Intervista a Leda Kreider, regista e fresca vincitrice del Premio Le Maschere e ad Antonio Perretta, protagonista di un Hamlet insolito, dubbioso e stanco del destino già scritto, in scena al Teatro Corvetto
Di Veronica Fino
Cari Amici di ProfAmà,
Halloween: giorni di zucche, zucchette, caramelle stregate e teschietti. Quale personaggio può venire in mente, pensando a quegli stessi teschi, se non il più iconico di sempre, Hamlet?
E proprio con questa premessa, mentre intaglio il mio nuovo jack-o’-lantern, vorrei parlarvi di Hamlet – Cronache dall’Interzona di Leda Kreider in scena dal 29 ottobre fino a domani, 1° novembre, nella sede del nuovo e sempre più promettente Teatro Corvetto, voluto da Corrado D’Elia.
Ma cosa accadrebbe se persino l’archetipo dell’eroe tragico moderno fosse mosso dall’inquietudine e stanco di un destino avverso già stabilito per lui?
Se si trovasse in un luogo, o meglio, un non-luogo, diverso, pronto a ribellarsi al proprio autore?
E infine, se non fosse il solito Hamlet? Ce lo raccontano Leda Kreider, regista e attrice, insieme a Antonio Perretta nei panni del protagonista. Al di qua e al di là dell’Interzona.
Godetevi ciò che questi giovanissimi indipendenti mi hanno svelato, magari mentre riempite le ultime zucche di dolcetti. Noi di MilanoTeatri ci stiamo dando da fare, e non solo a sgranocchiar leccornie!
Buona lettura,
Veronica
Hamlet – Cronache dall’Interzona
Come già chiaritoVi, Hamlet – Cronache dall’Interzona è lo spettacolo in scena fino a domani al Teatro Corvetto. La regia è della giovane Leda Kreider, italo-americana che ha, “fra l’altro”, vinto il Premio Le Maschere del Teatro 2026 come miglior attrice emergente.
Il protagonista, il baldo – attenzione alle r, in tema Shakespeare e dintorni– Antonio Perretta.
Con loro, anche il bravo e versatile Mauro Lamantia.
Quello che ci aspetta, infatti, in questa messa in scena – adattata dal Perretta, su drammaturgia di Pasquale Stanziale non è l’eroe che tutti conosciamo.
– Lo sappiamo – ci sono dei personaggi che restano particolarmente impressi. O con cui empatizziamo o per cui ci scandalizziamo. I più iconici, pur nei loro drammi. Diventano archetipi.
Fra loro, immancabili, quasi tutti quelli nati dalla penna di William Shakespeare.
Ovviamente, Amleto è lì, primo, svettante, su tutti.
Benché potrebbe “battersela” benissimo – non in aura, di quelle battles risparmio i commenti, non ne ho le forze -con Romeo and Juliet, ma oltre ad essere loro in due, svelano meno della natura tragica dell’uomo contemporaneo.
Sappiamo anche che di versioni di Hamlet, ce ne sono in quantità infinita. Però, quello di Leda e Antonio NON è il solito Hamlet. Questo, addirittura, se la prende col suo ideatore.
Un Hamlet diverso, dunque. Non più (solo) il principe di Danimarca dall’epilogo tragico.
Persino sfinito da quattro secoli di rappresentazioni.
Egli si ritrova in un “non-luogo”: l’Interzona di William S. Burroughs.
Questa piccola chicca teatrale incuriosisce e fonde – “flexandone” i punti di forza – l’opera del Bardo (qui, la r è doverosa) con uno degli autori più legati alla Beat Generation.
Ma per comprenderla meglio, Vi lascio qui la nostra chiacchierata.
Interviste dall’interzona: Leda Kreider e Hamlet – Antonio Perretta
Cos’è questa interzona? Inoltre, come si arriva da una tragedia a una commedia sagace e tremendamente attenta a stimolare analisi drammatiche, un po’ come nel più classico esempio di Aristofane?
Queste sono le prime domande che mi sono posta, mentre mi dannavo per aver dato credito all’orario delle Poste.
