Recensione: “Hotel Paradiso”

hotel paradiso
Michael Voger

Tornano al Teatro Menotti, dopo un anno dal loro Teatro Delusio, i Familie Flöz dal 14 al 16 febbraio. La, ormai storica, compagnia tedesca e il suo teatro basato sull’utilizzo della maschera e del corpo come unici mezzi espressivi e sull’esclusione della parola, riesce a conquistare la sala di Via Menotti ottenendo tre Sold Out di fila.

Hotel paradiso è il nome di un piccolo albergo di montagna gestito da un’anziana capo-famiglia, assieme ai suoi due figli, il maschio ingenuo e alla continua ricerca di un amore e la femmina vanitosa e fautrice di un rinnovamento dello stile dell’hotel, sulla cui hall veglia dall’alto l’immagine del fondatore nonché marito e padre dei protagonisti. Ma all’interno di questa atmosfera che tenta in maniera volutamente maldestra d’essere cupa e si rivela invece luogo di relazioni comiche ed assurdi equivoci, si muovono altri personaggi che in qualche modo danno ancora vita ad un albergo che si lascerebbe volentieri andare allo scorrere del tempo.

Ciascuno dei personaggi rappresenta un archetipo, un tipo umano perfettamente connotato dalla maschera e dalla partitura di azioni ed espressioni del corpo, che tuttavia riesce a mostrarsi in una profondità spaziale unica, merito della bravura degli attori tanto quanto della sapiente costruzione drammaturgica. Quest’ultima riprende tutta una serie di cliches del genere thriller-investigativo, così come dell’horror sci-fi, rovesciandoli utilizzando il paradosso e la parodia come motori dell’azione e, soprattutto, delle relazioni.

Quel che si può notare, forse, ad uno sguardo prettamente teatrale e si potrebbe dire “tecnico” è una certa stanchezza che questo spettacolo, ormai in giro per il mondo da anni, porta con sé, come se si avvertisse un bisogno sottile di rinnovamento delle dinamiche interne al procedimento drammaturgico, le quali lasciano molteplici spazi vuoti o dilatati che spezzano una continuità ironico-onirica che, proprio per non far rimpiangere la parola, dev’essere serrata e perfettamente studiata. E questo è ciò che avviene solitamente in tutti gli spettacoli della compagnia, seppur Hotel Paradiso appunto abbia forse la necessità, a tratti evidente, di ammodernarsi. Ovviamente ciò non riguarda l’ambientazione o l’atmosfera, che anzi devono rimanere legati ad una certa affascinante decadenza, ma ha più a che fare con le dinamiche proprie dello spettacolo.

Quanto detto non vale, ad esempio, per Teatro Delusio, che essendo un vero e proprio manifesto poetico del Teatro lungo tutta la sua storia senza necessità di differenziazioni e chiarimenti, non ha certamente bisogno di un legame con l’oggi, anzi nell’essere slegato dal tempo trae tutta la sua magica potenza.

Al di là delle varie considerazioni, il Teatro di Familie Flöz merita d’essere ogni volta ammirato ed applaudito per la bravura degli interpreti che riescono ad entrare ed uscire da più personaggi in maniera eccezionale per il numero esiguo di attori e quello doppio, invece, di personaggi; per la dimensione onirica che riesce in ogni occasione a creare a partire dal più semplice atto scenico, come può essere il figlio della proprietaria dell’albergo in Hotel Paradiso che all’inizio danza su sé stesso facendosi cadere addosso dei coriandoli sulle note di una vecchia aria su vinile di Marlene Dietrich. Tutta una serie di elementi poetici e al contempo ironici che riescono nella missione più alta del Teatro da che è nato: rendere allo spettatore l’effimero e l’eterno dello specifico teatrale, la nostalgia e la gratitudine per quel che dura una sera e poi scompare e poi si ripete e poi scompare ancora.

Giuseppe Pipino

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