Intervista alla Professoressa dell’Università Cattolica di Milano in merito al suo progetto di Alta Scuola diventato solida Compagnia Teatrale

Di Veronica Fino
Cari Amici di ProfAmà,
Parlare di teatro o di un’ideatrice illuminata come Elisabetta Matelli, o dell’unicum “Kerkìs Teatro Antico in Scena“, è prendere una pausa. Dal tempo, così come dal mondo.
Ci eravamo lasciati nel nostro spazio su MilanoTeatri con le favolose immagini mentali di MilanoCortina 2026.
Nondimeno, con le parole di Manuel Ferreira di Alma Rosè. Cadeva allora un ventunenne dalla cima del mondo e mostrava la bellezza dell’essere solo umani.
Nonostante il pochissimo arco temporale, dopo un momento di fratellanza ispirata, oggi pare sia tutto tornato –forse– peggio di prima. Venti di guerra da ogni parte, violenza, disillusione e malcontento come copioni già scritti.
Però, è ormai Primavera, ed è di nuovo tempo di ispirazioni e personaggi da raccontare.
Questa volta, la protagonista è sì, un’esperta di teatro, ma non rientra fra attori e registi.
Infatti, è Docente di Retorica classica e, nondimeno, di Storia del teatro greco e latino.
Indubbiamente, Vi starete chiedendo cosa c’entri tale figura nel contesto della nostra Rubrica e del Kerkìs.
Tra l’altro, la Professoressa è la fondatrice del gruppo teatrale, e ideatrice del Festival Thauma.
Curiosi?
Buona lettura,
V
Elisabetta Matelli e il Teatro classico
Come accennato poc’anzi, la Professoressa Matelli insegna in Cattolica a Milano. Una di quelle persone belle, che ti fanno sentire accolta.
Significativamente, mi accoglie prima in università, poi a casa sua.
Per me è, senza alcun dubbio, una sensazione stranissima. Perché la Professoressa è stata anche la mia Docente ai tempi dell’Università.
Ebbene…
Siete di fronte a una persona che ammirate. Ad essa, in qualche modo, sapete di dovere parte della Vostra conoscenza in un determinato campo.
Avete presente quell’ansia improvvisa che assale senza apparente motivo?
Eccola lì. Balzo mentalmente indietro di anni e mi trovo di fronte a questa figura alta, gentile. Reverenziale e sorridente.
Iniziamo a parlare. Il suo sorriso trasmette serenità.
Ed è allora che inizia la nostra intervista.
VF: «Professoressa, cos’è per Lei il Teatro? Cosa rappresenta? Nel soggettivo e, naturalmente, nel discorso più ampio e oggettivo?»
EM: «Grazie. (Questo ringraziamento descrive molto bene la sua predisposizione benevola -n.d.r.-) Insegno storia del teatro greco e latino, quindi la domanda nasce necessariamente. Dal momento che sono gli inventori del teatro.»
La “meraviglia” del teatro antico
Prosegue la Signora Matelli:
«Teatro è una parola greca che, come racconto ai miei studenti ha un’etimologia molto interessante. Perché è legata sia al verbo θεάομαι (theomai).
Significa “guardo”, ma si riferisce anche a questa radice che richiama un indo europeo Thau, che riconosciamo anche nel θαύμα (thauma). Una meraviglia profonda, spesso collegata a sgomento, terrore o angoscia. Aristotele lo intese proprio come meraviglioso.
Conseguentemente, il teatro nasce come un’esperienza che porta meraviglia. Secondo me, questa è in nuce la natura del vero teatro. Lì, teatro dobbiamo sorprenderci, anche se vediamo dei miti che hanno millenni di storia. Dobbiamo provare emozioni che sono quasi nuove ogni volta.