Con questo aneddoto sul prequel di un girone limbico ( – come mi presento io, nessuna -) saluto e accolgo per prima Leda Kreider.
A sorpresa, c’è anche Antonio Perretta con lei.
LK: « Ciao! Diciamo presenti entrambi, dato che Antonio è Amleto. È sempre bello parlare in due, nonché con il mio compagno»
VF: «Bellissimo! Insomma, un perfetto rapporto artistico e di vita.»
Entrambi sono da subito gentilissimi, alla mano ed emozionati. ( – è la parte che preferisco del mio lavoro, confrontarmi con gli artisti e cogliere un po’ delle molteplici sfaccettature -)
La nostra chiacchierata è andata ben oltre il palcoscenico, toccando il senso medesimo del fare teatro oggi.
VF: «La prima domanda che faccio sempre alle persone che intervisto per questo spazio è: che cos’è il teatro per voi? Una domanda semplice che ogni volta apre un mondo personalissimo…In sintesi, apre il vaso di Pandora!»
La mia accezione è teatrale, riguarda invero la catarsi e il ritorno a un mondo di vita meno perfetto ma più reale e vivo, come quello degli ospiti artisti oltre alla sola scena
Leda: Il teatro come gioco
(- ridiamo alla battuta , molto complici -)
LK: «Grazie, anzi, per questa domanda. Se devo risponderti rapidamente, ti dico che per me il teatro è un gioco molto serio. Cerco però di ricordarmi che è veramente un gioco, perché è il motivo per cui ho iniziato ad avvicinarmi a questo mestiere.
Questa parte di sano divertimento, nella complessità, è la cosa che mi preme di più. Il teatro è uno strumento di conoscenza collettivo, però per me resta un gioco che deve avere una sua bellezza. Anche nella tragedia c’è un divertimento nella ricerca di quelle verità che non raggiungeremo mai.»
VF: «In fin dei conti, in inglese si usa il verbo to play per recitare, no? Quindi, in qualche modo, penso che sia tutto lì: un mondo giocoso, ma che racchiude ogni aspetto del reale e dell’immaginario».
Un gioco, quindi, da non dimenticare, nemmeno quando la complessità del lavoro e dei temi affrontati rischia di farne perdere la dimensione ludica.
Antonio: Il teatro come profondo atto di resistenza
Rivolgo la stessa domanda ad Antonio
AP: «Ti direi che la risposta varia a seconda del momento che una persona sta attraversando, personale, privato o lavorativo.
In passato ti avrei sempre detto che il teatro è un modo per parlare con i fantasmi.
Adesso ti dico che, ora più che mai, è un atto di resistenza. Un profondo atto di resistenza, soprattutto in questo momento storico terrificante che stiamo vivendo.
Ti faccio un esempio.»
Avignone, le manifestazioni e un inevitabile legame col sociale: “mi sentivo quasi un carbonaro”
Noi abbiamo fatto questo spettacolo al Thèatre du Balcon di Avignone, in Francia, il 17 ottobre. Ho avuto una sensazione incredibile.
Avevo i brividi in scena, perché stavamo facendo lo spettacolo, sigillati in teatro, mentre fuori c’era la guerriglia urbana nell’ambito di tutte le manifestazioni che si sono svolte e che continuano a svolgersi.
Mentre recitavo, mi sembrava quasi di appartenere a un movimento carbonaro, capito?
In questo momento storico ci vedo un profondo atto di resistenza, se fai teatro.
Perché ci sono tanti modi di fare teatro: c’è pure chi se ne frega. Però, se lo fai in un certo modo, credo che ora più che mai sia un atto politico estremamente necessario.
Nonostante nel corso della storia tante volte il teatro sia stato dato per spacciato o moribondo, non credo sparirà mai dalla faccia della Terra. Trovo che sia qualcosa di estremamente necessario per tutti, anche per chi non lo sa, anche per chi non ci è mai stato.»
Condivido la sua posizione in merito all’impegno del teatro per e nella società.
