Recensione: “BiograVie” (in streaming)

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Si può fare la pace con la caverna di Platone e le sue ombre, eccome se si può. E si può scoprire che le ombre proiettate sulla parete, gli eventi in digitale, sono qualcosa di più e di diverso rispetto ad una parvenza, ad un’oscurità recintata dalla forma, sono, per usare un’espressione dantesca, cosa salda, e questo spettacolo, diretto da Alberto Oliva, ne è la dimostrazione.

L’immagine non è semplicemente immagine, ricorda all’occhio che, tutto sommato, la sua percezione è un tatto più sofisticato, è un tentativo invincibile, desiderio atavico evocato da ogni scena, anche di quella in piattaforma virtuale, di farsi abbraccio, anche quando la quarta parete diventa lo schermo di un tablet, di uno smartphone, di un monitor, o di un televisore. Eccolo lì il protagonista sulla scena, un Vladimiro che si inventa l’Estragone che non c’è, con un burattino, con una maschera, con un gioco di magia.

Forse Godot è arrivato e non ce ne siamo accorti, come il Firs cechoviano non si accorge della vita che è passata, forse è nascosto, come un contorsionista nella valigia del clochard, che trova il colore della poesia nel cemento della città. Ma è più probabile che il Godot che si attende, e che si anela con un viso che diventa tutto un unico sguardo rivolto verso la platea, siamo tutti noi, gli spettatori, che la scena aspetta, ed accoglie. Il palcoscenico diventa qualcosa che sta in una no man’s land, in una terra di nessuno, in una zona magica, tutta da esplorare, tra la realtà ed il platonico mondo iperuranico delle idee, è sì un’immagine, tuttavia porta ancora su di sé, come il pane il caldo appena sformato, il profumo delle esistenze che lo hanno abitato, l’odore dell’esserci, della presenza umana. Oliva cartografa questo nuovo continente digitale tutto da esplorare, con, per citare i Pink Floyd, con il warm thrill of confusion, che fa arrossire il cadetto spaziale, costruisce sapientemente il filo di Arianna della regia che passa attraverso le vie di Milano, e ritorna in teatro dove ritrova una Itaca in cui tirare il fiato, in cui riproporre una grande magia, uno spettacolo d’arte varia d’uno innamorato del gioco serio, di quella serietà ludica evocata da Nietzsche, che è il teatro.

Il clochard con i suoi pugni nelle tasche sfondate, con il suo cappotto che diventa ideale, come quello della poesia di Rimbaud, vola con il vento leggero delle parole, vola, seppur camminando, sulla metropoli, come farebbe un personaggio uscito da un quadro di Chagall, e scopre certi suoi segreti, i nomi delle vie, portando simbolicamente con sé il consiglio di Stendhal, Milano è una città la cui bellezza sa essere pudica, nascosta, bisogna scovarla, andarsela a cercare, dietro un angolo, od in un portone. Ed accade che le immagini girate in esterno, rubate ad una città quasi deserta, in punta di piedi per non svegliare la sua stessa paura, mostrino tutta la sua struggente poesia, la voglia di sfuggire al suo grigio, la fuga attraverso un riflesso di luce sul Naviglio, su quella pupilla, apparentemente inerte, che scintilla di vita per un colore di un lampione o di un semaforo. In questo particolare silenzio Milano ha davvero la possibilità di ascoltare il suo cuore, come evoca Savinio, nella sordina di una città rarefatta, l’organo cardiaco si sente e dà convintamente il ritmo alla voce over dell’attore, che la porge come si porgerebbe un fiore.

Carlo Decio, il protagonista, tira fuori dalla laringe una phonè grattata, una voce al catrame, un catrame che possa parlare al suo fratello posato lì sulle vie della città, si cava fuori una voce alla Tom Waits, una di quelle che servono per pareggiare i conti con il cold, cold ground, per scaldarsi come potrebbe scaldare un generoso sorso di whisky, o di gin. Sembra un personaggio sfuggito dalla villa del Cotrone pirandelliano, convinto che si possa ancora fare un po’ di magia on the road, che si possa strappare ancora la piega di un sorriso ai giganti della montagna. Racconta e cammina, perché il pensiero, al pari di quello aristotelico, si muove e fa muovere fisicamente le gambe, e se, come ricorda Wittgenstein, i limiti del mio mondo sono quelli del mio linguaggio, più aumentano le parole, più cresce la voglia di camminare, di costruire e di nominare il mondo ad ogni passo. Sa ancora di placenta questo personaggio, ha la freschezza del bambino appena nato, quello che, con l’arte della maieutica, il regista ha aiutato a nascere. Ma quando l’attore scopre la stessa meraviglia del suo personaggio, dal di dentro, come il poeta scopre la luna, quando muove due dita come un funambolo le sue gambe, su una corda tirata, allora il gioco di prestigio riesce così bene da diventare una magia, da essere pirandellianamente come ci pare, come ci sembra, la bacchetta di Cotrone non è spezzata, è ancora lì di fronte a noi ed è in grado di creare nuovi portenti.

Si addormenta nel finale questo clochard, portando in dote a tutto lo spettacolo l’innocenza di un bambino, dopo aver chiamato, uno ad uno i nomi delle vie, dopo aver soffiato l’anima in ognuno di essi, si ha l’impressione che nel suo sonno, o meglio nel suo sogno, ci siano ad attenderci altra narrazioni, ma, per scriverlo alla Ende, questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta.

Danilo Caravà

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