Recensione: “Diplomazia”

diplomazia
foto Laila Pozzo

Un confronto avvincente ed emozionante tra due grandi personaggi storici che hanno deciso il destino di una delle città più importanti al mondo, interpretati da due altrettanto grandi attori come Elio De Capitani e Ferdinando Bruni.

Bastava questo preambolo per attirare l’attenzione su “Diplomazia” la nuova produzione firmata Teatro dell’Elfo, LAC Lugano Arte e Cultura e Teatro Stabile di Catania e diretta da Elio De Capitani e Francesco Frongia che ha potuto finalmente debuttare nella sala Shakespeare dopo il rinvio della passata stagione.

Come anticipato la presenza sul palco di due icone del teatro italiano unito al racconto di un fatto storico indubbiamente interessante aiutano a far crescere l’appeal ma “Diplomazia” è anche molto altro. Dall’ottimo lavoro dei due registi, alla traduzione del testo originale di Cyril Gely fatta da Monica Capuani, fatto da non dare per scontato visto che in uno spettacolo fatto interamente sul botta e risposta la traduzione assume un ruolo fondamentale. Nota di merito anche alla scenografia quasi cinematografica curata davvero in ogni dettaglio. Coi suoni si sarebbe potuto osare anche di più rendendo ancora più evidente la drammatica situazione in cui versava Parigi.

La storia si svolge tutta nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1944, l’esercito degli alleati sta per riconquistare la capitale francese e, all’interno del suo ufficio in un hotel della città, il governatore nazista Dietrich von Choltitz si prepara a dare l’ordine di radere al suolo Parigi. A fermarlo l’intervento a sorpresa del console svedese Raoul Nordling che dà il via a un duello tra due personalità completamente diverse ma ugualmente forti dove l’arma è la parola.

In una recente intervista il coregista Francesco Frongia ha spiegato che lo spettacolo parla di uomini ed è proprio la personalità dei due protagonisti a riempire il palco, due auree potenti e consapevoli dei propri mezzi su cui De Capitani e Bruni riescono a imporre la loro impronta. Pragmatico il generale tedesco, ironico il console. I due personaggi si sfidano su vari round mantenendo il risultato a lungo sul pareggio il tutto accompagnando da un crescendo di tensione. Entrambi a modo loro vogliono mettere fine a un’escalation bellica degna del manuale del barone Carl von Clausewitz.

I loro ruoli istituzionali non precludono, però, la loro umanità che traspare più volte, soprattutto quando parlano delle rispettive famiglie, in un dialogo che spesso si trasforma in una confessione. Tra le quattro mura di quella stanza di un hotel di Parigi il governatore e il console diventano semplicemente Dietrich e Raoul, due uomini che da nemici finiscono inevitabilmente per diventare complici.

A dare tregua ai due protagonisti ci sono i tre soldati interpretati da Michele Radice, Simon Waldvogel e Alessandro Savarese pronti ad intervenire nel momento del bisogno. Da sottolineare il racconto dettagliato del piano di distruzione di Parigi con cui Radice riesce a portare fisicamente il pubblico in quelle strade del 1944 tra Gare de l’est e Montmatre.

Un ultimo appunto sulla perfetta organizzazione del Teatro Elfo Puccini nel gestire il flusso di spettatori. Ai teatri sono già stati chiesti tanti sacrifici, in un momento come questo ogni sipario che si apre è un piccolo miracolo realizzato da chi lavora 24 ore su 24 in questo momento. Le istituzioni dovrebbero dire grazie a queste persone e correre a recuperare chi, non certo per colpa propria, ancora non ha potuto riprendere l’attività.

Ivan Filannino

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