VF: «Certo. Io penso che, fondamentalmente, in questo periodo in cui vediamo sempre più brutture, un atto di bellezza come può essere uno spettacolo teatrale sia importante.
Il teatro porta vita e vitalità nello spettatore. Ogni volta si rinnova, ogni volta che qualcuno va a vedere uno spettacolo, qualcosa gli rimane.
La rivoluzione di oggi: portare del bello anche attraverso il teatro
Penso che la sua parte rivoluzionaria sia proprio questa: portare del bello oggi.
Portare al pubblico non tanto risposte, che nessuno può arrogarsi il diritto di dare, quanto soprattutto domande. Quante più domande possibili. Suscitare qualcosa, almeno un po’ di riflessione.»
AP: «Esatto. D’altronde, è quello che si diceva già nell’antica Grecia: il teatro deve mettere a disagio, costringere a pensare, suscitare dubbi e riflessioni profonde. Credo che il discorso non sia mai cambiato. Anzi, credo vada approfondito.»
Per Antonio, ciò che invece rischia di svuotare questa funzione è la tendenza a trasformare il teatro in una «giostra». Esistono modi diversi di fare teatro e non tutti, a suo avviso, sono ugualmente interessati a interrogare il presente.
Mentre lo dice, effettivamente, il suo tono si fa più concitato. Un atto di profonda resistenza. E lui stesso ammette: «mi agito perché mi dà fastidio ciò che vedo in giro, il rendere il teatro una fiera di divertimenti»
VF: «Credo che ci siano modi e modi di fare teatro, ma l’impegno verso il presente è necessario.»
“Amleto figlio del dubbio”: Burroughs e il non luogo
In questo passaggio, comprendo più ampiamente la percezione del dubbio quale possibilità di libertà.
VF: «A questo punto, passiamo al vostro spettacolo. Hamlet non è più tanto il principe che viene divorato dall’incertezza o dall’indecisione, ma è proprio un figlio del dubbio. Sapete rivelarci qualcosa in più?»
LK: «Certo! In questa versione particolare, Amleto si risveglia continuamente in questa zona ispirata all’Interzona».
AP: «Scusami, sto confondendo i piani dello spettacolo con la realtà, a proposito di Interzona!»
LK: «È un non-luogo teorizzato da William S. Burroughs, soprattutto ne Il pasto nudo. L’impossibile romanzo Il pasto nudo, del quale la sezione iniziale si intitola appunto “Interzona”».
Kreider svela anche parte della trama:
«Lo scrittore americano si rifugia in Marocco dopo, si dice, aver ucciso sua moglie Joan.
Lo spettacolo è ambientato in questa Interzona, dove si risveglia anche Hamlet e combatte ossessivamente con i suoi spettri. Incontra continuamente i personaggi della tragedia».
William a confronto: autori e traghettatori
C’è però un elemento curioso: Amleto «viene traghettato dallo stesso William Burroughs, interpretato da Mauro Lamantia. Di lì incontra anche altri personaggi, come Jacques Lacan».
Immediatamente, mentre parla di traghettare, penso a Caronte, ai riferimenti con i classici greci che i due menzionano più volte, in particolare Perretta.
Il giovane danese si ritrova quindi in un mondo molto differente anche dal suo e quel dubbio innesta una ricerca di affrancamento. In qualche modo, cerca la libertà del suo personaggio. O, meglio, di Hamlet personaggio. Per rivendicare il diritto a una sua esistenza.
Leda aggiunge poi: «Un’esistenza nella quale ognuno può comunque riflettersi».
In questa versione vi è forse un Hamlet più maturo, o più simile a noi, alle prese con la fatica di andare oltre: oltre quello che viene istigato a cercare, oltre ciò che già conosce e da cui è ossessionato.
Conclude la regista: «È come se cercasse un modo per liberarsi dal circolo infernale in cui si trova».
“Tutti fanno Amleto” – provocazione e adattamento di Stanziale e Perretta del più spietatamente abusato della letteratura teatrale
AP: «Quello che mi sento di dire è che il testo parte da una provocazione che abbiamo condiviso con l’autore, Pasquale Stanziale. Per me è assolutamente fondata, ovvero: tutti fanno Amleto.
