Recensione: “Bambola – A new dawn”

bambola

La verità sull’amore è raccontata da un punto di vista particolare, da un’oggettività che si fa soggettività, una bambola. Ed è la struggente assenza di ‘un’anima che regala paradossalmente un’anima ancora più viva alla protagonista di questa storia. Questo testo, basato sul lavoro letterario “Lettera di Bambola” di Barbara Nativi, a sua volta ricavato dalla favola di Handersen “Il Soldatino di Stagno”. È uno di quei talkin’ blues che ti tiene lì, incollato, fino all’ultima battuta, fino all’ultima nota cantata. Ha una voce vissuta la protagonista, una di quelle voci che grattano via pezzi di sostanza cardiaca, e li restituiscono nella matericità dei fonemi. Le parole di questa lettera d’amore al soldatino, sono prese dal fondo del fondo, più in basso dell’estremo sud dell’ultimo santo, laddove si dibattono le ali spezzate di questo particolare angelo di porcellana.

Fuma questa bambola, fuma uno di quei sigari di Freud, quelli che spesso sono soltanto sigari, ma a volte si prestano così bene a rappresentare una vita disperatamente, ostinatamente, cercata fino all’estrema boccata, nel tentativo che si equivochino le lacrime come l’irritazione data dal fumo negli occhi. Ha un trucco da teatro orientale la protagonista, sembra un personaggio del teatro No, del teatro Kabuki, con la dolorosa ieraticità che inchioda ogni istante alla responsabilità della coscienza. Potrebbe essere anche un Pierrot post-moderno, un Bowie sulla copertina di Ashes to Ashes, ovvero la sfida di una maschera più vera del volto che colora. Parla questa ballerina, lascia che a danzare siano le sue parole, parole che sono la fedele cancelleria di uno spirito a cui scoppia in faccia l’amore, che racconta, dal proprio di dentro, la fenomenologia di un sentimento a partire dal quale niente resterà più come prima.

Ha due occhi questo pupazzo, o meglio non semplicemente due occhi, piuttosto due luci stupite che guardano e tentano di guardare il proprio guardare, due finestre aperte su un agitatissimo mondo interiore. E fatalmente, ad un certo punto, le parole si fanno così leggere che non possono far altro che volare in forma di canzoni, perché, ad un certo punto, quando non si sa più che vestito discorsivo mettere alle proprie sensazioni ed ai propri stati d’animo, non resta che mostrarli così come sono, non resta che mettersi a cantare. E i profumi voluttuosi, invitanti, della cucina del cuore escono da due labbra capaci di piegare i suoni in forma di un origami floreale. Gino Paoli, Mina, Nina Simone, sono tutti lì sul palcoscenico di una bocca che canta, per lasciare all’anima un boccone di cielo da masticare, per scordare, almeno per un istante, la sua cattività. In una soluzione di continuità, passando dalla recitazione, al canto, accompagnata efficacemente dal musicista Silvio Uboldi, la protagonista fa girare la testa agli spettatori come se fossero loro le bambole.

L’attrice Alessandra Mattei, che firma anche la regia dello spettacolo insieme a Vittorio Vaccaro, trova un’immediata affinità elettiva con il personaggio, si lascia contagiare dalla sua musica interiore, lascia sul microfono evidenti tracce di intuizioni interiori, di lampi di verità che nascono naturalmente nei sovrappensieri, in quella terra di nessuno tra un fonema ed un altro, in cui le parole hanno ancora addosso parte della placenta delle idee, che le rivestiva nel ventre dell’anima. La telecamera è attratta fatalmente verso il centro di gravità del viso, si chiude spesso e volentieri nel primo piano, in quel monologo di carne che parla immediatamente attraverso i tratti del volto. E quella immobilità della bambola, che resiste fino al finale, regala un capitale aggiunto di dinamicità al suo discorso, una voglia invincibile di farsi tutta movimento per abbracciare il suo amore di latta, il suo soldatino con una gamba sola.

Sembra di vederla camminare, e questo miracolo lo fanno le parole che marciano infaticabili verso l’ultima battuta, ed anche oltre. E nell’ultima parte del monologo, dopo la caduta del suo soldatino, ecco che avviene l’incredibile, la bambola conquista dolorosamente la sua carne, si muove sulle punte, vince la fissità, sfida la barriera cartesiana che la vorrebbe come pura res extensa, cosa in un mondo di cose, e dichiara il suo giovane e pericolante “io” agli occhi del pubblico, stando faticosamente in equilibrio sugli alluci. Si spoglia letteralmente della porcellana che l’ha rivestita sino a quel momento, e dichiara, in maniera teatrale, la sua presenza umana, l’incredibile vita di un essere che si accorge di esistere, ed accorgendosi di questo esiste un po’ di più. Ben si adatta la canzone Feeling Good a chiudere lo spettacolo, a certificare il passaggio definitivo da bambola a donna, il momento in cui la Nora ibseniana lascia la sua casa di bambole, ed affronta il mondo di fuori, ed ha la forza di dichiarare agli altri, e soprattutto a se stessa, che è una nuova alba, un nuovo giorno, una nuova vita, per lei, e si sente bene.

Danilo Caravà

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