ProfAmà| Marcello Maietta ed Emilia Blanca Prati raccontano “La Procura dell’Amore” «L’amore è un processo, ma il verdetto spetta al pubblico» (Pt.2)

Marcello Maietta, in total denim, ed Emilia Blanca Prati, accanto a lui, con alcuni membri della Compagnia MAI

Oltre lo spettacolo: le parole di regista e autrice che lo hanno immaginato

Di Veronica Fino

Cari Amici di ProfAmà,

Nella prima parte del nostro viaggio dentro La Procura dell’Amore, spettacolo di Marcello Maietta e della Compagnia MAI sceneggiato da Emilia Blanca Prati, abbiamo assistito a un vero e proprio processo all’amore.

Un processo che, tuttavia, non pretende di emettere sentenze: suggerisce riflessioni aperte, lascia spazio al dubbio e affida il verdetto finale al pubblico. (Voi di MilanoTeatri lo sapete molto bene -n.d.r.-).

Abbiamo osservato i due protagonisti attraversare gli anni grazie all’alternarsi delle diverse coppie di attori, vedendo i loro sentimenti prendere forma e le loro relazioni trasformarsi sotto lo sguardo attento di una platea chiamata a essere, inevitabilmente, qualcosa di più di un semplice spettatore.

Da parte mia, la messinscena è stata una scoperta. Per questo motivo, e in attesa della tournée futura, Vi invito a seguire questa brillante Compagnia e il lavoro dei suoi bravissimi attori e attrici (e di Marcello, ça va sans dire!).

Eppure, ogni spettacolo custodisce anche una storia dietro il sipario. È proprio quella che cerco sempre di raccontarVi. Così, oggi lasciamo il palcoscenico per tornare alle parole di chi questo viaggio lo ha immaginato e costruito. Marcello e Emilia ci accompagnano nel cuore della loro Procura” raccontandone la nascita, il significato del finale aperto e la loro idea di teatro come luogo di scoperta, ascolto e continua trasformazione.

Perché l’autenticità del teatro consiste nel porre domande, suscitare emozioni e lasciare a ciascuno la libertà di trovare le proprie risposte. Quelle domande, infatti, nascono molto prima del debutto: tra prove, incontri (e scontri talvolta -n.d.r.-), ricerca costante e confronto.

Ed è proprio dal confronto con Marcello ed Emilia che nasce la nostra intervista.

Buona lettura!

Veronica

Marcello Maietta e Emilia Blanca Prati e il percorso de “La Procura dell’Amore

Dopo aver assistito all’anteprima nazionale milanese de “La Procura dell’Amore”, spettacolo della Compagnia MAI fondata dall’attore, regista e musicista Marcello Maietta con l’ottima sceneggiatura di Emilia Blanca Prati, ho sentito il desiderio di condividere con Voi la nostra bellissima chiacchierata.

Li ho incontrati direttamente nel loro teatro, poco prima delle prove, e fin dai primi istanti ho percepito un’energia nuova, positiva e propositiva. L’atmosfera era quella di vecchi amici che si ritrovano per raccontarsi le ultime avventure della vita, prima ancora che del palcoscenico.

(E dopo averli visti sul palco e aver condiviso con loro anche il backstage, non posso che confermare questa prima impressione. Vogliate perdonare se noterete una piccola incongruenza temporale tra l’intervista e la recensione: in effetti c’è, perché io, Marcello ed Emilia ci siamo incontrati la sera precedente allo spettacolo. -n.d.r.-)

Come sempre, questo spazio su MilanoTeatri vuole essere soprattutto una piacevole conversazione con gli artisti. (Per le formalità, ormai lo sapete, esistono altri luoghi! -n.d.r.-) Preferisco lasciare spazio al dialogo, alle sfumature e ai pensieri che nascono spontaneamente.

Teatro, scoperta vera e pura

Per questo motivo, la nostra intervista si apre con una domanda tanto semplice quanto fondamentale, rivolta a entrambi:

VF: «Cos’è il teatro per te? Domanda apparentemente semplice...» (Mi rivolgo a entrambi, inizia Marcello, fondatore della Compagnia da cui trae il nome -n.d.r.-)

MM: «Per me il teatro è innanzitutto una scoperta. Una scoperta molto vera, molto pura.

La scoperta nasce nel momento in cui inizi a scrivere, quando prende forma un’idea o un soggetto, per arrivare infine al palcoscenico. A differenza del cinema, dove il processo creativo spesso si conclude sul set, nel teatro continua a vivere grazie all’incontro con il pubblico.

Inevitabilmente mi chiedo: Che pubblico sarà? Come reagirà? Anche questo fa parte del mio lavoro, perché cerco di intuire ciò che gli spettatori potrebbero vivere insieme a noi.

Nasco come attore e continuo a esserlo. Tuttavia, oggi porto avanti anche la regia all’interno della mia compagnia, accompagnando nuove leve in un percorso di continua scoperta.

C’è sempre il bisogno di trovare qualcosa di nuovo: attraverso una sceneggiatura, ma anche attraverso gli occhi della gente.»