Nel corso della storia, da quando è stato scritto, è stato continuamente rappresentato. Nel testo viene infatti detto che è “il personaggio più spietatamente abusato della letteratura teatrale”.
Burroughs, secondo Pasquale Stanziale – ricordo che in questo caso l’autore diventa figura letteraria e teatrale in senso drammaturgico – dà la possibilità di confrontarci con questo Amleto, convocato continuamente in un non-luogo dove tutto è possibile e nulla è reale, come dice appunto la figura teatrale di Burroughs stesso».
Un dialogo continuo tra personaggi e tra Amleto e i suoi spettri, che nel loro caos diventano funzionali: sono cioè un pretesto per esprimere considerazioni sullo stato dell’arte e sullo stato in cui versa la politica.
Riprende, nello specifico: «Si aprono valutazioni sullo stato del teatro oggi e della scrittura, in un mondo in cui sembra non avere più senso. Questo testo, da quando lo abbiamo letto per la prima volta, ormai tre anni fa, sembra sempre più visionario.
Sembra aver anticipato delle cose che poi, a oggi, si sono effettivamente verificate. È sconvolgente da un certo punto di vista, per quanto queste riflessioni facciano paura».
L’intuizione riuscita e fuori dal comune dell’autore di un Hamlet senza Shakespeare
LK: «Aggiungo solo, visto che stiamo parlando dello stato dell’arte, che Stanziale ha effettivamente messo insieme Amleto – Hamlet e William Burroughs».
Un’intuizione, aggiungo io, quasi surreale, per quanto riesce. Uno spettacolo con William Burroughs, figura che il suo personaggio più riuscito arriva a voler uccidere, e senza Shakespeare, almeno nel senso che non viene utilizzata neppure una battuta originale di Hamlet. (Quello del 1600!)
LK: «Hamlet è un archetipo, forse uno dei nodi centrali del teatro europeo e comunque occidentale, accostato a uno dei poeti forse ancora non compresi del Novecento. Burroughs aveva una necessità, una brama estrema di comprensione del mondo.
Questi due mondi messi insieme sono come se cercassimo veramente di ricrearli in qualche modo sulla scena, attraverso i personaggi che attraversiamo tutti e tre».
Fra personaggi ideali, reali e reali resi teatrali
AP: «Sì, ed è una sfida per noi. Riuscire a rendere un confronto tra un personaggio di fantasia e un personaggio realmente esistito, che in questo caso diventa figura scenica, è interessante.
La questione è che, per quanto alla fine si tratti di una commedia – lo sottolineano entrambi con orgoglio e per scansare equivoci, perché si sorride anche – noi siamo partiti dall’idea che Amleto sia sfinito.
In quattrocento anni di storia, quattro secoli, diciamolo, lo hanno rappresentato in tutti i modi possibili, dalla fine all’inizio. Lo hanno destrutturato, ne hanno fatto qualsiasi cosa».
Per evitare, suppongo, volti potenzialmente disorientati di fronte all’affermazione, incalza subito:
«Ehm… pure noi, alla fine, lo stiamo facendo. Partiamo proprio da questo, ma poi si aprono tutta una serie di riflessioni particolari».
VF: «Nel vostro caso bisogna dire che cercate di dare ad Hamlet un’immagine diversa. Non tanto un’immagine idealizzata del personaggio, quanto piuttosto qualcosa che lo porti nel reale. Gli date qualcosa in più, un’analisi diversa e quindi anche uno strumento di lettura che non è più quello ordinario.
Penso che sia una cosa interessante anche per i gruppi di giovani. A volte mi capita di parlare con i ragazzi e sentirmi dire: “Ma ancora Amleto? C’è sempre quello!”. Non riescono magari a vedere qualcosa di diverso. Credo che questa chiave possa essere molto interessante, perché bisogna proprio spiegare loro che non è nulla che sono soliti vedere».
