella desolazione di due vite che avrebbero voluto scorrere differentemente e, di certo, separate. Miseri teatranti, che attendono solamente la chiusura del sipario, si ridestano all’arrivo di un ingenuo ed ultimo spettatore, Kurt. Menzogne e seduzione, finzione e verità diventano note sulle quali i due protagonisti danzano al limite della vita, finché v’è ancora qualcuno che assiste. Prende avvio, dunque, dinnanzi agli occhi di Kurt e allo stesso tempo coinvolgendolo attivamente, la svolta demoniaca e ossessiva dei due coniugi: Alice si spoglia del ruolo di moglie ossequiosa, mostrando la disperazione e il rammarico della donna che abita quel corpo ormai svuotato di umano sentimento; Edgar, privata l’azione di logica e razionalità, diviene reliquiario vivente di una carica onorevole e ufficiosa che non si rassegna ad abbandonare e, nel mentre, gioca a tediare gli altri due personaggi, testando la propria autorevolezza, che è già decaduto potere.

danza macabraQui Ronconi lavora profondamente sul testo, traendone suggestioni forti che riporta direttamente sulla scena: Edgar e Alice si trasformano in vampiri e si avventano sul cugino Kurt, mordendolo più volte perché torni a scorrere, nei loro corpi disabitati, la vita o per trascinare con sé nell’inferno anche l’ultimo testimone e, al contempo, fautore del loro mortifero legame. Adriana Asti e Giorgio Ferrara, eccellenti interpreti del microcosmo di Strindberg, trasudano meravigliosa teatralità ad ogni gesto e parola, dosando straniamento e veemenza, alternando posture ed espressioni solenni e spiritose, aderendo completamente all’inferno domestico ronconiano, grottesco e denso di humour noir.

All’interno della stanza funerea, saranno gli oggetti e i mobili, sospinti da un forte vento, a simboleggiare la vita che è movimento e instabilità, più dei personaggi stessi, sospesi nel limbo , quasi beckettiano, di immobilità e attesa. In questa scena, curata sapientemente da Marco Rossi, tutto concorre a trasportarci nell’oscura quotidianità dei protagonisti: dal nero degli abiti e dei sontuosi divani all’ottocentesco letto di Alice, metafora della sua prigionia; dal telegrafo come unico strumento di comunicazione con l’esterno alla parete ruvida e cangiante del faro.

All’improvviso, due finestre ricavate dalla parete si aprono sul buio della notte, a suggerirci che vi è un mondo là fuori, oltre il faro, precluso ai due prigionieri, attori e anime in declino nonché baluardi di un’epoca al tramonto. E all’alba di un nuovo secolo e di un giorno che nasce, uscito di scena Kurt, i due vecchi, troppo assuefatti alla presenza dell’altro, accettano la mancanza e il vuoto costitutivi dell’odio che li lega e prima che il buio nasconda ogni cosa e il sipario si chiuda, Edgar termina la recita: “Cancellare per andare oltre, dunque andiamo oltre”.

Ronconi, come sempre, parla di noi, seppur attraverso le parole e i personaggi di un secolo andato. Ci mostra chiaramente che nelle relazioni umane i ruoli, come nel teatro, possono cambiare e le circostanze mutano il sentire: l’amore è eterno perché è anche odio e insoddisfazione, esitazione e necessità.

Giuseppe Pipino

1 Commento

  1. Tutti i fautori sono radicalchic che saranno cancellati dalle elezioni di oggi. La gente comune è lontana anni luce da questi scritti, la gente comune, normale, vuole vivere e mangiare il meglio possibile, il resto sono moni intellettuali, , per pochi intimi che per fortuna contano nulla. D”altra parte basta vedere ovunque la distanza siderale o abissale, dipende dai punti di vista, tra quelli che si REPUTANO PENSATORI e la gente comune.

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