Recensione: “(S)legati”

(S)legati

Quella raccontata da Mattia Fabris e Jacopo Maria Bicocchi, S(LEGATI), vista a Teatro del Borgo sabato 24 febbraio, è una storia drammaticamente reale, una storia così vera da sembrare finta, perfetta per il teatro.

Narra della vicenda di due alpinisti inglesi, Joe Simpson e Simon Yates, e del loro sogno ambizioso di essere i primi a scalare il Siula Grande (vetta del Perù) dalla parete ovest.
I due, dopo mille difficoltà, riescono finalmente a raggiungere la vetta, inconsapevoli, però, che la montagna non ha ancora mostrato, per loro, il peggio di sé.
Joe, durante la discesa, si rompe una gamba. I due sanno quanto possa essere drammatico e quasi sicuramente irrisolvibile, su quelle cime, un evento di questo tipo ma sono amici, LEGATI profondamente fra loro e Simon non se la sente di abbandonare il compagno. Escogitano quindi un sistema per riuscire comunque a scendere e raggiungere il campo base. Ma questo metodo, che all’inizio sembra essere perfetto, ben presto si rivela tutt’altro che infallibile e Simon si ritrova costretto a fare ciò che nessuno vorrebbe mai fare. DEVE tagliare la corda.
DEVE S(LEGARSI) dall’amico.
Il ritorno al campo base lo getta nello sconforto e nel senso di colpa ma, come sempre, la montagna riserva delle sorprese.

Lo spettacolo è pensato per essere rappresentato in ogni luogo e, in effetti, i due protagonisti, amici e appassionati di montagna che hanno incontrato questa storia proprio in una città circondata da vette bellissime, si sono inventati una formula del tutto particolare per diffondere il loro spettacolo, una tournée nei rifugi in alta quota. Di giorno camminano e la sera mostrano il loro lavoro agli avventori del ricovero montano.

I due protagonisti, in una straordinaria interpretazione, sono capaci di tenere il pubblico incollato per un’ ora è mezza senza quasi nessun tipo di ausilio tecnico. Le luci, infatti, sono un piazzato bianco per l’intera rappresentazione, le musiche sono solo evocative ed usate come sottofondo per alcune scene drammatiche e i due attori adoperano “solo” una corda per l’intero spettacolo. Una corda che viene usata per rappresentare tutto: la loro tenda, i profili della montagna, il loro profondo legame personale.

Il pubblico è portato a vivere l’esperienza con un tale coinvolgimento che pare di essere in quei luoghi per tutto il tempo. La voglia è quella di alzarsi dalla sedia e aiutare i due scalatori in difficoltà perchè la rappresentazione è talmente reale e realistica che non si può farne a meno.

Interessante la modalità di racconto della vicenda. I due, spesso, non usano il dialogo diretto come forma di racconto ma tendono ad usare una sorta di narrazione dialogica che li mette in forte relazione ma, allo stesso tempo, li separa creando un interessante movimento narrativo.
Inoltre i due decidono di rimanere entrambi sulla scena quando, nella vicenda reale, sono insieme, quando invece la storia li separa scelgono di alternarsi sul palco in modo da rendere ancora più forte il senso di solitudine.

Un lavoro davvero straordinario quello di Fabris e Bicocchi profondamente in sintonia fra loro, con il pubblico e con la vicenda, capaci di coinvolgere, emozionare e anche far divertire chi li guarda.

“Quelle rocce innalzatisi in forma di mirabile architettura, ora solcate da nuvole tempestose che pesano sullo spirito come una cappa di piombo, suscitano in noi delle sensazioni che non si dimenticano più” Walter Bonatti

Francesca Tall

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