La scoperta è un viaggio, anche con il pubblico

Marcello prosegue con una serenità che colpisce. È quella di chi sembra aver trovato nella propria professione non soltanto un mestiere, ma una direzione di vita, senza rinnegare la propria essenza e mettendola, anzi, al servizio degli altri.

MM: «Spesso dico ai miei attori: guardate bene qualcuno tra il pubblico. Osservatelo. Perché quello sguardo può davvero portarvi a scoprire qualcosa.

La scoperta è un viaggio. È l’evoluzione di un personaggio, ma anche di chi lo interpreta. Per questo il teatro, per me, è una scoperta continua. Una stretta di mano a occhi chiusi.»

VF: «Per te, dunque, il teatro è insieme formazione e performance. Del resto, uno dei suoi aspetti più affascinanti è proprio la connessione immediata con il pubblico e la risposta che arriva da chi assiste allo spettacolo.»

MM: «Sì. Anche perché scriviamo tutto noi. Le nostre sceneggiature sono inedite proprio per questo motivo. Altrimenti avremmo portato Pinter.» (sorridono -n.d.r.-)

A questo punto rivolgo la stessa domanda a Emilia, curiosa di capire come la sua esperienza si intrecci con quella appena raccontata da Marcello.

EBP: «Io mi aggancio molto a quello che ha detto Marcello.

Secondo me il teatro è il momento in cui un gruppo di persone, insieme al pubblico, può esprimersi ed essere completamente se stesso. Uno dà, l’altro riceve e poi, quasi naturalmente, i ruoli si invertono. In fondo, parliamo tutti la stessa lingua.

È questo l’aspetto che considero più importante. Anche all’interno della Compagnia siamo molto diversi tra noi: ognuno porta una storia personale, competenze differenti e un proprio modo di recitare. Lo stesso vale per il pubblico, che cambia ogni sera.

Eppure è proprio questa diversità a rendere il teatro straordinario. In uno stesso momento riesce a mettere in relazione persone che magari si conoscono da una vita e altre che non si sono mai incontrate prima. Così nasce una conoscenza continua tra persona, personaggio e spettatore, fondata anche su un rapporto di fiducia. Per me è, prima di tutto, un viaggio.»

Emilia racconta tutto questo con una dolcezza disarmante e, inevitabilmente, finisce per raccontare anche sé stessa. La sua idea di teatro si fonda sulla relazione, sull’ascolto e sulla capacità di creare connessioni autentiche.

La procura per l’attore: una pagina bianca, partendo dai ricordi

Riflettendoci, un’attrice o un attore lavorano quasi “per procura”: ricevono emozioni, azioni e responsabilità appartenenti al personaggio per restituirgli vita sulla scena. Se è vero che il personaggio vive nell’interprete, è altrettanto vero che, almeno per qualche ora, l’interprete finisce per vivere dentro quel personaggio.

Per questo motivo pongo loro una domanda molto personale.

VF: «Quanto c’è di vostro nei personaggi che interpretate, oltre che nelle sceneggiature e nelle storie che scrivete? Quando si lavora a un progetto con una risposta così immediata da parte del pubblico e dei colleghi, immagino che finisca per diventare parte integrante del proprio vissuto.»

MM: «Assolutamente. C’è tantissimo di noi. Prima ancora di scrivere una sceneggiatura, infatti, partiamo sempre da un lavoro personale. Partiamo dai nostri ricordi.

Il Metodo Meisner scelto da Maietta

MM: «Utilizziamo anche il Metodo Meisner* per entrare ancora di più in empatia con le nostre vite e avvicinarci gradualmente a un soggetto. Molto spesso sono io a proporlo alla compagnia; successivamente, il reparto sceneggiatura inizia a svilupparlo.»

L’obiettivo è far incontrare il nostro vissuto e il nostro percorso interiore con un personaggio e con una storia. In questo modo, si crea un dialogo autentico tra esperienza personale e costruzione scenica. È quasi un gioco, in un certo senso.

Dico sempre che un regista deve saper fare soprattutto una cosa: non soltanto tirare fuori il meglio dai propri attori e scavare dentro ciò che sono, ma riuscire anche a vedere qualcosa prima ancora di loro.

*Nota

Marcello spiega come il lavoro della compagnia si ispiri anche al Metodo Meisner, approccio ideato da Sanford Meisner che invita l’attore a reagire in modo autentico alle circostanze della scena, privilegiando l’ascolto, la verità emotiva e la spontaneità rispetto a una costruzione puramente razionale della recitazione.

Il compito della regia: l’attore è una pagina bianca

Infatti, il regista deve mettere a disposizione le proprie esperienze per regalarle agli interpreti, perché non è detto che un attore abbia vissuto le stesse situazioni. Proprio lì sta il compito della regia: accompagnarlo dentro quella dinamica e renderla autentica.»

Le parole di Maietta, artista a 360°, raccontano un approccio al teatro profondamente umano, in cui la tecnica non sostituisce mai l’esperienza personale, ma anzi la valorizza e la trasforma in materia scenica.

EBP: «Sì, anche perché l’attore è una pagina bianca. Per diventarlo, e continuare a esserlo, serve un lavoro costante. In fondo, è proprio questo il percorso della Compagnia MAI: non si tratta semplicemente di scrivere uno spettacolo o metterlo in scena da zero, ma di intraprendere un cammino continuo di crescita e ricerca.»