E se chi mette in scena il teatro riesce a raggiungere questo obiettivo, secondo me, fa teatro in senso pieno. Non so se basti questa risposta»
(La rassicuro, coinvolta dalle sue parole. Mi sembra in un momento di rivedermi a lezione, con la stessa attenzione e curiosità. -n.d.r.-)
Ci concediamo un sorriso, e poi Matelli ricomincia a raccontare…
L’origine del teatro fra mistero e sacralità: a lezione con la Prof Matelli
«Il teatro ha origine in un contesto sacrale. A un certo punto, il canto rituale, così come il dialogo rituale che si creavano avevano forme di costruzione estetica così forti da creare un pubblico.
Non più solo officianti, pertanto.
Da lì, nacque quella forma complessa che noi conosciamo come teatro che si ascriveva e inseriva solo nel tempo delle festività religiose.
Il pubblico andava a teatro, invero, solo durante le feste dionisiache, in cui anche le guerre erano sospese. In quel contesto, oltre al valore liturgico, si inseriva il momento performativo.
Perciò, è il rito ad aver insegnato al teatro come fare.»
Gli elementi o i bisogni del teatro: il principio Aristotelico nella sua “Poetica”
Come ricordo dalle lezioni con lei, La Prof Matelli ci regala un concetto base della drammaturgia:
«Il teatro ha bisogno almeno di questi elementi:
quelli essenziali:
-un’azione da compiere dotata di senso
-che sia agita da un attore,
-che vi sia uno spettatore
Con la presenza di un messaggio da condividere e di uno spazio. Esso, benché chiamato teatro, può essere anche informale ove avvengono queste dinamiche tra chi recita e chi assiste.
Senza questi elementi non può realizzarsi alcun teatro.
Chi recita, lo fa immedesimandosi in una parte che non è la sua vita. Nonostante ciò, anche se narra qualcosa di autobiografico, quel qualcosa diventa universale. Nel momento in cui la racconta, Aristotele diceva:
“A teatro non si racconta ciò che accade, ma ciò che può accadere anche ad altri”
Frattanto, la dinamica anche delle drammaturgie teatrali, delle relazioni (“il teatro è l’arte delle relazioni” si studiava nei manuali su Eugenio Barba -n.d.r.-) deve essere questo. Anche quando racconta qualcosa di accaduto, poiché quel qualcosa di universale può accadere ancora.»
(Nel frattempo, iniziamo a gustarci un delizioso tè verde con zenzero freschissimo appena sminuzzato. -n.d.r.-)
Di nuovo, spiega:
EM: «E questo è un po’ il senso secondo me del teatro medesimo. Torna al verosimile. Non va confuso col concetto di verosimiglianza, poiché non è una negazione della verità. Si tratta, al contrario, di qualcosa che supera anche la verità, perché può essere così anche per altri, nonostante delle differenze. E questi grandi miti teatrali del teatro antico ci fanno sorprendentemente accorgere di quanto sia vero questo.»
Kerkìs, una terza via del teatro
Riparto con le domande, e il tempo scorre senza che ce ne rendiamo conto (-n.d.r.-)
VF: «Tra l’altro, il mito diviene modello, in qualche modo. Anzi, i miti antichi continuano a vivere oggi per il modo in cui raccontano l’essere umano fra fragilità, errori ed effetti legati alle scelte giuste o spesso sbagliate. Questo modo di parlare con universalità, in particolare delle relazioni, li ha fatti giungere fino ad oggi. Cosa l’ha portata a ideare un gruppo teatrale universitario come Kerkìs?»
EM: «Il teatro è uno studio dell’uomo. Siamo nati come Associazione KERKÌS Teatro Antico in scena nel 2011. E siamo un po’ cresciuti da allora. Ci tengo a sottolineare che non siamo nati come teatro amatoriale. Piuttosto, siamo nati come terza via del teatro, come diceva Fernando Balestra.
Un teatro che studia i testi -cosa che in genere nelle accademie non sempre si fa- con una lettura molto soggettiva dei testi. Noi cerchiamo di fare innanzitutto uno studio scientifico. Quei testi che devono essere tradotti acciocché ben capiti. E là dove riscontriamo difficoltà, tentiamo di risolverla, perché se la risolviamo dice qualcosa al pubblico; senza comprensione o soluzione, resta irrisolta anche per chi assiste. Questo poiché se ti scorre davanti qualcosa che non comprendi, perdi in attenzione e senso dell’opera.»
