I teatri chiudono, ma c’è un grazie non detto

teatri chiudono

Giusto pochi giorni fa mi trovavo alla presentazione della stagione 2020/2021. Osservando il foyer con dispenser di gel per la mani in ogni angolo e la Sala Grande arredata con tanto di “comodini” e lampade per garantire il distanziamento tra i posti. Ho così ripercorso questi strani ultimi mesi, dalle prime riaperture a metà giugno, gli spettacoli all’aperto, i festival estivi fino ad arrivare all’autunno con il via alla nuova stagione. Penso all’organizzazione del Teatro del Buratto nel far uscire il pubblico dalla sala una fila alla volta per non creare assembramenti, ai coprisedili arcobaleno cuciti da MTM per segnalare quali posti non possono essere occupati, al numero di steward messi in campo dall’Elfo Puccini per garantire che la prima di “Diplomazia” si svolgesse in piena sicurezza. Penso agli sforzi e alla passione che tutto il mondo del teatro ha profuso per ripartire nonostante anche solo l’obbligo di ridurre la capienza delle sale facesse partire in deficit la macchina. Penso anche al pubblico che nel suo piccolo ha fatto la sua parte, rinunciando ai rimborsi, non lamentandosi di dover tenere la mascherina per tutto lo spettacolo e penso a chi quel sipario non ha ancora potuto aprirlo.

Con tutti questi pensieri in testa ero arrivato a questa conclusione: “Al mondo dello spettacolo sono stati chiesti tantissimi sacrifici e tutti sono stati eseguiti. Chiederne altri sarebbe ingiusto”. Mi sbagliavo. Credevo che la frase “Dobbiamo abituarci a convivere col virus” fosse perfettamente eseguita dai teatri “Andare avanti rispettando alla lettera le regole per arginare il rischio contagi”. Pensavo che la deroga al coprifuoco concessa a chi rientrava a casa dopo le 23 dal teatro fosse un segnale che non si sarebbe andati nuovamente ad accanirsi su questo settore. Sbagliavo. Credevo che i dati di Agis che parlano di un contagio rilevato in 2.782 spettacoli e 347.262 spettatori tra il 15 giugno e il 10 ottobre, sarebbe stati validi per dimostrare come i teatri fossero luogi sicuri. Sbagliavo anche su questo.

Ancora una volta sono i teatri a dover chiudere e in questo momento una decisione che sa di beffa. Alcuni avevano inaugurato la stagione proprio in questa settimana, altri avevano fissato il debutto a breve, altri ancora stavano lavorando giorno e notte per poter finalmente ripartire. E pazienza per gli investimenti fatti e i soldi spesi per poter essere in regola e lavorare in sicurezza. Ricordo bene quella domenica 23 febbraio 2020 quando tutto è iniziato con l’ordinanza della Regione che sospendeva gli spettacoli dal vivo. Quel pomeriggio qualche sala è riuscita a concludere il suo spettacolo, in altri casi il pubblico già nel foyer è stato mandato a casa. Il clima, però, era diverso non si sapeva esattamente cosa aspettarsi, l’ordinanza parlava di una settimana di chiusura e già dal lunedì si era iniziato a promuovere gli spettacoli dei giorni a venire. Adesso il clima è diverso si sa che la data segnata sul Dpcm (24 novembre) ha poco valore e la paura di un lungo stop è tanta.

E mentre il ministro dei beni culturali rilancia la sua idea utopica di un “netflix della cultura”, così distante da quelle che sono le vere necessità di questo mondo, i lavoratori dello spettacolo si sentono di nuovo abbandonati a se stessi. Non entro in questioni economiche, ma almeno due parole le istituzioni avrebbero dovuto avere il coraggio di dirle a queste persone: “Grazie per averci provato, non è colpa vostra”.

Ivan Filannino
direttore Milanoteatri.it

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