La catarsi attraverso il personaggio: “come in una lavatrice”

L’attrice de La Procura dell’Amore riprende il discorso con una metafora che mi colpisce e, lo ammetto, mi diverte anche molto (rende perfettamente l’idea della purezza che trasmette quando parla -n.d.r.-).

EBP: «Ci riempiamo del personaggio, ma nel frattempo resta sempre il nostro vissuto, quello che stiamo vivendo nel presente. È come una lavatrice.

Continuiamo a utilizzare e ripulire. Utilizzare e ripulire. È una crescita costante.»

MM: «Sì, esatto. Sia individuale sia collettiva.»

Le sue parole mi riportano immediatamente a un’immagine precisa.

VF: «Mi ricorda il concetto della catarsi greca.»

Marcello annuisce con un sorriso.

La nascita della compagnia: il percorso di una grande famiglia

VF: «Da quanti anni esiste la Compagnia MAI? Come nasce? Raccontatemi un po’ la storia della compagnia, poi parliamo dello spettacolo.»

MM: «La compagnia nasce nel 2017. L’ho fondata per un’esigenza molto precisa. Non c’era principalmente l’idea di creare una compagnia, quanto quella di creare un gruppo di persone che avessero la mia stessa voglia, la mia stessa frenesia, il mio amore per questo mestiere. E attenzione: amore e arrivismo sono due cose completamente diverse. (non posso che condividere… -n.d.r.-)

Volevo un percorso a tutti i costi. Non un corso, ma un percorso. Una strada nella quale si partisse tutti da zero. Chi aveva più esperienza e chi ne aveva meno, per me, non faceva differenza.

Scovare il talento

Maietta è, in sostanza, un artista generoso: ha fondato buona parte del suo lavoro sulla ricerca e valorizzazione di quei talenti spesso lasciati in ombra.

«Avevo soprattutto la necessità — e ce l’ho ancora oggi — di essere una sorta di talent scout. Cercare quegli attori e quelle attrici che, per un motivo o per l’altro, non venivano considerati.

Difatti, questo mestiere ha anche una faccia molto dura: siamo in tanti. Purtroppo, non esiste quasi più quella figura che una volta girava teatri, cinema e televisione alla ricerca di nuovi talenti da scoprire e valorizzare.»

(Si ferma per un secondo. Poi chiede, con fare sarcastico eppur malinconico -n.d.r.-)

«E poi un talento, se nessuno lo scopre, rischia di rimanere un talento sprecato.»

Partire da casa, indipendenti: “tutto frutto del nostro lavoro”

MM: «L’idea era quindi quella di lavorare su quel talento, ripartendo da capo e cercando di dare a queste persone — e anche a me stesso — la possibilità di continuare a fare il nostro lavoro anche quando non siamo su un set o in scena per conto di altri. Partire da casa.»

VF: «Mi piace questo concetto, quello di casa, e, allo stesso tempo, di famiglia.»

Maietta prosegue: «È quello che siamo. Dal 2017 a oggi nella compagnia sono passati circa ottantacinque, ottantasette, ottantotto attori. Non siamo ancora arrivati a novanta.»

VF: «Un numero incredibile!»

Un piccolo miracolo

Continua l’artista romano:

«La cosa che mi rende orgoglioso è che gran parte di loro oggi lavora. Prima facevano molta più fatica. Mi piace pensare che, in un certo senso, abbiamo compiuto un piccolo miracolo e che continuiamo a farlo. Noi non utilizziamo enti, non abbiamo privati che ci sostengono.

È tutto frutto del nostro lavoro. Cerchiamo di autosponsorizzarci e anche questo fa parte del mestiere. In aggiunta a ciò, quando esce un mio lavoro al cinema o in televisione, colgo sempre l’occasione per promuovere la compagnia e i ragazzi che ne fanno parte.

È un passaparola indipendente. Forse siamo davvero indipendenti. Anche perché oggi, la parola “indipendente” viene usata quasi come fosse un genere artistico. Per me, invece, l’indipendenza è un’altra cosa.»

In definitiva, molto più profonda.

VF: «Sì, è anche un modo di vivere… (sorridono compiaciuti -n.d.r.-) Ed è anche encomiabile, perché in un sistema così caotico e spesso influenzato da dinamiche esterne, non è affatto scontato.»

L’indipendenza di ProfAmà

Lo scambio con Emilia e Marcello mi porta quindi a condividere una riflessione personale sulla nostra rubrica e sul valore dell’indipendenza.

VF: «Credo che il pubblico abbia bisogno di conoscere l’unicità di chi ha davanti. Non solo il personaggio o il professionista, ma anche la persona che c’è dietro, con il suo percorso umano. È anche per questo che cerco di lasciare spazio a conversazioni sincere, capaci di restituire non soltanto il lavoro artistico, ma anche le emozioni, i dubbi e la verità di chi lo vive ogni giorno.

In quest’ultimo anno, infatti, ho avuto la fortuna di dialogare con moltissime persone e, quasi ogni volta, ho scoperto aspetti che non conoscevo o che, semplicemente, avevo sottovalutato.»

Per questo motivo, trovo encomiabile il lavoro della Compagnia MAI, non solo di Marcello Maietta performer.

