Recensione: “Munch”

munch

Un urlo vi seppellirà

Corrado Accordino, con la produzione di Compagnia Teatro Binario 7, porta in scena al Teatro Libero, nella duplice veste di autore ed interprete, Munch, nella forma di un organismo totale, dove l’anima ed il corpo formano un tutt’uno, come l’impasto dei colori sulla tavolozza. Diventa un’efficace stand-up tragedian in grado di portare lo spettatore nel suo abisso interiore, che diventa, per estensione, quello di un secolo, il novecento, devastato dal cri de guerre.

Si presenta come un Caligari espressionista, dal trucco cereo ed una tuba stevensoniana, da dottor Jekyll imbastardito da Hyde, come nel meraviglioso monologo di Spencer Tracy. Per dirla, o meglio per scriverla, alla Rimbaud, “Je est un autre” in questo Munch in cui le parole scorrono libere come in un magma, in un ininterrotto flusso di coscienza, dove a parlarci è il suo daimon interiore, le forze che s’agitano sotto il velo di Maya. Il significato delle sue parole, che come pennellate decise, rotonde, dipingono di fonemi la tela della quarta parete, è il lacaniano sasso nella bocca del significante che trascina giù lo spettatore nel suo Maelstrom subcoscienziale. La riuscita intuizione scenografica di un buio caravaggesco, ferito solo da frecce di luce, al pari del torso di San Sebastiano, di tagli alla Rembrandt che separano ambiguamente l’ombra dalla luce, sembra esprimere al meglio i paesaggi interiori del pittore, fatalmente attratti dall’irresistibile forza di gravità dell’oscurità inconscia. Il momento in cui plasma il raggio di luce, ne cerca un impossibile rapporto plastico, esprime meravigliosamente la relazione tattile, sensoriale, ed insieme emotiva, erotica, con la pittura, come se fosse l’ultima l’estrema descrizione, fatta dal mistico, del suo rapporto con l’Assoluto. Lo straziante tentativo di accarezzare la luce è la silenziosa preghiera di un artista che si racconta, o meglio, ed in maniera più efficace, si fa raccontare dal suo racconto.

Il momento pantomimico di sapore chapliniano con cui rievoca Ulla, uno dei suoi amori, felicemente stilizzato in un fiore, diventa la parodia di un sentimento da romanzo d’appendice, d’un feuilleton, creato per la pruderie sentimentale di lettrici borghesi, e non può che star stretto al pittore, condannato a sentire qualcosa di più grande della vita in sé. La phoné dell’attore è calda, dal forte gusto tannico, ma sa colorarsi di sussurri e grida di bergmaniana memoria, di rantoli, sospiri e scricchiolii che rievocano i suoni di un Artaud radiofonico, definitivamente conciliato con la sua follia. La colonna sonora che punteggia lo spettacolo, spazia dai Bauhaus al Waltz 2 di Shostakovich, e proprio questo valzer straniato ben riassume il senso di un’opera incentrata su un artista che mette al mondo il suo cuore, in un mondo che non manca di pugnalarlo con la sua crudezza e brutalità.

La follia è il fatale dérèglement sensorielle che grida l’urgenza ed insieme il senso della sua arte. Biografia psichica in buona sostanza è quella che si offre allo spettatore, una serie di graffi nel tessuto vivo di una coscienza che non può far altro che narrare il suo straziante bisogno di amore, dipinto sulla tela ed, allo stesso tempo, impresso nella carne dell’anima. Con buona pace di Welles, questo autore scandinavo, più che far avvertire allo spettatore l’odore della paraffina spirituale, gli fa sentire sia l’odore del sangue delle trincee, sia quello della carne martoriata dalla ricerca di un suo ineffabile riscatto mistico. L’urlo munchiano non può che venir consumato all’inizio della rappresentazione come dagherrotipo risolutivo, per raccontare un secolo, un tempo forse condannato a tornare nel la prospettiva nietzschiana dell’eterno ritorno, che brucia vorticosamente intorno al corpo dell’uomo.

Danilo Caravà

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