Recensione: “Console Wars”

console wars

Venerdì 1 ottobre, presso il teatro Litta di Milano, è andato in scena il nuovo spettacolo della compagnia teatrale milanese indipendente Fartagnan “Console Wars”, scritto da Rodolfo Ciulla e Gabriel Favata e, come ogni performance della compagnia, diretto dalla regia collettiva oltre che degli sceneggiatori, anche degli altri suoi componenti: Federico Antonello, Luigi Aquilino, Matteo Giacotto e Michele Fedele.

Il progetto, creato in collaborazione con Campo Teatrale, è stato inserito all’interno del Festival Hors, dedicato al teatro indipendente milanese, che dal 20 settembre al 3 ottobre ha coinvolto diversi artisti riconosciuti a livello nazionale per proporre laboratori gratuiti per performer under35 all’interno delle sale del teatro Litta.

Uno degli intenti principali dei Fartagnan è sempre stato quello di avvicinare il pubblico teatrale, nella sua eterogeneità, alla cultura pop degli Anni ’90-’00, ma in questo caso specifico la compagnia si è posta un obiettivo ancora più ambizioso, alzando nuovamente l’asticella: portare a teatro i videogiochi e, in particolare, le console, attraverso una narrazione antologica che ripercorre la storia delle più famose console per videogiochi dagli albori negli Anni ’80 ad oggi e che ammicca, nella forma e nei contenuti, alle più famose saghe mitologiche composte da eroi, malvagi, guerre e, soprattutto, da pochi vincitori e molti sconfitti.

Secondo la sceneggiatura di Ciulla e Favata, in un futuro non troppo lontano, i videogiochi e le console sono diventati cimeli storici, ammirati e venerati come reliquie. La storia del gaming è diventata ormai parte integrante del patrimonio culturale e artistico dell’umanità e per questo motivo viene narrata da una guida turistica all’interno di un museo. La nascita, il fiorire e la morte delle case di produzione di console come Nintendo, Sega o Atari vengono diffuse con la stessa enfasi con la quale Omero decantava gli eroi dell’Iliade, a sottolineare l’importanza che queste hanno acquistato nel corso dei decenni, fino a quel futuro prossimo in cui la pièce è ambientata. Le case di produzione di videogiochi sono infatti indicate dalla guida come delle vere e proprie divinità, susseguitesi l’una con l’altra mediante battaglie sanguinarie. I giocatori, di contrappunto, sono paragonati a dei fedeli, che adottano nei confronti della loro console prediletta quello che potrebbe essere un vero e proprio culto religioso. Una visione estremizzata delle tecniche di fidelizzazione adottate dalle case produttrici di videogames, che fa riflettere sull’enorme potenza che l’industria videoludica detiene attualmente nelle sue mani.

Il tema alla base di “Console Wars” indaga quale sia il prezzo da pagare a livello umano per portare in auge una nuova console. Più che analizzare i videogiochi in sé, la trama si concentra sui retroscena, sul dietro le quinte del lavoro di ideazione di un nuovo oggetto videoludico. Nonostante la tecnologia e le tendenze cambino e si evolvano, le dinamiche relazionali, secondo i Fartagnan, sono sempre le stesse, dalle origini al 2021 e prevedono in ogni caso un conflitto. C’è un capo, un re, una divinità che si pone in cima alla vetta e che per arrivarci ha ingannato, imbrogliato, spodestato il suo predecessore con metodi tutt’altro che leciti pur di sedersi al suo posto. La fame di potere è l’elemento trainante delle dinamiche sociali e qualsiasi cosa è concessa pur di avere una fetta di torta di quell’industria. Come ci insegna la storia, anche qui non conta chi ha avuto l’idea, ma chi è riuscito ad appropriarsene e metterla sul mercato. Una catastrofe dei buoni propositi, degli onesti e dei giusti, a favore di coloro che la moralità l’hanno lasciata nel cassetto, nel contesto di un settore che non perdona l’ingenuità.