VF:« Voi lavorate su voi stessi, ma, allo stesso tempo, fate crescere gli altri. Così facendo, riuscite a creare qualcosa di autentico. E questo, no, non è affatto scontato.»

Aguzzare la verità

Le mie parole introducono una riflessione del regista che mi colpisce per la lucidità e la connessione col mio pensiero.

MM: «Noi diciamo sempre una cosa: non è il bisogno ad aguzzare l’ingegno, bensì il bisogno ad aguzzare la verità. Ci piace pensarla così. Perché quando fai davvero qualcosa che ami, l’ingegno arriva quasi da solo.

Molte delle situazioni che hai descritto, secondo me, nascono dal fatto che spesso le persone non abbiano il coraggio di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. Anche economiche.»

«Di conseguenza (fra un sospiro e una presa di respiro nuovo, più forte e vigoroso- seguita Marcello -n.d.r.-) -si finisce per lavorare più per immagine che per convinzione, con la paura che, se non si appare continuamente impegnati, qualcuno possa pensare che non si sappia fare questo mestiere.»

Non fare, ma agire dentro ciò che ami fare

MM: «Per me, invece, non conta fare. Conta agire dentro ciò che ami fare.»

Con l’evidente condivisione del pensiero della sceneggiatrice dai profondi occhi azzurri, Marcello fa un’analisi reale e moderata delle motivazioni dietro determinati atteggiamenti di colleghi. Senza però giustificarli appieno. Come nel suo teatro, suggerisce riflessioni.

«Se cambi personalità tra quello che racconti e quello che sei davvero, allora qualcosa non funziona. Se maltratti gli attori o le persone, se il tuo comportamento è distante dai valori che professi, entrano in gioco l’ego e una certa infelicità.

Noi, al contrario, abbiamo una grande serenità perché facciamo ciò che ci piace. E quando ci chiedono se riceviamo aiuti particolari, la mia risposta è sempre la stessa: venite a vedere quello che facciamo.»

«Venite a vedere»: l’invito corale di Marcello Maietta, di Emilia Blanca Prati e dei tanti artisti di MAI. Semplice ed essenziale, aperto alle risposte che chi assiste trova. Di nuovo, il concetto di condivisione.

Una casa itinerante, tutta italiana con tanta voglia di fare, insieme

Certo, oggi gli autofinanziamenti a teatro non sono poi così frequenti.

MM: «Quello che possiamo offrire è tanta voglia di fare. Noi siamo sempre insieme, viviamo la compagnia come una famiglia. Siamo partiti da Roma. Poi Bologna. Poi Milano. Tre anni e mezzo qui a Milano, e da settembre torneremo a Roma. Abbiamo persino cambiato città insieme. E questo dice molto, perché le persone non seguono Marcello Maietta; seguono, invece, un percorso condiviso. Una famiglia.»

VF: «È questo che più colpisce. La dimensione familiare»

(E ancor più il modo di Marcello Maietta, l’uomo oltre l’artista, in cui la descrive. Così come fa Emilia Blanca Prati, con il suo volto gentile. n.d.r.-)

«Tutto fa parte della bellezza stessa di questa realtà»

Una crescita professionale completa: la responsabilità per Maietta

EBP: «Non ci si scavalca mai. Si cresce molto più serenamente, perché perché poi ognuno ha il proprio percorso. Su ottantacinque persone sono passate storie diversissime. C’è chi resta, chi inizia a lavorare o sceglie altre strade. La cosa bella è che chi continua il percorso cresce anche nelle competenze. All’inizio era Marcello a scrivere praticamente tutto, ora siamo in quattro a farlo, affiancando la regia. Io stessa faccio parte dell’organizzazione; da attrice, nel tempo, ho sviluppato altre competenze. Ognuno di noi ha una responsabilità, che è una responsabilità in cui crediamo. Non viene assegnata per simpatia o per altri motivi.

VF: «C’è molta comunicazione. E qualche piccolo battibecco, tipico delle famiglie?»

EBP: Come in tutte le famiglie esistono momenti di confronto, che poi per fortuna si risolvono.»

MM: «Pensa che oggi arriveranno sette attori e attrici della compagnia da Roma e da Bologna, benché non facciano parte dello spettacolo. Vengono semplicemente per condividere con noi questo momento. E questo, secondo me, racconta già molto di quello che siamo.

VF: «Credo sia questo il motivo per cui fate ciò che fate. Come vi piace, realizzandolo nel modo in cui lo avete pensato, vissuto e, nondimeno, voluto far vivere anche agli altri.»

Il senso della provocazione a teatro

Il ricordo di una messinscena apprezzatissima, che rievoca come l’amore sia la sola potenziale chiave di vittoria, è rimasto impresso a Maietta.

MM: «Anche perché noi andiamo sempre molto diretti. Ricordo un critico che, parlando di uno spettacolo che portammo in scena nel 2023, L’anima sul precipizio, disse di aver riscoperto Pasolini attraverso il nostro lavoro. Non perché volessimo imitare Pasolini, ma perché la provocazione era la stessa.

E secondo me, se fai arte senza voler provocare qualcosa dentro qualcuno, allora viene meno una parte fondamentale del senso stesso dell’arte.»