Un Hamlet a sé
AP: «La cosa interessante è che non c’è neanche una battuta del testo originale di Shakespeare».
LK: «Non perché ci sia una contrarietà nei confronti del testo originale. Anzi, è come una Bibbia sul comodino: tutte le sere a leggerne una battuta per capire il mondo!»
Quasi si scusa, e mi fa tenerezza in quel modo di ossequio dovuto allo scrittore elisabettiano.
LK: «Ed è un’indagine, alla fine».
È effettivamente una forma scenica che sfrutta diversi linguaggi. A parte l’ironia, anche l’impianto scenico vuole essere accogliente nella contemporaneità. Magari ci fossero davvero fiumi di giovani a vederci, per capire insieme cosa ne pensano!
AP: «La domanda è: che cosa fare se tutto è già stato scritto? Il personaggio sta tentando in maniera del tutto inutile di svincolarsi in qualche modo dal proprio destino letterario».
LK: «Un po’ il parallelo ideale contro il disfattismo di chi dice: “Ma che lo faccio a fare? Tanto le cose non cambieranno mai”. Magari non se ne esce, però spingendo chi ci sta davanti alla riflessione, qualcosa poi succede!»
Qualcosa ancora da dire e su cui lavorare
La domanda che attraversa lo spettacolo è capire come un personaggio come Hamlet possa cercare di liberarsi da una storia che è già stata scritta per lui, attraverso il confronto fra i personaggi in scena.
VF: «Certo, si innescano tutta una serie di meccanismi per cui almeno ci si dice: “Ah, ok, però c’è ancora qualcosa da poter dire, c’è ancora qualcosa di cui parlare e con cui confrontarsi. Credo che l’idea sia proprio quella di tornare a casa dicendo: effettivamente, c’è ancora molto su cui si può lavorare. Mi sembra una trama molto curiosa, in senso positivo, assolutamente fuori dal comune».
E sì, magari il teatro, come ogni forma d’arte, non dà tutte le risposte, soprattutto oggi. Ci pone tuttavia davanti a ciò che è stato, agli errori eventualmente commessi e a temi già affrontati.
Non offre risposte oggettive, perciò. Ha tuttavia la potenza di stimolare le riflessioni dei singoli individui, con le loro libertà, i loro diritti e le loro responsabilità. E magari, persino, di farci realizzare di essere individui in una società di individui con il medesimo bagaglio umano…
Rispolveriamo le parole
VF: «Oggi è pure difficile trovare qualcosa di nuovo. Accade anche, ad esempio, nella moda: in teoria si potrebbe pensare che sia già stato detto tutto. Eppure, ogni volta, qualcosa viene ripreso da ciò che c’era, poi rinnovato e trasformato. Il risultato è qualcosa di nuovo, o comunque capace di suscitare ancora interesse».
LK: «Concordo, è un altro punto di vista, un’altra prospettiva. Mi vengono in mente alcune citazioni di Goliarda Sapienza. Rispolveriamo le parole, perché spesso questa cosa vale anche per il linguaggio. Togliamo la muffa, perché alcune parole, con il tempo, assumono significati diversi rispetto a quello che era il loro significato originale.
Quindi sì, quello che dici è estremamente importante e attuale, più che mai necessario».
Come nasce una visione condivisa
VF: «Il testo vi ha colpito circa tre anni fa. Come è nato il progetto e come avete pensato di portarlo in scena?»
LK: «Il testo nasceva come monologo, ma aveva una struttura più vicina a un saggio filosofico. Antonio lo ha adattato, intervenendo sulla scrittura fino ad arrivare a tre attori in scena. Abbiamo immaginato uno spazio scenico e un continuo interscambio tra i personaggi, fatto di entrate, uscite, incontri e trasformazioni.
