Recensione: “La guerra dei Roses”

la guerra dei roses
foto di Bepi Caroli

Romanzo di Warren Adler e film di grande successo del 1989 (con tre nomination ai Golden Globe) diretto da Danny DeVito, “La guerra dei Roses” arriva anche al Teatro Manzoni per la regia di Filippo Dini con Ambra Angiolini e Matteo Cremon nei ruoli che furono di Kathleen Turner e Michael Douglas.

Iniziamo proprio parlando degli attori, Ambra l’abbiamo vista un anno fa in “Tradimenti” di Harold Pinter, ma nei panni di Barbara Rose le sue doti recitative hanno modo di emergere molto di più mostrando le varie sfaccettature del suo personaggio con gli apici nei momenti di più forte emotività. Matteo Cremon riesce invece a trasformare molto bene il suo Jonathan in una sorta di “bauscia milanese”, nonostante l’ambientazione rimanga a Washington, e a spingerlo sempre oltre il limite nel succedersi degli eventi.

Tutt’altro che marginali le presenze sul palco di Massimo Cagnina ed Emanuela Guaiana bravissimi nel ruolo degli avvocati interpretati con la giusta ironia e cinismo. Cagnina poi strappa più volte le risate del pubblico vestendo anche i panni del medico e della moglie dell’ambasciatore.

Una commedia noir che supera le due ore senza mai annoiare, anzi regalando allo spettatore momenti di tensione alternati ad attimi di ilarità.

la guerra dei roses
foto di Bepi Caroli

Il regista Filippo Dini fa un gran lavoro e non teme il confronto con un film così famoso. Si dimostra attentissimo a ogni piccolo particolare come mettere in mano a Jonathan una bibita energetica per recuperare sali minerali dopo una pericolosa sauna o lasciare i personaggi con indosso una sola bretella come a sorreggere lo stesso paia di pantaloni. La scenografia di Laura Benzi poi rende il giusto merito alla casa dei Roses e soprattutto all’indimenticabile lampadario di cristallo. Interessante anche la scelta di mostrare oggetti contemporanei e altri del passato perché Jonathan usa tranquillamente il cellulare mentre l’avvocatessa gioca a tennis con una racchetta degli anni ’80.

La storia è fedele al canovaccio originale dando forse più risalto alla voglia di indipendenza che cresce in Barbara. Il cambiamento dei personaggi e del loro carattere è una delle chiavi del testo e che spesso è la causa della fine di una storia d’amore. E se il barone Von Clausewitz diceva che la guerra è un’escalation di violenza, anche la guerra dei Roses rispetta la regola iniziando con un sabotaggio e finendo con il nucleare. Una serie di crudeltà e perfidie che condanna i colpevoli alla vita eterna insieme come pena del contrappasso.

Nelle guerre, però, le vittime sono i soldati semplici mentre i generali muovono le pedine da lontano, ecco quindi Barbara e Jonathan combattere al fronte distruggendosi a vicenda mentre i loro avvocati osservano e traggono i propri profitti.

Ivan Filannino

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