Più in dettaglio, Marcello Maietta spiega una caratteristica del suo teatro, che non è mero intrattenimento, nonostante la lente dell’ironia che ne accomuna i lavori:

«Noi non facciamo intrattenimento. Per meglio dire, non è quello il nostro obiettivo principale.»

Arte, ricerca e indipendenza : raccontarsi con energia condivisa

Ci addentriamo su un tema spinoso, quello della crisi di teatro e cinema e delle difficoltà del settore culturale.

L’artista romano, come performer teatrale, cinematografico e musicista, rivendica il valore di ricerca artistica e indipendenza della creatività.

In merito, afferma:

MM: «Oggi si parla molto della crisi del cinema e della mancanza di fondi. Io credo che bisognerebbe fare un passo indietro e chiedersi dove vadano certe risorse. L’intrattenimento può trovare finanziamenti privati; l’arte, invece, dovrebbe essere sostenuta proprio perché è ricerca.

Che si tratti, ad esempio, di opere prime, spettacoli indipendenti, e percorsi che cercano linguaggi nuovi. Noi non cerchiamo di vendere i nostri spettacoli. Ci interessa piuttosto trovare qualcuno che creda nel progetto e ci permetta di portarlo in teatri nuovi, davanti a pubblici nuovi.

Non sogniamo tournée da cinquanta date. Per fortuna lavoriamo anche fuori dalla Compagnia: facciamo cinema, televisione e musica. Ogni esperienza vissuta all’esterno torna poi a nutrire il lavoro della compagnia.»

Quel nucleo energetico che si alimenta di nuove esperienze

Marcello Maietta: «È quasi un nucleo energetico: una volta terminato un set, torniamo qui e riprendiamo, continuiamo a lavorare. Ed è proprio questa continua contaminazione a darci una quantità enorme di energia.»

Parole, queste, che ben riassumono la filosofia della compagnia MAI: un progetto nato da un’idea dello stesso Marcello Maietta basato sulla condivisione. Esso è successivamente cresciuto con un costante lavoro imbevuto della gioia e della volontà di sperimentare.

Senza cercare strade più semplici. Una realtà che, al centro, ha sempre il percorso creativo di cui i due hanno evidenziato le scelte all’inizio della nostra conversazione. Fermi sulla creatività, meno attenti -senza ipocrisie o imbonitori- al risultato finale.

VF: «Quindi potremmo dire che il pubblico si troverà davanti a un percorso di energia condivisa!»

MM: «Sì, assolutamente»

La Procura dell’Amore: lo spettacolo

Dopo aver raccontato la nascita della compagnia MAI e il loro modo di intendere il teatro, spostiamo la conversazione sullo spettacolo in anteprima nazionale.

VF: «Parliamo de “La Procura dell’Amore” … Che cosa dobbiamo aspettarci?»

EBP: « La Procura dell’Amore nasce da un’ispirazione a Dieci Capodanni, la serie di Rodrigo Sorogoyen disponibile su RaiPlay.
Nella serie seguiamo una coppia attraverso dieci Capodanni consecutivi, quindi dieci anni della loro vita. Noi abbiamo preso quello spunto e lo abbiamo completamente rielaborato. Innanzitutto, perché in scena non siamo in due, ma in dieci. In più, raccontiamo l’amore sotto tantissimi punti di vista. Romantico, tragico; dalla gioia alla provocazione, fino alla sessualità. Vogliamo essere naturali e schietti.

In particolare, vogliamo lasciare una domanda aperta a ogni spettatore.»

Un “processo all’amore”

Il fondatore di MAI interviene per spiegarci la struttura drammaturgica dello spettacolo, costruita attorno a una metafora tipica dell’ambito giudiziario. Per farlo, prende e mostra per un istante il copione. (Emozionata, io… strano a credersi, eh?! n.d.r.)

Marcello Maietta: «Per me è un’evoluzione dell’amore. Ho deciso di strutturare lo spettacolo in cinque capitoli, rappresentati da cinque coppie differenti e costruire una metafora in cui l’amore viene osservato quasi come se fosse un processo.
Nello specifico, i titoli sono: La scelta del testimoneFalsa testimonianzaOmissioneRinvio a giudizioRicerca di un nuovo testimone, e, infine, Arringa finale. Esattamente come in un tribunale».

La spiegazione drammaturgica del processo

L’obiettivo, però, non è fornire risposte definitive, ma suggerire domande.

MM: «La metafora per me è importante. Anche quando si sceglie la provocazione: una storia d’amore è fatta di salite, discese, interrogativi e contraddizioni. Noi non abbiamo la presunzione di dare risposte. Non vogliamo spiegare alle persone come vivere una relazione. Al contrario, vogliamo offrire spunti di riflessione e osservare insieme certe dinamiche, tanto da un punto di vista maschile quanto da uno femminile».

Interviene Emilia.

EBP: «E lasciare che sia il pubblico a trarre le proprie conclusioni».

Il cosiddetto verdetto, in definitiva, per restare nella metafora.

Sì, perché alla base dello spettacolo c’è una drammaturgia profonda e riflessiva, attraversata da quei momenti di ironia che sono ormai il tratto distintivo del lavoro di Marcello Maietta.

