Recensione: “La plaza”

la plaza

Visionario. questa parola ha diversi significati radicalmente opposti l’uno con l’altro: Che ha delle visioni, delle apparizioni soprannaturali o delle allucinazioni visive; Che immagina e ritiene vere cose non rispondenti alla realtà, o elabora disegni inattuabili. Nelle opere figurative prodotte da artisti, per lo più autodidatti, schizofrenici o comunque affetti da disturbi psichici; nella critica cinematografica, invece, il termine è usato con riferimento a registi particolarmente dotati della capacità di creare situazioni e immagini fantastiche, irreali e di forte impatto visivo.

Nelle definizioni dei dizionari, però, ne manca una, espressa in modo potente da Vasilij Kandinskij: l’arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro.

In questo nuovo lavoro “La Plaza” della compagnia El Conde de Torrefiel, coprodotto con FOG, Triennale Milano Performing arts, la parola Visione riesce a raccogliere la moltitudine di aspetti contrastanti presenti al suo interno.
Questo progetto è una sfida costante allo spettatore spinto a guardare attraverso gli occhi degli artisti della compagnia, per cogliere segnali e presagi di un mondo che, in poco più di cinquant’anni, ha cambiato completamente la sua prospettiva del futuro.

Durante tutto lo spettacolo si è come seduti su una sedia di un bar davanti a una grande piazza che continua a cambiare. La voce narrate da forma a un pensiero inespresso, come fosse la nostra voce-off in un film. Osserviamo Prima un’opera positiva, come un totem di fiori e di luci di raro fascino e bellezza, e allo stesso tempo la tomba di qualcosa che andato perso nella nuova configurazione sociale, sempre più globale. Dall’immagine successiva però, quanto l’uomo non sia pronto a questo cambiamento, risulta subito chiaro. La piazza si riempie di volti anonimi. Solo gli abiti definiscono i ruoli e le culture, i veri protagonisti di questo lavoro. Il militare armato in mezzo a donne al mercato, la donna sola e abusata, gli uomini persi nella loro quotidianità e nelle loro passioni. Una passeggiata in piazza, la visita di un museo, l’ascolto di un concerto, una passeggiata solitaria. Questa quotidianità porta con sé simboli e segnali che la compagnia trasforma in un monito di grande potenza visiva. L’espressione di un processo mentale volto alla presa di coscienza che si chiude con un dolce addormentarsi e la speranza un nuovo risveglio.
Questi pensieri sono spesso estremi e a volte sul limite della stereotipizzazione. La compagnia non ha mezze misure nel provocare e nel prospettarci una visione di uomo incline al nulla e passivo al cambiamento che loro auspicano. Una presa di coscienza, appunto, che spinga a uscire da un agire autodistruttivo volto a portarci sempre a tornare al peggio di noi, alla guerra, alla dominazione degli altri. Allo stesso modo ti pongono davanti a questa piazza per cogliere i segnali e per volere di più, per cercare bellezza e una nuova visione del mondo.

Michele Ciardulli

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