Recensione: “La rivolta dei brutti”

la rivolta dei brutti
foto Federica Frigo

Il termine normalità viene dalla parola latina “norma”, da una squadra per determinare, misurare angoli retti, sui quali si può sbattere e farsi molto male, perpendicolari come la cornice luminosa che accoglie i personaggi di questo spettacolo, lo spazio di un interno, di una caverna di Platone 2.0 dove i protagonisti cominciano a battere le catene, e perdere i freni inibitori. “La rivolta dei brutti” prende spunto dalla strage del 2014 di Isla Vista compiuta da Elliot Rodger più grondante tragico sangue del Tito Andronico. Si porta in scena il mondo degli ”incel” ovvero degli Involuntary Celibate , le vittime sacrificali sull’altare della solitudine e della derisione di un darwinismo sociale che misura le nature e gli adattamenti sul tavolini dell’apericena.

Quattro personaggi giocano con il loro dio della carneficina che prima è dal’altra parte dello schermo di un pc o di uno smartphone, e poi sembra prendere gradatamente vit,a come in un rito sciamanico, in una cerimonia teurgica, dove l’ossessione è la possessione di una divinità della nemesi, della vendetta. Il regista Stefano Cordella ha il merito di aver restituito al pubblico tutta la devastante quotidianità della vicenda, portando idealmente in tasca il monito della banalità del male della Arendt. Le parole sono trapiantate direttamente dalla realtà, sono figlie di nuovi pugni in tasca, dell’osborniano ricordare con rabbia. Si masticano, si consumano come il quotidiano junk food, sono elementi necessari, reagenti per il laboratorio antropologico, sociale della scena. Questo nuovo “Rocco” e suo fratello di nuovo si fanno la guerra per una donna, ma questa volta non ci sono i paesaggi testoriani a dare un respiro alla tragica vicenda, piuttosto i luoghi claustrofobici da cui non si esce veramente, come insegna la lezione beckettiana. E la temperatura emotiva non può che salire, scena dopo scena, l’irrazionalità dionisiaca vive il magnifico paradosso di essere contenuta in una cornice scenografica, realizzando l’utopica quadratura del cerchio. L’amico è poi è il necessario Jago che comunica con tutte le chat, che si reinventa un nuovo fazzoletto compatibile con la contemporanea multimedialità. Di nuovo il regista fa bene il suo mestiere dando ai sottotesti la vertigine di un abisso, lasciando in certe pause il lampo di una visione di un inquietudine che sembra lì, a meno di un passo, di un urlo munchiano che non riesce mai a liberarsi veramente. Si vedono e si ascoltano lupi in gabbia coi denti cariati e con una tremenda fame di vita e di riscatto sociale ed umano. Hanno la zampa bloccata dalla tagliola dell’esclusione, dell’emarginazione, di un’insoddisfazione che si muove e si agita continuamente. In questo clima, in questa atmosfera, l’arrivo dell’elemento femminile non può che aprire il vaso di Pandora, e già si preannuncia che in qualche modo la donna alzerà cristologicamente le mani come la Annie Girardot del film viscontiano. Si sente già distintamente l’odore della tragedia ed il fumo di una carne bruciata che arriverà a qualche dio, o meglio al figlio di un dio minore sui social network. C’è un ringhio di questi esseri che hanno subito un trattamento Ludovico da un’intera società, drughi che esercitano l’ultraviolenza sui giochi della playstation, e picchiano prima di tutto con le parole.

L’attrice Giorgia Favoti mastica parole amare essenziali, ed entra in scena con l’intuizione di Isacco che accompagna il padre per il sacrificio. Ha fonemi essenziali, scheletrici, e a essi si aggrappa come il naufrago allo scoglio. Ha una voce ventrale profonda che sembra risuonare nelle vastità interiori tutte da esplorare. Ricorda una Carla Gravina materica spontanea, vera come il mondo da questa parte dello schermo. Salvatore Aronica ci offre una convincente recitazione con il freno a mano tirato, con la rabbia, una frustrazione che esce come il rumore di un motore su di giri, schiocca la lingua come una frusta contro gli altri e contro se stesso. Francesco Errico è l’amico con lo “spirto gerrier ch’entro gli rugge”, dietro l’apparente normalità di una vita molto al di sotto del cinque per cento di Montale, covano braci che bruciano più dell’inferno di Sartre.

Ed infine Filippo Renda, autore anche del testo, offre una recitazione fisica, mette a disposizione la sua verticalità minacciosa che si piega sotto i colpi di una sfiancante quotidianità. E’ un Renato Salvatori che ha già preso botte dalla vita e che cerca uno sparring partner, un sacco su cui esercitare la sua frustrazione in casa. L’evento tragico però, come nella tradizione della tradizione antica, è nascosto, è rimosso nell’inconscio di un buio scenico. Qui non ci sono più eroi, ma a combattere una guerra post- moderna con le divinità sono rimasti gli “incel”, gli esclusi, quelli che stanno fuori dal gruppo, quelli che sono pronti a bussare alla porta della società idealmente con l’ascia di Jack Torrance, che fanno la guerra prima di tutto a se stessi. Hanno paura, o forse desiderio, che la loro mente svanisca come il computer di 2001, sono formiche nel barattolo delle loro stanze che si avventano l’una contro l’altra perché la società ha scosso ben bene il contenitore.

Danilo Caravà

Be the first to comment

Leave a Reply

Your email address will not be published.


*