VF: «In questo senso assisteremo a un dibattito?»

MM: «Esattamente. Oggi si parla continuamente di ciò che si può dire e di ciò che non si può dire. Personalmente credo che la comicità e l’arte abbiano perso qualcosa per strada. La provocazione non dovrebbe essere un’aggressione, ma uno stimolo. Il problema non è tanto ciò che viene detto, quanto come viene ascoltato».


Il teatro come spazio di verità

Tra i temi emersi durante la conversazione, uno in particolare mi ha colpita: il rapporto tra arte, comunicazione ed espressione libera.

Per Marcello Maietta, infatti, oggi il rischio è quello di vivere in una società sempre più condizionata dalla paura di essere fraintesi.

MM: «Siamo spesso bloccati dal timore dei fraintendimenti».

La sua osservazione mi porta a una riflessione personale.

VF: «Il problema della comunicazione non riguarda soltanto chi parla, ma anche chi ascolta. Ognuno porta con sé un bagaglio personale che inevitabilmente influenza il modo in cui percepisce le cose».

Da qui nasce una considerazione più ampia sul valore della provocazione artistica e sul rischio dell’omologazione.

MM: «Mi sembra che oggi ci vogliano tutti un po’ omologati. Nel mondo artistico sembra esserci una tendenza a uniformare tutto: lo stesso pensiero, lo stesso linguaggio, lo stesso modo di esprimersi. E invece la diversità è fondamentale. È proprio dal confronto tra persone differenti che nasce lo scambio».

Da milanese nel mondo, non posso fare a meno di osservare come troppo spesso si finisca per classificare ogni cosa, sminuendo il valore della differenza invece di riconoscerla come una ricchezza.

Al di là degli hashtag, le persone

La riflessione con il duo Emilia Blanca Prati e Marcello Maietta prosegue quasi naturalmente.

VF: «Siamo diventati tutti un po’ hashtaggati. Tutti vogliono distinguersi, ma poi ogni differenza viene immediatamente classificata. Io preferisco guardare la persona che ho davanti, parlarci e ascoltarla».

MM: «Ascoltare il suo modo di stare al mondo. Secondo me il teatro dovrebbe tornare proprio a questo: dare voce alle persone, alla loro verità, non a ciò che si presume debbano dire».

Una visione condivisa anche da Emilia, che sottolinea la volontà della Compagnia MAI di costruire un’identità autentica e riconoscibile.

EBP: «Cerchiamo di scrivere ciò che sentiamo davvero, sempre nel rispetto degli altri, ma senza rinunciare alla nostra voce. Quello che vedo spesso in giro è una mancanza di sorpresa, una mancanza di originalità. Gli stessi spettacoli, gli stessi meccanismi. Remake di remake, cover di cover. Noi invece cerchiamo di raccontare qualcosa di nostro».


Finali senza finali: il pubblico completa il percorso

Se il teatro, secondo la Compagnia MAI, deve dare voce alla verità delle persone, è naturale che rifiuti anche l’idea di imporre un’unica interpretazione. Per questo motivo torno su un aspetto che considero uno dei tratti più affascinanti della loro poetica: il finale aperto.

MM: «I finali aperti sono uno dei nostri marchi di fabbrica. Non ci interessa dire al pubblico che cosa deve pensare. Preferiamo lasciare una porta aperta, un dubbio, una possibilità. Durante lo spettacolo possono esserci momenti più provocatori, altri più leggeri, altri ancora più emotivi. Ma il finale resta aperto, perché vogliamo che sia lo spettatore a completare il percorso. Noi lasciamo un pensiero, poi sarà lui a portarselo a casa, magari a riprenderlo il giorno dopo o a discuterne con qualcuno.»

VF: «E immagino che il pubblico poi vi restituisca spesso interpretazioni differenti.»

EBP: «Moltissimo. Ed è una delle cose più belle. Capita spesso che uno spettatore venga da me e mi chieda se volessimo dire questo o quello in una scena, o quale fosse il significato di un determinato colore. A volte scopriamo interpretazioni che nemmeno avevamo previsto. Ci piace lavorare sui simboli, sulle parole e sulle forme.»

Poi sorride e aggiunge una frase che, da sola, riassume il loro approccio:

EBP: «Non siamo didascalici. Non ci interessa spiegare tutto. Preferiamo che alcune cose vengano lette, scoperte e interpretate da chi guarda.»

L’abbattimento della IV parete per arrivare al vero più autentico

La stessa filosofia si riflette nel lavoro dell’attore e nella ricerca della verità scenica.

MM: «Ci piace abbattere la quarta parete. Puntiamo sempre alla verità. Non basta sapere le battute: bisogna viverle. Il teatro insegna a portare la voce, ma portare la voce non significa perdere l’autenticità. La difficoltà è proprio questa: far arrivare la voce fino in fondo alla sala senza perdere la verità del personaggio.»

In seguito Marcello Maietta amplia il ragionamento, spiegando come questa ricerca si traduca anche in un dialogo continuo tra linguaggi differenti.

MM: «Combattiamo molto per un’idea di teatro che dialoghi con il cinema, perché per noi il confine tra teatro e cinema è molto più sottile di quanto spesso si pensi. Puntiamo sempre alla verità. È un aspetto sul quale insisto moltissimo.