Un percorso attoriale accademico oltre l’Università
Elisabetta Matelli aggiunge che «L’idea, allora, è stata fare uno studio che permettesse all’attore di porgere un testo dotato di senso al pubblico. Inserire studenti e attori giovani attori in un percorso di formazione come come in Kerkìs. Ed è una meraviglia constatare che, anche se hanno preso vie professionali, continuano a lavorare con noi. Anche quando hanno superato la prima fase formativa, inteso. Perché, chiaramente, la formazione deve andare avanti tutta la vita.»
VF: «Giovani e meno giovani. Universitari e laureati, tutti molto bravi. Tanto attori quanto spettatori offrono negli spettacoli un pubblico vasto e diversificato ogni volta. Sempre partecipe. Pertanto, è corretto asserire che il mito abbia questa capacità di cogliere la realtà oltre il tempo? Come, pure, fosse uno studio dell’uomo delle sue esperienze delle sue possibilità di sbagliare.»
L’esperienza del carcere: “I grandi eroi sono sempre stati grandi che, però, hanno sbagliato”
EM: «Certo. Tant’è vero che il un mito antico, non solo quello del teatro greco, funziona anche nell’esperienza in carcere. E perché funziona il mito greco in carcere?
VF: «Come è nato il progetto di portare il teatro, specificamente questo tipo di teatro, che forse è il più bello in assoluto? Parere personale, come è stato notato. Credo (sorridiamo in due).»
Perché i grandi eroi sono sempre stati persone grandi, ma che hanno sbagliato. E le trame tragiche sono costruite sui loro errori, più estesamente sulle conseguenze del loro errori. Tutto ciò ha un effetto pedagogico grandissimo. Sia sui giovani sia, devo dire, alla stessa maniera in un ambiente difficile. Come può essere un carcere di media o massima sicurezza.»
VF: «Ci parli di questa esperienza…»
Il fortunato suggerimento dell’amica Adriana Calogero Pavin: “ma perché non provi a proporre questi spettacoli nelle carceri?“
EM: «Allora, forte di questo buon risultato che Lei riconosce, anzi, grazie! A un certo punto, vedendo che i nostri spettacoli riuscivano a contagiare positivamente il pubblico anche della città, grazie ad un’amica che mi ha lanciato l’idea, ho scritto al direttore del carcere di Opera, Silvio di Gregorio. Devo riconoscere grande merito dell’amica Adriana Calogero Pavin, che è stata una grande giornalista nella sua storia.
È passata, ricordo, e mi ha detto di proporre quegli spettacoli che a lei piacevano molto.
Nel carcere di Opera ho scritto all’allora direttore che si mostrò interessato; ormai è stato spostato in Emilia-Romagna con ruoli altri ruoli, ma al tempo colse l’occasione. Abbiamo avuto a quel tempo dei colloqui molto importanti in cui lui mi disse di credere moltissimo nel teatro rieducativo con tale tematiche.»
Kerkìs e il mito a Opera: reclusi ed esterni a condividere le stesse esperienze
EM: «Di Gregorio pensò alla possibilità di offrire queste tematiche recitate da giovani dentro un carcere, luogo di grande sofferenza. Non solo un pubblico di reclusi, ma anche esterni da mettere vicino ai residenti, presenti quali pari, in modo da poter condividere insieme la stessa esperienza.»
Matelli aggiunge: «Abbiamo iniziato nel 2022 e devo dire che andando avanti l’esperienza si è sempre più approfondita, cogliendo -credo- un bisogno che c’è anche dentro al carcere.»