La prima tappa è stata il bando Vene.Re 2025, con il Teatro Comunale di Vicenza e il Teatro del Lemming di Rovigo, che ci ha permesso di affrontare due periodi di residenza e altrettante uscite pubbliche. Successivamente, grazie al Teatro Menotti di Milano e al sostegno di TrentoSpettacoli, con Daniele Chilosi, siamo riusciti a sviluppare ulteriormente il progetto, costruendo una vera dimensione scenografica, sonora e visiva. Hamlet – Cronache dall’Interzona è stato un lavoro condiviso con tutti i professionisti coinvolti: Francesca Sgariboldi per le scene, Gianluca Agostini per il suono, Fabrizio Visconti e Gianluca Carrozza per i costumi, Martino Prendini e Matteo Bonanni per le animazioni video. Attraverso la sperimentazione dello spazio, dei costumi, degli oggetti e delle maschere abbiamo costruito questo strano luogo in cui si muovono i personaggi».
Insieme, un lavoro di costruzione. Fra visione e condivisione
Una campanella del ricordo, per rammentarci che insieme si funziona meglio quando si costruisce, piuttosto che quando si intimidisce e demolisce.
Un testo necessario
VF: «E quanto lo sentite vostro?»
AP: «Io ho sentito che poteva diventare nostro fin dalla prima lettura. Trovo che sia un testo estremamente ironico, e l’ironia è l’arma migliore per affrontare certi argomenti. Ma soprattutto lo considero un testo necessario, anche per chi fa teatro. È necessario per il pubblico, perché lo mette davanti a una serie di ragionamenti che riguardano il momento attuale.
È anche un testo estremamente cattivo, perché dice le cose come stanno. Rispecchia pensieri che molti hanno, che tantissimi hanno, ma che nessuno dice, perché si preferisce prestarsi al sistema teatrale, alla giostra teatrale italiana. Proprio per questo, dal primo istante ho pensato: bisogna fare questo testo. Non dico che non si debbano fare spettacoli di natura piccolo-borghese o vaudeville fini a se stessi, ma credo che spesso si scelgano certe cose proprio per non pensare a quello che sta succedendo. Io non sono d’accordo. Penso che si debba riflettere costantemente sul presente e credo che il teatro sia una delle armi, se non l’arma più potente di tutte».
La chiave dell’ironia, ode ad Aristofane
VF: «Credo che le persone necessitino di evadere in alcuni momenti. Il teatro, in virtù della relazione che instaura tra chi è sulla scena e chi assiste, è primariamente strumento di indagine. Lascia suggestioni e stimola riflessioni».
AP: «Esatto. E molto dipende anche dal metodo, dallo strumento utilizzato.»
VF: «In riferimento alla catarsi, penso alla pietà e al terrore. Conta il modo in cui il messaggio viene traslato in termini teatrali, affinché si comprenda.»
AP: «L’ironia è uno degli strumenti più adatti, soprattutto ai nostri tempi. È immediata, percepibile: le persone ridono, ma quella risata porta con sé anche una componente riflessiva. Non a caso, si sta riscoprendo Aristofane perché l’indagine e le riflessioni che contengono le sue opere sono ancora attuali».
VF: «Immenso. A breve rivedrò Le Rane. Una delle opere più rappresentative e che preferisco!»
Alla ricerca di una nostra voce teatrale, fra sogni e futuro dopo Hamlet
VF: «A questo punto vi chiedo: c’è uno spettacolo, un autore, un’autrice o anche un personaggio a cui siete particolarmente legati e che vorreste un giorno rappresentare, se non l’avete già fatto? Qualcosa che credete possa essere il vostro passo successivo?»
AP: «Io sì, te lo dico subito, poi lascio la parola a Leda, perché è una cosa che voglio fare da sempre, anche se è un macello: Heiner Müller.»
VF: «Molto impegnativo!»
AP: «Eh, lo so, lo so.» ( –ride– )
VF: «La letteratura tedesca ha la sua importanza e la sua storia, da Brecht in poi. Diciamo che tutto il Novecento ha contribuito a creare e cambiare notevolmente il panorama teatrale occidentale.»
AP: «E poi, se un domani riusciremo anche soltanto a fare una falangetta di quello che ha fatto Thomas Ostermeier, sarò la persona più felice del mondo!»
