Recensione: “Cartoline da casa mia”

cartoline

Il regista di questa piece, Antonio Mocciola, riporta lo spettatore oltre il confine dell’orizzonte degli eventi teatrali, a quella dimensione zero, ottenuta con un rasoio grotowkiano, chiesto in prestito ad Occam, il corpo. E il corpo nudo è l’ “ecce homo”, la sua carne ed insieme la prova tangibile dell’irriducibilità dell’evento teatro, della sua caratteristica unica. L’esperienza dello spettatore investe tutto il sensorio, e ciò che si vede in scena è lo specchio tridimensionale di una forma pura di umanesimo, di un marmo vivente che soffia, attraverso i fonemi, tutto il mistero della sua coscienza.

Il protagonista, l’attore Bruno Petrosino è un hikikomori, un essere che si è chiuso nel ridotto di resistenza della sua stanza, per condurre la sua ultima estrema difesa esistenziale. Trova nel quadrato della sua camera, lo spazio geometrico in cui rifugiarsi, la trincea del’esprit de geometrie, del confine da perimetrare, che serve per determinare, sensorialmente, il confine tra l’io e l’altro da sé. In questa camera oscura mentale, si sviluppa la pellicola dei ricordi delle visioni, della vita che si ritrova, all’interno di questo spazio di deprivazione sensoriale, nella sua natura di stato, anzi di stati mentali. Si tratta di un viaggio affascinante all’interno di uno spazio interiore in cui il corpo stesso dell’attore diventa un Virgilio. E laddove la ragione non può arrivare, laddove la parola vive la sua fatale alterità, il suo ritardo sul significato che vorrebbe esprimere, giunge la corporeità, il grafema di carne che compone una calligrafia corporea, la forma pura di un misticismo in cui il verbo deve necessariamente tornare alla carne.

Si compone una coreografia biomeccanica, una serie di torsioni, movimenti stimolati da un testo che elettrifica il personaggio, come le rane di Galvani. E’ una scultura in movimento, il tentativo disperato e straziante di scrivere la poesia definitiva, l’universale in cui riscattare l’eterno divenire di tutto quanto, utilizzando come foglio il proprio corpo e come inchiostro la propria anima.

“Quando ero in questo stato andavo fuori di me. Non volevo vedere, né parlare con alcuno, ma starmene sola con il mio tormento che mi pareva la gioia più grande di quante ve ne fossero nel creato.” Queste parole di Teresa d’Avila, che descrivono la sensazione di estasi, di una freccia angelica che entra fino alle viscere, di un vento che ferisce un’anima spogliata anche della sua ultima ‘pelle, dimostra che questa esperienza è anche e soprattutto fisica, e spinge chi la prova ad isolarsi, a giocare la sua partita estrema con l’assoluto, ovvero con ciò che è sciolto da ogni vincolo, come accade al protagonista. Lancia i suoi messaggi, le sue cartoline dalla sua stanza, dall’estensione naturale dl suo corpo, vive il suo martirio in remissione di una socialità che è forse la maschera di una solitudine molto più invalidante di quella del protagonista.

Questo personaggio rappresenta la versione artaudiana del misantropo molieriano, la cui volontà di allontanamento dagli altri è equivocata. Con lo spirito di Antigone, con la scelta di cercare l’assoluto senza sconti o compromessi, di portare una comunicazione che sia una sincera condivisione, è fatale che si ritrovi, al pari dell’eroina sofoclea, chiuso in uno spazio dove “amare quelli che sa”. Ma è anche la versione maschile di una signorina Else, anche se, a differenza di lei, lui parte immediatamente dalla nudità, dal costume paradossalmente più difficile da indossare. Evoca una sorta di gemello, di doppelganger, di altro da sé in sé, di spettro da esorcizzare, di visione incogli bile dell’insconscio freudiano, di quell’essere di cui si vede solo la nuca, anzi nemmeno quella. L’attore Bruno Petrosino non fa sconti a se stesso, e si ferisce, ben oltre la carne, con parole che risuonano in tutto il corpo. Si concede cristologicamente, si consuma nel movimento, nel sudore, e nel dare alla sua nudità il sapore di un dramma insieme sacro e tremendamente umano. Guarda in se stesso l’inguardabile, esprime l’inesprimibile, fa della sua stanza, stilizzata da adesivi a terra, come gli ambienti brechtiani di Lars Von Trier, un intero mondo in cui le coordinate di spazio e di tempo fatalmente cadono sotto i colpi della corporeità. Se l’io, come intuisce il padre della psicanalisi, è “un precipitato di cariche oggettuali”, di desideri frustati, che rimbalzano contro la parete dell’individualità, la genesi e lo sviluppo di tutto questo lo vediamo in un personaggio che cerca con tutte le sue forze, ed anche oltre, di superare l’empasse che caratterizza la stessa natura umana, ovvero l’essere sì consapevole di sé, ma il dover pagare il prezzo dell’isolamento per poterlo diventare, Come un quadro caravaggesco, come un corpo dolorosamente poetico di Jarman, questa creatura prende su di sé tutte le frecce cha sarebbero destinate ad ogni San Sebastiano seduto in platea, prova a farsi divorare dai sensi del pubblico per una nuova alleanza tra platea e palcoscenico. Trova la forza di togliere quel vestitino infiocchettato che porta in dote il cosiddetto teatro confortante e di evasione, e lascia in bella vista la carne insieme disturbante e catartica.

Danilo Caravà

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