Quello che salta subito all’occhio è che il duo Ciulla – Favata ha condotto delle ricerche storiche molto precise e dettagliate per riproporre una ricostruzione, seppur comica e dai toni leggeri, piuttosto accurata degli eventi, mostrando al pubblico dei nomi poco noti di personalità che in realtà sono state fondamentali per l’avanzamento del settore videoludico, ma che per svariate concomitanze di eventi sono poi rimaste nell’anonimato. A dare un tocco ancora più realistico, la presenza sul palco della maggior parte delle console citate, grazie anche a una collaborazione con lo sponsor tecnico Nemiex.

Nonostante il formato antologico fosse prettamente adatto per il tipo di narrazione proposta, la volontà di accuratezza storica non ha lasciato molto spazio nella drammaturgia ai climax, rendendo la trama forse un po’ troppo lineare. La scelta di allontanarsi dalla canonica struttura in tre atti è purtroppo coincisa con un affievolimento dei beat narrativi e con la mancanza di elementi dinamici forti che scandissero in maniera più netta la narrazione, mantenendo così alti l’interesse e la curiosità degli spettatori fino alla fine. A livello strutturale, si potrebbe dire che la drammaturgia si basi principalmente sulla ripetizione costante di un refrain, un ritornello, una situazione tipo che prevede di base un conflitto interno tra il boss in carica e il sottoposto e che porta alla nascita di una nuova casa di produzione di videogiochi, con un conseguente focus sull’effetto che questa variazione ha scaturito sulla massa di consumatori affezionati. In questo pattern ripetuto più volte, è rimasto poco spazio per l’empatia con la moltitudine dei personaggi rappresentati, dei quali non molti avevano un vero e proprio percorso di crescita.

Quella che in ogni caso resta sempre una certezza, quando si parla dei Fartagnan, è l’alta qualità della rappresentazione. La recitazione dei membri della compagnia è sempre molto curata e non sfugge all’occhio dello spettatore l’incredibile preparazione che si cela dietro. Movimenti studiati al millimetro, battute dette con sincronia ineccepibile e tanto, tanto lavoro sulla comicità sia fisica, sia parlata. Il testo dimostra ancora una volta la grande padronanza che i Fartagnan hanno del genere comico, che ha dato nuovamente i suoi frutti, scaturendo grandi risate da parte del pubblico per tutta la durata della performace.

Un appunto alla scenografia e ai costumi: nonostante la performance sia la riprova che un semplice abbigliamento nero e un maxischermo siano sufficienti, sarebbe interessante vedere nei prossimi lavori della compagnia un palco maggiormente decorato, sia mediante la ricostruzione di diversi ambienti, sia attraverso l’utilizzo di elementi funzionali e propri della narrazione in atto. Il tutto, se accompagnato da adeguati costumi, potrebbe consentire alla giovane compagnia un ulteriore salto di qualità rispetto a un livello già molto alto.

L’ultima riflessione riguarda una costante stilistica della compagnia milanese, cioè il continuo rimando, nelle loro rappresentazioni, agli Anni ’90-’00 attraverso molteplici citazioni. Ci si chiede quindi come mai una compagnia di ragazzi giovani trasmetta nei suoi lavori quell’effetto nostalgia che è alla base di successi come “Stranger Things”. L’impressione è che dai testi dei Fartagnan emerga quasi sempre la voglia di un tuffo in un passato dolce, ricordato con una piacevole malinconia, ma di contrappunto, fa sorridere pensare allo sguardo verso il futuro della compagnia stessa, composto per lo più da distopie che descrivono scenari tutt’altro che rosei. Ci si domanda, in conclusione, quali significati abbiano passato e presente per la compagnia e si spera che per loro il futuro possa includere anche una visione più ottimistica rispetto alle distopie orwelliane.

Jasmine Turani

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