Spesso lavoriamo con attori molto preparati e performativi, ma a me interessa soprattutto la sostanza.»

“Non basta sapere le battute: bisogna viverle”

Una contaminazione di mezzi artistici

MM: «Il teatro insegna a portare la voce, ed è giusto, ma portarla non significa perdere la verità. La sfida è far arrivare quella voce fino all’ultima fila senza rinunciare all’autenticità del personaggio.»

Pertanto, per questo lavoriamo sulla ricerca, sulla costruzione interiore e sul vissuto. Non vogliamo semplicemente recitare una battuta: vogliamo viverla. Forse è anche per questo che molti di noi lavorano tra teatro, cinema e televisione, cercando continuamente di contaminare un linguaggio con l’altro.»

Non a caso, la ricerca attraversa l’intera poetica della Compagnia MAI e trova piena espressione anche ne La Procura dell’Amore, una pièce che sceglie di interrogare il pubblico senza offrire risposte preconfezionate, lasciando spazio al dubbio, alla riflessione e al confronto.

Dissennatezze e contraddizioni del politicamente corretto

La conversazione si sposta poi su un tema particolarmente attuale: la difficoltà di esprimersi liberamente senza il timore di essere fraintesi.

MM: «Oggi il problema è che sembra si abbia paura di dire qualsiasi cosa.»

La sua osservazione mi porta a condividere una riflessione personale.

VF: «Credo che oggi molte persone finiscano per filtrare ciò che pensano per paura di essere fraintese. Eppure il problema della comunicazione non riguarda soltanto chi parla, ma anche chi ascolta e interpreta le parole attraverso il proprio vissuto. Per questo motivo, quando una provocazione nasce con onestà e con l’intento di stimolare un confronto, può trasformarsi in un prezioso strumento di dialogo.»

Marcello, quindi, amplia ulteriormente il discorso, soffermandosi sulle contraddizioni che, a suo avviso, caratterizzano il panorama artistico contemporaneo.

Maietta: “La diversità è fondamentale”

MM: «Sai, io faccio anche musica e me ne accorgo continuamente. Nel mondo artistico sembra esserci una tendenza a uniformare tutto: lo stesso pensiero, lo stesso linguaggio, lo stesso modo di esprimersi. E invece la diversità è fondamentale. È proprio dal confronto tra persone differenti che nasce lo scambio.

Tu sei fatto in un modo. Io in un altro. Una terza persona sarà ancora diversa. Ed è lì che nasce qualcosa di interessante. Oggi, invece, sembra che per ogni comportamento, caratteristica o modo di essere ci sia subito un’etichetta.»

Al di là degli hashtag, le persone

Le sue parole trovano immediatamente un punto di contatto con la mia esperienza.

VF: «Siamo diventati tutti un po’ hashtaggati. Tutti vogliono distinguersi, ma poi ogni differenza viene immediatamente classificata. Io preferisco guardare la persona che ho davanti, parlarci e ascoltarla. Se condivido ciò che dice, il dialogo continua. Se non lo condivido, comunque ascolto. Perché rispetto il suo spazio e la sua posizione.»

MM: «Il suo modo di stare al mondo. Secondo me il teatro dovrebbe tornare proprio a questo: dare voce alle persone. Alla loro verità. Non a ciò che si presume debbano dire.»

Una visione condivisa anche da Emilia Blanca Prati, che ribadisce la volontà della Compagnia MAI di mantenere una voce artistica riconoscibile e autentica.

EBP: «Per questo cerchiamo di scrivere ciò che sentiamo davvero. Sempre nel rispetto degli altri, ma senza rinunciare alla nostra voce. Quello che vedo spesso in giro è una mancanza di sorpresa. Una mancanza di originalità. Gli stessi spettacoli. Gli stessi meccanismi. Remake di remake. Cover di cover. Noi invece cerchiamo di raccontare qualcosa di nostro.»

VF: «Quindi cercate di restituire una voce autentica, evitando di appiattirvi su formule già esistenti.»

EBP: «Esattamente.»

L’anteprima nazionale de La Procura dell’Amore

Dopo aver condiviso la visione artistica che anima la Compagnia MAI, la nostra conversazione torna naturalmente sullo spettacolo e sull’emozione dell’imminente debutto.

VF: «Riguardo la messinscena…»

MM: «Si tratta di un momento molto importante per noi. L’anteprima nazionale: siamo i primi a portare in scena una storia ispirata a Dieci Capodanni e siamo molto emozionati. Abbiamo scelto anche di limitare i posti disponibili, perché desideriamo condividere questa serata speciale con il nostro pubblico. Negli anni si è creata una vera e propria fanbase e le prevendite stanno andando molto bene. La soddisfazione più grande è vedere persone che continuano a tornare. Probabilmente sarà anche lo spettacolo più intimo che realizzeremo, perché rappresenta l’ultima anteprima che presenteremo a Milano.»

Milano, una tappa di crescita…

L’argomento si sposta quindi sul legame tra la compagnia e il capoluogo lombardo.

VF: «Quindi poi ripartirete da Roma?»