LK: «Infatti, devo dire che mi ritrovo nelle scelte di Antonio. Vorrei però riprendere anche la tua domanda, perché riguarda proprio il percorso che stiamo costruendo. Sia io sia Antonio, dopo anni trascorsi in produzioni che non nascevano da progetti nostri, da tre o quattro anni abbiamo iniziato a intraprendere un cammino più autonomo, alla ricerca di una nostra identità, di una nostra voce teatrale. Un percorso avviato con Crave di Sarah Kane e proseguito con questo spettacolo.»
Attualità e rapporti con l’Intelligenza Artificiale
Prima dei saluti, Leda fa una riflessione su un universo di tematiche in costante ampliamento, in termini teatrali e sociali.
LK: «Quanto ai temi, il contesto attuale offre moltissimi spunti ed è difficile persino riuscire a stare dietro a tutto!
Dovendo indicarne uno su cui vorrei lavorare, direi il rapporto dell’uomo con la tecnica e, in particolare, con l’intelligenza artificiale. Ad esempio, Oracle di Łukasz Twarkowski, a Milano nell’ultimo anno, come anche Thomas Ostermeier e altri importanti registi europei, affronta questi temi andando oltre la sola attualità. Cerca di risalire alle radici della questione. È un rapporto che apre interrogativi sull’intelligenza artificiale, sulle guerre ininterrotte dell’essere umano e su ciò che sta accadendo nel mondo. Il capitalismo di oggi, come diciamo anche nella sinossi dello spettacolo, è ormai diventato un tecnocapitalismo.»
Intrecci di tecnologia, poesia, parola e ritualità
Ciò che vediamo è probabilmente soltanto una piccola parte di dinamiche molto più stratificate, che abbiamo ancora bisogno di comprendere.
Vorrei quindi esplorare questa dimensione, senza dimenticare le possibilità che il teatro offre: non necessariamente attraverso la tecnologia, ma intrecciandola con la poesia, la parola e la ritualità. Mi interessa recuperare anche le forme più antiche e ancestrali del teatro, convocare nello spazio scenico tempi lontani e farli dialogare con il presente.»
VF: «Lodevole.»
Indagare l’universo femminile
E lodevole lo è davvero, così come ambizioso. Nel futuro di Kreider c’è anche un’irrequietudine verso la messa in disparte delle donne. (-Almeno, non siamo più in angolo, nemmeno Baby doveva rimanerci, eh-)
LK: «E poi porto con me anche il desiderio di indagare l’universo femminile, una sfera ancora troppo spesso lasciata in disparte. Anche lì c’è tanto da raccontare, da approfondire e da mettere in discussione. È un fiume che vorrei continuare a esplorare e portare in scena, per aprire nuovi orizzonti.»
Ci salutiamo, con l’auspicio sincero che Milano possa dare giusto riconoscimento a tali giovani intraprendenti. E alla fine, sono loro che ringraziano me.
Mi colpisce in particolare la frase di Leda, che conclude dicendomi « è stato davvero un piacere. Un grande piacere. Non è facile avere l’opportunità di dire certe cose.»
Cosa che mi regala sempre grande gioia, e anche tanta sorpresa.
E io? Non posso che ringraziare.
La “quinta parete”
Mentre scrivevo, non ho potuto fare a meno di riflettere su analogie eventuali dello spettacolo di Kreider – Perretta.
Breve, personale, ché il cappello da streghetta reclama. ( –Il trucco, anche senza biacca, è color cencio- ). Hamlet – Cronache dall’Interzona porta con sé anche un’ulteriore sottotesto morale.
Se da una parte pare esserci una “quinta parete”, quella di un’interzona grotèsque, in cui un drammaturgo si trova in compagnia del personaggio principale dell’autore più celebrato di sempre, fuori dal suo contesto, che per giunta vorrebbe porre fine al suo autore, dall’altra mi suggerisce un parallelismo con Pirandello.
