“Green Days”: intervista a Matteo Luoni

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foto Laila Pozzo

Nato e cresciuto a Milano, Matteo Luoni si diploma alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, uno dei centri più prestigiosi per la formazione teatrale in Italia. Luoni è una delle voci più interessanti della drammaturgia italiana, la sua scrittura è profondamente poetica e umana.

Il debutto, come autore e regista, avviene nel 2015 con L’anatomia degli affetti, sotto la supervisione artistica di Lucia Calamaro. Da allora, la sua carriera si è intrecciata con alcuni dei nomi più influenti del teatro contemporaneo, tra cui Antonio Latella, con cui collabora in Santa Estasi – Atridi: otto ritratti di famiglia, spettacolo vincitore del Premio UBU e del Premio della Critica.

Nel 2017, partecipa alla riscrittura di Aiace da Sofocle, insieme a Linda Dalisi, e lavora come assistente alla regia per Pinocchio al Piccolo Teatro di Milano. Nello stesso anno, viene selezionato per lo Studio Européen al CNES-Chartreuse in Francia, dove inizia a scrivere Le ossa danzanti, un testo che mescola lutto, natura e mitologia in una narrazione surreale e toccante.

Il suo monologo Deliquio, diretto da Domenico Ingenito, debutta a Napoli nel 2018. Nel 2020 è alla Biennale di Teatro di Venezia con Elia Kazan. Confessione americana, finalista al Premio Hystrio-Scritture di Scena nel 2021.

Dal 2020 è dramaturg e co-coordinatore del progetto Luminanza_Prismi, dedicato alla drammaturgia svizzera di lingua italiana.

Il 28 ottobre 2025 debutta il suo nuovo spettacolo in scena a Campo Teatrale con la regia di Mattia Fabris dal titolo Green Days, la storia di due generazioni a confronto.

Per saperne di più ho contattato direttamente Matteo, al quale ho chiesto dove nasce l’idea, e perché, di uno spettacolo dalla tematica così importante e attuale; Green Days?

Green Days nasce da un bando di Fondazione Comunità Milano, raccolto e fatto progetto da Campo Teatrale. Il bando aveva come obiettivo avvicinare gli adolescenti alle tematiche di sostenibilità e ambiente. Lo spettacolo è all’interno di un progetto più grande, che si chiama Seminare Futuro, e che mi ha visto impegnato, assieme a tante/i altre/i brave/i colleghe/i, in Istituti superiori secondari a Milano.

È stato un viaggio di scoperta, in una generazione che spesso concepiamo bidimensionalmente, quasi fosse un fumetto. E invece le differenze ci sono, e tante, soprattutto sulla percezione delle problematiche contemporanee, e della sostenibilità nello specifico: la provenienza sociale di un ragazzo o di una ragazza, la sua storia personale, l’età, fanno la differenza su ciò che pensano (e su ciò che provano) del mondo.

Green Days è nato prima, durante e dopo quei mesi nelle scuole. La necessità era di parlare a due pubblici diversi: giovani e adulti. Da lì mi è nata l’idea: il rapporto difficile tra un padre single e una figlia. Non un interno borghese, però, ma una casa che rischia ad ogni momento di non esserci più.

Un padre, una figlia e un rapporto fatto di condivisioni, sogni e disillusioni.

Lei attivista ambientale. Lui ancora alla ricerca di una sua strada.

Mentre fuori il mondo brucia, ciascuno dovrà confrontarsi con la propria verità e la propria coscienza.

Chi è Marco e chi è Emma?

Marco è un uomo sui 40 anni, padre single, senza impiego.

Occupa una casa pubblica non assegnata. Ha un profilo facebook. A chi gli dice che è difficile, risponde è il mondo ad essere difficile. Ma ormai si è rassegnato.

Emma è una ragazza di 17 anni che sogna un mondo migliore.

È brava a scuola, ma non le manca il lato pratico: quando serve, si mette a lavorare. Sul suo feed social ci sono pagine dedicate all’ambiente e ai diritti umani. E non di rado scende in piazza a protestare.

Con loro faremo più un viaggio emotivo o politico?

Spero un viaggio emotivo.

A me interessa solo raccontare la storia di due generazioni così vicine eppure così lontane, di una famiglia povera all’interno di una città ricca. Ma soprattutto, la storia di come ciò che ci sta a cuore a volte entri in conflitto con chi ci sta a cuore.

Oggi parlare di ambiente, di cambiamento climatico, di sostenibilità e di green in generale sembra essere diventata la cosa più facile e al contempo più difficile. Sebbene siano argomenti che solo recentemente hanno meritato un’attenzione pubblica nuova, ci paiono tuttavia già “spanati”, di difficile digeribilità. I rischi sono molti, specialmente se questi temi li si vuole portare in teatro, un luogo in cui qualsiasi operazione artistica a riguardo cammina sul sottile crinale tra il programmatico e il retorico.

Che ruolo gioca il teatro nel raccontare temi così importanti senza cadere nella retorica, chiaramente.

Si cade nella retorica se li si pensa come temi, e non come storie.

Una buona storia contiene sempre grandi contraddizioni: un personaggio pensa che una cosa sia giusta, ma poi si comporta all’inverso quando la vita lo mette alla prova. Per questo è importante che il pubblico si chieda:

“io cosa avrei fatto, al posto di quel personaggio?”