Il bisogno universale: il ritorno all’essenza umana e alla voglia di divertirsi, commuoversi e confrontarsi
«Anche i detenuti desiderano avere momenti in cui ci si diverte oppure ci si commuove, che siano però legate a un’estetica di ciò che avviene. Ovvero con le grandi discussioni che facciamo dopo. Riassumendo, è un momento molto bello, speciale, quello della discussione.
Quindi, Kerkìs in carcere nasce anche grazie a un suggerimento che ho colto, e a un direttore che ricordo avermi detto subito di sì, piuttosto che mettere la mia richiesta nel picco da corrispondenza inevasa. Con molta semplicità, in questo modo, e da quel momento non abbiamo mai mollato, nonostante sia sempre difficile entrare dentro le mura di un carcere. Perché benché abbia una finalità diversa, noi crediamo nel fatto che, una volta entrato, un recluso diventi una persona che sta pagando il suo debito. E prima di tutto, è una persona.»
VF: «E purtroppo a volte lo sottovalutiamo, a livello di società.»
La partecipazione attiva dei detenuti e il valore costruttivo del teatro: “facciamolo anche noi!”
EM: «Esattamente, e come tale non deve perdersi; deve invece costruire ricostruire anche la propria umanità e il teatro, il mito, ha quel qualcosa, una sorpresa che può essere molto costruttiva.»
VF: «Assolutamente! C’è un momento che l’ha colpita particolarmente, o che Le è rimasto più impresso? Una domanda o, egualmente, un’osservazione pervenutaLe dall’interno del carcere?»
EM: «Beh, naturalmente. Un’esternazione comune è “facciamolo anche noi”, per cui loro avrebbero il desiderio che noi lavorassimo anche con loro. Questo poiché quando assistono avrebbero dall’altro lato il desiderio di misurarsi. E questo è un punto delicato da costruire, perché non è per niente facile.
A seconda delle tematiche delle tragedie nascono spesso considerazioni molto molto diverse. Però alla base si vede la serietà umana di queste persone.»
L’esperienza del dolore condiviso
La Professoressa Matelli approfondisce ulteriormente l’argomento.
«Quando vedono uno spettacolo vanno anche oltre il sé quotidiano, per poi porsi delle domande più grandi in relazione all’essere umano. Di punto in bianco comprendi come quei reclusi siano veramente persone chiuse nel loro dolore.
E nella fatica della tragedia, del destino che dentro a quelle mura si sono costruiti.
Alcuni sostengono siano condanne non giuste, e può darsi anche questo. Io non prendo posizione su quello, ma c’è un livello di sofferenza, percettibile, enorme.
Noi parimenti rappresentiamo per loro questo spazio di riflessione che va anche oltre il loro singolo problema. Permettere loro di sollevarli attraverso il teatro verso qualcosa di più universale, inevitabilmente più grande, alla luce delle cose, credo allevi anche la loro pena.»
L’essenza delle cose
VF: «Mentre mi sta raccontando, mi viene alla mente un pensiero. A dire il vero ha un ché di paradossale. Coloro che sono isolati, come all’interno di un carcere penitenziario, riesce ad arrivare con forse maggiore intensità, o meno distrattamente, in modo più completo rispetto a noi che spesso lasciamo sfuggire le cose. Presi dalla nostra realtà veloce.»
EM: «Noi siamo commossi, sempre, da come loro ci accolgono. Cioè, abbiamo spesso una partecipazione emotiva molto più forte rispetto ad altro tipo di pubblico, nonostante i limiti. Molte volte noi dobbiamo andare in carcere senza tutta la nostra parte scenica e tecnica.
Quella strutturazione di scenografie e luci che non ci è possibile realizzare in quel contesto, perché ci è quasi praticamente impossibile portare lì dentro importanti scenografie. Ugualmente, è difficile con permessi e spostamenti. Noi arriviamo al teatro del carcere una o due ore prima dello spettacolo, senza ad esempio poter fare un piano luci o prove sul luogo.
Nonostante queste difficoltà tecniche, il pubblico reagisce sempre in modo bellissimo; anche per i nostri attori è a tutti gli effetti molto motivante.»