Se nei Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello le figure cercano qualcuno che possa finalmente dare compimento alla loro storia, questo Amleto sembra muoversi nella direzione opposta: la sua vicenda è già stata scritta, il suo destino è conosciuto, eppure cerca di sottrarsi a ciò che sembra inevitabile.
Non cerca un autore che gli permetta di esistere, ma la possibilità di emanciparsi da colui che lo ha creato. Una sorta di rovesciamento, nel quale il personaggio non domanda più di essere rappresentato, ma rivendica il diritto di non essere condannato a ripetersi. In qualche modo, ad andare oltre il personaggio, portandolo alla libertà. Forse rudimentale, forse universale.
Al di qua e al di là dell’Interzona insieme a Hamlet, Borroughs: noi
Al di là e al di qua dell’Interzona, fra finzione e realtà, o il personaggio e individuo, rimane infine una questione che ci riguarda tutti: la libertà stessa. Non più solamente il diritto di sottrarsi a una storia che altri hanno scritto per noi, ma la responsabilità di scegliere quale storia contribuire a costruire.
Perché la domanda è una: essere chi ci è stato assegnato o chi scegliamo di essere?
Se un personaggio conosce il proprio destino, ma continua a ripercorrerlo, fino a che punto può considerarsi prigioniero di una storia già scritta?
E quando diventa responsabile delle proprie scelte? Non possiamo sempre decidere le condizioni in cui ci troviamo, ma interrogarci su come agiamo al loro interno.
La libertà, quindi, non coincide necessariamente con la possibilità di sottrarsi a ogni vincolo; al contrario, si misura nella capacità di riconoscerli, quei vincoli, scegliendo come comportarsi.
In bilico fra destino e libero arbitrio
Hamlet diviene figura profondamente umana. Le sue contraddizioni non sono soltanto quelle di un personaggio tragico: sono anche le nostre. Dubbio, paura, inquietudine, difficoltà di scelta e tentazione di lasciare che siano altri a decidere, per poi sfogarvi le frustrazioni quando le code non vanno. Lo cogliamo nel percorso produttivo della rappresentazione; il lavoro condiviso degli artisti è un esempio concreto di ciò che si può realizzare riconoscendo una dimensione collettiva e costruttiva.
Da ribellione a responsabilità, non ci basta più ribellarci a ciò che ci opprime; occorre invece interrogarsi su ciò che intendiamo costruire al suo posto. La distruzione di un modello non garantisce, da sola, la nascita di qualcosa di migliore.
Lo vediamo nel percorso produttivo dello spettacolo: il lavoro condiviso degli artisti diventa un esempio concreto di ciò che si può realizzare riconoscendo una dimensione collettiva e costruttiva.
Perciò, quando il copione non basta più, come per il principe rinascimentale, la questione non è soltanto riuscire a liberarsi da una storia già scritta. Lo è però comprendere che cosa fare della libertà che si reclama.
Costruendo. Comprendendo che le proprie scelte hanno sempre un impatto sulla collettività e necessitano di collaborazione e confronto.
La libertà, quella vera, non può diventare sopraffazione. Forse è questo che rimane una volta usciti dall’Interzona. Noi stessi.
In definitiva: Dolcetto: La consapevolezza di non essere soltanto personaggi o semplici spettatori della nostra esistenza. Scherzetto: siamo altresì responsabili delle storie che contribuiamo a realizzare.
Fra visioni e condivisioni, di nuovo.
Io intanto, finisco di intagliare il mio nuovo jack-o’-lantern, al di qua della mia silenziosa (inter)zona.
Buon Halloween!


Hamlet – Cronache dall’Interzona: Crediti dello spettacolo
Progetto vincitore del Bando Vene.Re 2025.
Drammaturgia: Pasquale Stanziale
Adattamento: Antonio Perretta
Regia: Leda Kreider
Interpreti: Antonio Perretta, Mauro Lamantia, Leda Kreider
Assistente alla regia: Noemi Radice
Produzione: Tieffe Teatro, Centro Teatrale Bresciano, TrentoSpettacoli, con il sostegno di Operaestate Festival Veneto e Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento.
Per info:
Viale Lucania, 18
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