Recensione: “Casa di bambola”

bambola
foto Foccardi

Parafrasando il famoso verso della canzone dei Rolling Stones, paint it red: infatti, il rosso diventa il colore dominante di questo lavoro teatrale. Ma non è un rosso che si limiti ad esprimere con naturalezza l’emozionalità ai gradi più elevati, con la stessa prevedibilità di una rima baciata. Piuttosto, va nella direzione di un’esplorazione metafisica, di un colore di Mondrian, dell’aspirazione di esprimere more geometrico questa vicenda ibseniana. La potente intuizione di questo spettacolo è immaginare un dopo: un tentativo, da parte di Torvald, di ricomporre l’impossibile puzzle dell’abbandono della moglie. Qui la parola, lontana dal flatus vocis di certi adattamenti che puzzano di naftalina spirituale, è puro metallo tagliente, che recide la gola a ogni banalizzazione di una verità a buon mercato.

Come nelle macchine umane del Principe di San Severo, la regista possiede un segreto alchemico che le ha permesso di metallizzare l’intero sistema circolatorio di questo dramma, rendendo visibile tutto il fitto intreccio dei più sottili capillari. I bambini diventano personaggi di un quadro di de Chirico, metafisiche presenze bianche, pedoni da spostare su di una scacchiera, bonificati dall’ingombrante chiassosità degli infanti. Giocano passivamente a un due tre stai là, mossi dalla madre che cerca di farli incombere sempre più da vicino, quasi fossero una sorta di ricatto emotivo per il padre. Tutto è analizzato con una mesmerizzante spietatezza che tiene lì lo sguardo, senza che, per farlo, occorrano i divaricatori oculari di Arancia Meccanica. A un certo punto, è fatale che il confronto tra i due traguardi in una sorta di tango, la danza che si candida, più di tutte le altre, a sublimare in  geometria anche la più potente delle passioni. Dioniso ed Apollo, d’altra parte, coabitavano nel tempo di Delfi, ma ognuno in un tempo differente; qui riescono, invece, a coesistere, in una stupenda sovraimpressione fotografica. Il femminile, l’anima junghiana, ha delle abissali profondità ben lungi dall’essere rassicuranti, e questa Nora le mostra tutte.  Precipita volontariamente giù, nella tana del Bianconiglio; ma, ad attenderla, ci sarà un paese di meraviglie che fanno male, che prendono a rasoiate la carne e, insieme, lo spirito. La cognizione del dolore è uno snodo fondamentale per questa Nora, che, a differenza di Torvald, supera lo stallo, il falso movimento dell’automa bambolesco, e parte, andando in un aldilà della vicenda, che il marito non riesce neppure ad immaginare.

Torvald è costretto a rimanere nella storia; si potrebbe pensare che il suo stato sia una sorta di contrappasso dantesco, una condanna a ripetere gli eventi, con la stessa ossessività con cui vorrebbe, da marionettista, guidare la danza della moglie, ma la donna non si bagna mai due volte nel fiume di Eraclito.  Maria Laura Palmieri è una Nora completa, coreutica, vibrante di emozioni quanto la bacchetta del rabdomante, capace di contenere in sé l’apparente contraddittorietà di una dottoressa Jekyll e una Mrs. Hyde. Acquista persino una dimensione zoomorfa, entomologica, muovendosi come una sorta di stercorario in grado di fare, dei rifiuti relazionali, una perfetta sfera da scagliare addosso al marito. Massimo De Michele è un Torvald tormentatissimo, circondato da spettri ibseniani; esprime una virilità che, come un effetto red shift delle stelle in allontanamento, dal maschio alfa attraversa tutto lo spettro, approdando al maschio omega. Prova anche gli abiti femminili, e sembra un derviscio che ruota non in preda a un’ ebbrezza mistica, ma a un tornare sempre su se stessi, alla condanna di un girotondo che lo infigge nella vicenda. Stefano Braschi è un Krogstad sulfureo: incarna quell’uomo freudiano di cui vedo la nuca, diventa sostanzialmente l’inconscio della vicenda, il rimosso che si ripresenta, secondo i codici narrativi di un noir, all’interno della storia, in grado di farla detonare definitivamente. Mostra tutta, ma proprio tutta, la polvere nascosta sotto i tappeti di questa, apparentemente perfetta, coppia borghese. Un plauso particolare alla regista Ivonne Capece, che oltretutto, nel finale, trova l’insight per raccontare la trappola in cui è rinchiuso il marito, imponendogli una sorta di autopsia di luci, via via più incalzanti, in grado di restituircelo in un’immagine insieme sempre diversa, eppure sempre uguale. Gioco, set, partita, buio.

Danilo Caravà

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