I processi simulati
VF: «Può darsi accada perché si giunge all’essenza delle cose?»
EM: «Decisamente si. Però è un’esperienza intensa.»
VF: «Suppongo sia molto impattante sotto ogni punto di vista, inteso anche, e non solo per loro. Dal momento che banno modo di assistere, forse anche partecipare, come nel processo stimolato, ma anche sulla vita di voi di Kerkìs.»
EM: «Sicuramente. In effetti, io -Professoressa Matelli insieme al Dipartimento e ai nostri attori e studenti- abbiamo portato anche un processo simulato. Tra l’altro, io insegno anche Retorica classica, quindi non solo la storia del teatro latino. Va ben chiarito che nel mondo antico la retorica e il teatro erano strettamente connessi, nel senso che la retorica è nata quando si è passati dalla tirannide dal pensiero unico alla possibilità di esprimere opinioni pubblicamente diverse.»
VF: «I dialoghi tragici infatti rappresentano spesso conflitti tra punti di vista diversi, e offrono, incredibilmente, ancora specchi vivi, attualissimi di modelli a confronto.»
EM: «E questo è stato in parte alimentato dai dialoghi tragici, che sono sempre scontri di opinioni nel contesto di un teatro che aveva cominciato a nascere almeno 50- 70 anni prima in una forma già organizzata. Come abbiamo visto prima.»
L’importanza di Retorica e pensiero critico: “una conquista per l’umanità”
La Docente, fra un sorso al nostro piacevole tè caldo, aggiunge al discorso:
«Dal momento cha la dimensione sacrale nel teatro è una delle sue basi, emerge in tanti aspetti. La connessione con la retorica è strettissima: nei testi tragici che abbiamo e nella letteratura che ci è rimasta, vediamo molteplici scontri di opinioni. Contrasti, e anche soluzioni di contrasti che sono di grande modello per l’arte retorica che, quando cade la tirannide, a partire dal 465 a.C. comincia in Sicilia. Si diffonde come possibilità di reclamare anche i propri diritti, di esprimere pubblicamente dei delle proprie visioni, nel rispetto dell’opinione altrui. È qualcosa il cui il valore è di una conquista per l’umanità.
Non so quanto oggi si capisca oggi. Tuttavia, insegnando retorica, spesso prendo spunto dialoghi tragici. Oppure da orazioni antiche dei modelli di contrapposizioni di 2 o più nomi. E sono, incredibilmente, questioni che ci sono ancora. Ad esempio, abbiamo lavorato sul tema dei falsi invalidi.
In un’orazione di Lisia, egli veramente sembra descrivere qualche articolo di giornale di oggi. Un’antica questione: Lisia difendeva in quel caso un anziano invalido che reclamava il suo obulo di assistenza. Contro di lui, c’era chi diceva che invece fosse un falso invalido. Molto divertente, perché abbiamo costruito l’accusa perché lui ha solo la difesa. Mi sono divertita molto in quel caso.
Temi sempre attuali: responsabilità fra naufragi, criminali di guerra e questioni matrimoniali
E poi, abbiamo toccato altre tematiche come l’accusa a dei generali per la sconfitta durante la battaglia delle Arginuse, per i quali c’era stato un odio popolare. Una situazione che ha creato una responsabilità a questi comandanti che avevano obbedito a degli ordini, dunque ad una necessità, che non permise di salvare dei soldati naufragati. Allora, il grande problema fu quello in merito al salvataggio dei naufraghi, quando vi sono delle difficoltà.
Questo processo simulato tenuto anche in carcere ha avuto un successo enorme per le discussioni che sono nate. Abbiamo fatto anche un caso di una controversia matrimoniale antica, estratta da una controversia di Seneca. Ci siamo divertiti molto.»
Quest’anno, Matelli e Kerkìs hanno affrontato una questione piuttosto dura, quella della tredicesima orazione di Lisia, la “Contro Agorato”, dedicata a un criminale di guerra.