MM: «Sì, ma continueremo comunque a tornare a Milano. È la città che ci ha permesso di compiere un passo importante nella nostra evoluzione.»

Anche Emilia Blanca Prati conserva un ricordo intenso di questi anni.

EBP: «Ho vissuto qui quasi quattro anni. Milano è una città severa: ti dà tanto, ma non ti regala niente. Le devo molto. Mi ha fatto crescere e mi ha costretto a guardarmi dentro, sia come persona sia come professionista. Mi ha dato ciò che doveva darmi. A un certo punto, però, ho capito che la mia strada sarebbe proseguita altrove. Questo non significa che non le sia grata. Anzi, torneremo sicuramente.»

… E quel legame speciale tutto meneghino

Anche Marcello Maietta conserva un legame speciale con la città.

MM: «Frequentavo Milano già tra gli anni Duemila e il 2010 grazie a un caro amico, Filippo Timi. Mi portava spesso in giro e mi diceva: “Prima o poi arriverai qui”. All’epoca ero un pischelletto, come diciamo a Roma, ma alla fine aveva ragione. Quando ho deciso di spostare la compagnia prima a Bologna e poi a Milano, c’era anche quella intuizione.»

In seguito, il suo sguardo si allarga al sistema teatrale italiano:

Il diritto di opporsi

MM: «Milano mi ha dato la possibilità di sperimentare molto. In quegli anni, a Roma il contesto era diverso e molti teatri stavano chiudendo. Ho cercato di difendere realtà importanti partecipando anche alle occupazioni. Milano, invece, viveva una fase di crescita. Oggi, però, vedo anche alcune contraddizioni: se prima c’erano sedie di legno, oggi ci sono sedie di ferro da lucidare prima di potersi sedere. A volte si confonde l’arte con l’idea che si debba soffrire per forza. E questo non mi piace.»

VF: «Credo però che abbiate scelto il posto giusto per il momento che stavate vivendo. Quando un luogo smette di farti stare bene, è giusto riconoscerlo e magari tornare dove senti di poter crescere ancora.»

MM: «Esatto»

Milano non sarà mai una nostra ex

È semplicemente una persona che continui ad amare, pur sapendo che in questo momento avete obiettivi diversi

EBP: «Era una città che dovevamo attraversare. Una tappa necessaria, una palestra. Vivere a Milano ti insegna molto.»

Anch’io condivido una riflessione personale.

VF: «Sono milanese e devo ammettere che la città è cambiata parecchio. È diventata più classista, a volte più arida. Eppure continua a nascondere luoghi straordinari, proprio come questo teatro. Io stessa non lo conoscevo, nonostante viva qui vicino. È anche per questo che mi piace continuare a scoprire posti e persone.»

Sorridono.

VF: «È stato davvero un piacere essere qui, conoscere questo spazio e parlare con voi.»

EBP: «Per noi è stato molto bello. Molto appagante.»


Un arrivederci, non un addio

Terminata la nostra conversazione, saluto Marcello ed Emilia con la sensazione che mi servirà del tempo per elaborare tutto ciò che mi hanno trasmesso. Un ringraziamento va anche a Valentina, attrice e Ufficio Stampa della Compagnia MAI, che ci ha accolti e accompagnati con grande disponibilità fino al termine della serata.

La coerenza di pensiero di Marcello Maietta, Emilia Blanca e gli altri di MAI

Ripensando alle loro parole, resto colpita soprattutto dallo spirito libero che attraversa l’intera Compagnia. È una caratteristica che ritorna continuamente, anche quando non viene espressa a voce: si coglie nei gesti, nella serenità con cui affrontano il lavoro e nella trasparenza dei loro sguardi.

Il fil rouge che unisce la loro poetica, il modo di fare teatro e persino la loro visione della vita sembra essere uno solo: affidare al pubblico il compito di interrogarsi, senza imporre risposte preconfezionate.

Al contrario, ogni spettacolo invita a continuare a riflettere anche dopo il sipario.

La lealtà verso se stessi

Un altro elemento che mi ha colpita è la coerenza con cui Maietta e Blanca Prati scelgono di restare fedeli a se stessi.

In un panorama che spesso rincorre formule già collaudate, la Compagnia MAI preferisce seguire una strada personale, accettando il rischio di sperimentare, sbagliare, crescere e distinguersi.

In un tempo che tende a incasellare persone e idee dentro categorie sempre più rigide, il loro percorso rappresenta un invito a riscoprire il valore dell’autenticità e della libertà creativa.

Tanto da vivere e far vivere

Li saluto infine con il cuore pieno, ma allo stesso tempo leggero: ricca di spunti, riflessioni e con la sincera curiosità di ritrovarli presto, sul e fuori dal palco.

Perché, dopo averli conosciuti, ho la sensazione che abbiano ancora tanto.

Non solo da dire e da dare.

Ma anche tanto da condividere e, soprattutto, tanto da vivere e far vivere.

Veronica Fino

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Veronica Fino, classe 1983, Milanese di nascita e convinzione ODG Lombardia, Direttivo GATaL Lombardia, autrice, planner, Social Event e Media Management. Scrivo, leggo, descrivo, dipingo, organizzo, fotografo, non sempre con il medesimo ordine.

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