Più che:

“sono d’accordo o in disaccordo”

Altrimenti si finisce per parlare a un pubblico con il quale si conviene già su tutto.

Che senso ha?

Lo spettacolo tratta temi, scusa… una storia urgente come appunto l’ambiente e l’attivismo.

Come hai bilanciato emozione e messaggio?

Se avere un messaggio è avere qualcosa da dire, non penso di averne uno.

Mi piace di più pensare di avere una questione, a cui non ho risposta. Racconto la storia di una ragazza che impara che lottare per un’idea significa sacrificare qualcosa di sé, e, a volte, qualcuno.

Non so se sia giusto o sbagliato.

Ok, lasciamo stare i messaggi e i temi! Ti chiedo giusto perché non ho visto lo spettacolo, ma non mancherò di venire a Campo Teatrale, cosa sono disposti a sacrificare Marco e Ema per i loro ideali?

Emma è disposta a sacrificare tutto, perché credere nei propri ideali significa, per lei, trovare finalmente se stessa.

Marco è disposto a sacrificare tutto non per i propri ideali, bensì per ritrovare sua figlia, per rimanere ancora famiglia.

Come ti immagini l’evoluzione di Marco ed Emma dopo la fine dello spettacolo?

Spesso mi chiedono – specialmente i ragazzi – che fine facciano padre e figlia, che tipo di rapporto mi immagino che abbiano, dopo la fine della storia. La verità è che non lo so, e non lo voglio sapere.

Invece cosa vorresti che lo spettatore si portasse a casa dopo aver assistito a Green Days?

Una domanda:

“a quanto sarei disposto/a a rinunciare per cambiare ciò che non mi piace?”

La regia è affidata a Mattia Fabris che con l’ambiente ha molto a che vedere.

Come, la sua regia, ha trasformato o arricchito il tuo sguardo autorale?

È stato un percorso di scrittura sempre in dialogo: con Mattia, che mi ha spinto sempre a cercare di mettere azione in ogni singola battuta, e poi con Marco Colombo Bolla e Donato Nubile (a quest’ultimo dobbiamo dare l’onore di aver inventato il titolo!). Ma anche con gli attori, Umberto Terruso e Ilaria Marchianò. A quest’ultima devo molto: il suo attivismo e la sua passione sono stati dei fari guida per questo progetto.

Cosa significa per te scrivere per il teatro?

Significa guardare qualcuno che guarda.

In mente, mentre scrivo, ho sempre il pubblico, come se fossero tutti invitati a una mia festa.

Quant’è difficile fare oggi in Italia nuova drammaturgia?

È un problema di sostenibilità economica.

Ciò che ci vuole, oggi, per sostenere i drammaturghi e le drammaturghe è una sola cosa: tanti soldi. È difficile vivere e scrivere al tempo stesso. Per la scrittura non bastano gli interstizi di tempo, tra un lavoro e l’altro – lavori che fai per guadagnare qualcosa, che non c’entrano niente con quello che vorresti fare veramente – tra la preoccupazione di non avere più niente sul conto e la spesa da fare. A me non basta. Per questo, scrivere e fare teatro, come giovani e meno giovani autori e autrici, registi e registe, dipende anche (tanto) dalla classe sociale a cui appartieni. Da come sta la tua famiglia. Dall’avere già una casa o meno. Dal potersi permettere un tempo di ricerca, senza preoccuparsi di stare sempre a caccia di lavoro. Ovvero: è più facile se te lo puoi permettere. Poi ci sono le eccezioni: amici e amiche che si indebitano, pur di fare questo lavoro. Ma di certo non diventano ricche/i.

È un tabù: il teatro italiano è pieno di privilegiati (che sanno di esserlo e fanno finta di niente).

Per un giovane drammaturgo, posizionarsi all’interno di una rete teatrale, oltre al talento e al rigore, quanto contano le giuste relazioni?

Dicono tutti che contano.

Penso che sia vero, ma ancora non ho capito che cosa si dovrebbe fare, in queste relazioni. Penso che soprattutto conti avere progetti spendibili, capibili, vendibili. Penso che bisogni studiare bene le stagioni teatrali, sapere che cosa attira il pubblico e che cosa lo sorprende. E poi confrontare questi dati con la propria lingua teatrale, con ciò che si desidera fare. E trovare il proprio posto nel mondo.

Dopo questa breve digressione, torno sullo spettacolo con l’ultima domanda:

Cosa ti piacerebbe leggere in una recensione dello spettacolo Green Days e cosa invece ti darebbe più fastidio?

Mi piacerebbe leggere che è uno spettacolo che ha tenuto sulla sedia, all’ascolto, tanti adolescenti che non avevano mai messo piede in teatro.

Mi darebbe molto fastidio leggere che si tratta soltanto di uno spettacolo sull’ambiente.

Ogni passo verso il cambiamento è una piccola rinuncia, un piccolo atto d’amore verso sé stessi. E forse, proprio lì, tra ciò che lasciamo andare e ciò che scegliamo di abbracciare, nasce la libertà.

CAMPO TEATRALE

dal 28 ottobre al 2 novembre 2025

dal 25 al 30 novembre 2025

di Matteo Luoni
regia Mattia Fabris
con Ilaria Marchianò e Umberto Terruso 
  

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