L’insegnante procede: «Ci si chiedeva se a distanza di anni potessero ancora condannarlo per fragranza di reato o meno. C’era stata un’amnistia che non avrebbe più fatto emergere la gravità della condanna a morte anche per lui che aveva causato di innocenti. In quell’occasione, c’era la discussione in merito a un’amnistia, che chiedeva cioè alla società di dimenticare il male.
“Contro Agorato” e processo a Bruno Dey
Al contrario, i parenti di chi era morto ingiustamente portarono a processo il personaggio. Un uomo fragile, comunque. Era manovrato dai tiranni che aveva aveva causato la strage di numerosi innocenti. Abbiamo rifatto emergere questo richiamando il caso molto simile di un processo ultimo avvenuto nel 2019/2020 a carico dell’ultimo nazista Bruno Dey, dove un legale ha supposto che anche a distanza di ormai mezzo secolo quest’uomo fosse soltanto una pedina del grande sistema. Non fu, de facto, processato a Norimberga, però era uno di coloro che dalla sua torre di controllo faceva funzionare il sistema e allora questo avvocato è riuscito ai tempi a far emergere le responsabilità. Che è anche di chi è un anello in una catena di criminalità. In particolare contro l’umanità, come è stata quella dei campi nazisti.
Il caso è molto simile, perché anche Lisia, per poter accusare Agorato, un delatore, ha dovuto forzare l’amnistia che c’era e che chiedeva di dimenticare. Con un escamotage anche legale, abbiamo portato questa storia. I reclusi si sono fatti coinvolgere in discussioni interessantissime, che non toccavano, ovviamente, i loro casi particolari, ma ci si chiedeva se fosse giusto o no, con un’amnistia, andare oltre per colpire un criminale contro l’umanità.»
VF: «Una grande questione irrisolta.»
“Una grande questione irrisolta”: il dramma delle responsabilità nel conflitto
EM: «Ma ci sono state discussioni molto interessanti. Inoltre, noi rendiamo il pubblico rappresentato da reclusi e anche gli studenti quali assemblea giudicanti. E sono tutti estremamente partecipi.»
VF: «Mi vengono in mente le parole di mio nonno. Aveva combattuto durante la II Guerra Mondiale. Ricorderò sempre che quando, bambina, a scuola chiedevano se ci fossero dei nonni che avessero partecipato.» «Invece mio nonno aveva combattuto nella prima.» Mi risponde la mia Prof.
Ricomincio a condividere un ricordo d’infanzia, quando mio nonno, classe 1925, che per me fu un eroe, mi spiegò che il peso della guerra non gli permetteva di sentirsi tale. Quel dolore, lo aveva provato, subito e, inevitabilmente, causato. Era, mi resi conto dopo, un dramma che lui si portava dietro. Mi disse “ricordati sempre che la guerra non la fanno quelli in alto, parte dalla mano di uno che si oppone ad un’altra”.»
EM: Sì, poiché gli anelli, come questo avvocato tedesco ha dimostrato, sono poi quelli che rendono possibile la criminalità, ma sono in uno stato di debolezza. Sottolineando però questo, poiché non sono in grado di dire “no, non lo faccio”. E quindi questa è la loro giustificazione.»
Dopo il nostro confronto, fra un graditissimo complimento sul mio anello dallo stile molto primo Novecento, torniamo alle domande.
“LO” spettacolo per Elisabetta Matelli
VF: «Qual è lo spettacolo secondo Lei, so che è una domanda un po’ atipica, però “LO” spettacolo che arriva maggiormente. O che ha un impatto maggiore sul pubblico, in particolare.»
EM: «È difficile da dire, perché tutti colgono una aspetto della vita. “Antigone” però è un testo che funziona sempre. Abbiamo messo in scena “Troiane”. Tocca corde di emozionalità estreme, e ora stiamo mettendo in scena “Medea“»
“Medea”: il tradimento del patto d’amore e la modernità tragica
Incalzo: «Che è una tragedia complessa.»
«Difficilissima e spesso non correttamente interpretata, in paragone con la profondità che ha il testo. Lo manderemo in scena a Maggio.»
(Pertanto, segnate in agenda!! -n.d.r.-)
Prosegue: «Speriamo di riuscire a tradurre quello che il testo, con uno studio serio della drammaturgia delle parole, fa fuoriuscire. Testo che ha origine nel 431 e riesce a presentare la furia di una donna. Una donna che poteva sì, essere la donna del suo tempo, ma che è donna anche dei nostri tempi. Che, come accadrebbe oggi, si sente tradita in un patto d’amore.»
Medea è un personaggio del mito. Nipote di Elios, una divinità archetipica, vive in una realtà archetipica.
La Professoressa Matelli mi regala una lezione sul mito, e pur conoscendo le nozioni, si resta sempre affascinati (io di sicuro, senza lusinghe n.d.r.-) dal suo modo gentile e appassionato di raccontare.
EM: «E sacrale. I patti non si devono rompere. Quindi lei porta quel risentimento che rimane ancora nella donna, ma, da quello che vediamo dalle cronache, anche che negli uomini. Un patto d’amore che si considera un patto infrangibile che, invece, si rompe.
Se infranto, può creare scatenare il caos. Medea di Euripide ci dà questo, eppure non solo quello. Questo testo, nondimeno, fa venire fuori anche una dimensione più arcaica di questa protagonista, in cui la verità è, in qualche modo, in questa psicologia, di non poter subire un tradimento.
In qualche modo, riporta alla sua dimensione di maga di cui aveva abbiamo attestazioni etrusche, soprattutto di VII secolo. Avendo storie sul suo calderone, la protagonista ha questa dimensione di magia. Ma prima ancora, dicono gli antropologi, di divinità che presiedeva l’unità familiare.
Medea, divinità in tre dimensioni al confine fra vita e morte
Quindi, il personaggio vive in una dimensione divinità femminile molto più arcaica, pertanto. Interessantissimo come in Euripide si riescano a trovare queste tre dimensioni:
-Medea donna furiosa del tempo contemporanea
-maga
-divinità
In toto, una divinità che sovrintende all’unità della famiglia della casa. Infine, poiché assimilata a Ecate, è semi-dea del passaggio tra vita e morte.»
EM: «Ora stiamo lavorando su questa terribile tragedia con tutta la difficoltà di riuscire a restituire quello che il testo suggerisce. E che noi vogliamo essere capaci di esprimere per il nostro pubblico. Ogni volta, per noi è una scommessa.»
La grande scommessa: Christian Poggioni, i professionisti e gli attori studenti di Kerkìs
Come accennato, Kerkìs è una realtà di studenti che accoglie e include universitari.
Alcuni di loro intraprendono la carriera di professionisti, come il regista dell’Associazione, Christian Poggioni.
EM: «Abbiamo questo regista, Christian Poggioni, che viene dalla scuola di Strehler. Lui è un grande professionista, ma i nostri attori sono studenti. Non sono -o non sono ancora- professionisti: si stanno avviando a studiare a fondo.
Ho constatato che, se loro capiscono a fondo un testo, perché glielo spieghiamo con tutti i sensi che ha, con gli eventuali sottotesti, migliora anche la loro capacità di espressione. Essa è potenziata, seppur non siano professionisti, ma conoscendo testi, li capiscono.
Noi lavoriamo in quella direzione, cercando naturalmente di correggere dizione, cantilene, e di offrire ruoli adeguati anche al difetto che qualcuno può avere.»
“Un gruppo aperto ad accogliere”
«Abbiamo anche studentesse con disabilità, e sono tutti bravissimi. Questo, a dimostrazione di quanto sia per noi importante l’accoglienza nella nostra visione del teatro. Anche perché il teatro aiuta molto le persone.
Se posso, la parte più bella è vedere come gli altri ragazzi del gruppo accolgano e integrino con grande generosità anche chi può avere difficoltà.
Il gruppo quindi, come il teatro medesimo, migliora le relazioni umane. Essenziale anche per fare un team che poi funzioni sulla sul palco.»
VF: «Ogni volta sul palco trasmettono sempre un sacco di entusiasmo. E, magari anche meno bello da dire per gli altri, i Suoi studenti sono dispensatori di sorriso. Purtroppo, oggi molti ragazzi non hanno quella vitalità e quel sorriso sincero e vivido. Non sorridono quasi più.
Anzi, vedere i Suoi ragazzi sul palco, è proprio, per citarLa, meraviglia. Lo si vede, e si coglie persino il loro stesso meravigliarsi di fronte al pubblico meravigliarsi di fronte, e può darsi anche a loro stessi. Un viaggio di scoperta e riscoperta. Le ammetto che è bello da vedere, e io temo manchi ormai anche in ambito professionistico di alto livello. Si è perso un po’ l’entusiasmo.»
La solitudine della gioventù
EM: «Sono vittime di un sistema che viola loro umanità. Noi invitiamo a vederci anche le scuole, dove ci sono adolescenti. Perché qualche effetto su anche questi adolescenti chiusi in se stessi impauriti, lo può dare. Io li vedo arrivare al primo anno dai licei; l’ultima generazione sono dei ragazzi chiusi in se stessi, timorosi. Poi, magari, hanno le loro vie di fuga digitale. Però prevale per quasi tutti una non-sicurezza, una paura.
E quindi è una non-fiducia che la vita sia bella. Perché ormai non passa più questo messaggio. Di contro,il teatro, anche con in scena una tragedia, vi consegna un senso.
Recitato da giovani entusiasti e pieni di gioia di vivere, penso che anche per gli adolescenti a cui rivolgiamo questi spettacoli, credo possa essere una buona cosa.»
VF: « Assolutamente! Anche perché io credo fermamente ci sia bisogno di cose belle. Ahimè, si lascia sempre troppo spazio al brutto. Pare quasi ci sia quasi una volontà cinica di negare la bellezza. Così come pure le esperienze di gioia. Un pessimismo divagante. Che, infine, uccide l’essere umano.
EM: «Certo. Fra l’altro, è anche una cosa che non hanno i ragazzi che ho conosciuto io. I giovanissimi hanno bisogno di avere testimonianza, cioè i giovani possono acquistare fiducia se vedono altri averne. Hanno energia vitale, un sorriso alla vita. Diventano testimonianze per altri che magari faranno a loro volta questo percorso. Ed è importante.»
Fallire, cadere e risalire per tornare a gioire
Da qui, abbiamo parlato di dettagli più personali. Non Vi dirò quanto sia stato insolito e di quanto mai avrei immaginato essere colei che avrebbe un dì intervistato una delle sue Docenti.
Ma sappiate che è stata una grande, sorpresa. Fatta di drammaturgia, momenti ilari, curiosità e confidenza. Come si fa fra persone che si vogliono bene.
Che migliorano la vita dell’altra persona. Con un semplice e mai scontato sguardo sorridente al futuro.
Forse non è un caso se dopo quella malignamente definita débacle di cui vi ho scritto prima, di Ilia Malinin, quello stesso giovane, dopo aver sperimentato il fallimento sia di nuovo il campione mondiale. Nonostante tutto, forse, quella è stata una sconfitta della pressione costante e delle aspettative proiettate sui giovani. Di contro, è divenuto strumento per riaffermazione di se stessi. Più consapevoli e più forti.
Ecco perché il teatro, che si basa sulle conseguenze dei propri errori, offre sempre un’occasione di analisi, riflessione, condivisione, racconto e miglioramento di sé. Oltre il fallimento,
Come quello che Kerkìs e, in particolare, la mia Professoressa Matelli mi ha regalato, e alla quale sarò sempre molto grata.
E a lei, come a Voi, auguro di cuore Buona Pasqua!
Veronica
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