Recensione: “Tradimenti”

tradimenti
foto Chiara Carrera

Pinter, coi suoi dialoghi, ha una capacità mesmerizzante. Ci si potrebbe far male, nel crearli, come quando si aprono le ostriche; ma lui ha, come dire, un tocco magico. Ascoltarli equivale ad assistere a una partita perfetta di tennis, dove il suono secco della pallina indica che i colpi sono perfetti, e non potrebbero che essere così. Ridare verosimiglianza ai dialoghi è un esercizio che ogni buon drammaturgo sa essere impervio. Eppure, il genio inglese fa di più e di meglio: li restituisce in purezza, sembra aver trovato la pietra filosofale creativa, in grado di rendere oro il piombo della stantia colloquialità. Uno dei meriti di questo lavoro teatrale è, certamente, quello di valorizzare la capacità di esercizio interpretativo che offrono questi scambi di battute.

Si assiste ad un vero laboratorio in cui il reagente è la parola, capace di generare  reazioni chimico-teatrali in cui l’emozionalità suona uno spartito, e i pianissimo si alternano con i fortissimo. Non è casuale il riferimento alla dizione musicale, visto che un pianoforte a mezzacoda diventa il quarto personaggio. I pezzi classici interpretati dalla pianista non si limitano a chiosare le scene: le penetrano, le contaminano, diventando lo sguardo di Stanislavskij che sferza i suoi interpreti alla ricerca del crederci, ma crederci veramente. Non c’è, in questo senso, migliore cartina di tornasole della musica suonata sui tasti, per saggiare la temperatura emotiva della vicenda, e per stimolarla, ora con carezze gentili, ora con schiaffi sonori sulle guance dell’anima.

L’intuizione di rendere il pianoforte una lancetta, in grado di essere portata indietro, è geniale. Ci aiuta ad entrare nello spirito di un testo che, già dal montaggio cronologicamente all’indietro, rivendica un tempo tutt’altro che cronologico; è, piuttosto, il tempo della coscienza, che si muove dal presente al passato, in cerca di un proprio ubi consistam. La storia, apparentemente semplice, è quella di un adulterio raccontato  dalla fine ai suoi inizi; un approccio decisamente eziologico, fatto di catene di cause ed effetto da ripercorrere a ritroso, per mostrare le malattie dell’anima. Il regista Maurizio Schmidt riesce a portare i tradimenti, evocati dal titolo della pièce, su un piano esistenziale molto più vasto. Trova in questa categoria una modalità di essere, di filtrare la realtà, di farla slittare, di portarla sempre un  po’ più in là, di consegnarla da una coscienza all’altra; come suggerisce l’etimologia stessa della parola, che affonda la sua radice nel verbo latino tradere, ovvero affidare, trasmettere.

Pinter, come pochi, riesce a trovare, nella banalità del reale, le distorsioni baconiane, le fenditure del non detto, delle intenzioni spesso devianti, dell’impossibilità di cogliere quell’istantanea di verità sempre smentita dallo stato emotivo e mentale successivo. Gaetano Franzese vive, già morfologicamente, un’affinità elettiva con il suo personaggio. La si potrebbe definire una predestinazione lombrosiana. Quel viso allungato e quegli occhi all’ingiù, così tragici, sembrano caratteristiche fatte apposta per un marito che screzia con la leggerezza i terremoti interiori che lo devastano. E’ una maschera che si spacca in più punti, e lascia intravedere, di quando in quando, la pelle del suo inconscio. Claudio Pellegrini è l’amante pessoano, che crede sia passione la passione che sente davvero; riesce nell’esercizio funambolico di costruirsi, pirandellianamente, un essere, battuta dopo battuta.

Nel nome di Cartesio, ma soprattutto di Pinter, è condannato a trovare, nel parlare, un fondamento epistemologico della sua essenza. Lucrezia Mascellino, costituita da una carne fascinosamente essenziale, sembra uscita da un quadro di Schiele. Come per la tigre del poeta William Blake, ci si chiede quale potente demiurgo abbia potuto plasmare, torcere i tendini del suo cuore. Infine, la pianista Chiara Schimdt completa questa quaterna di presenze sceniche, e riesce non solo ad entrare nel gioco scenico, ma a rilanciarlo, con le sue interpretazioni musicali, come “il suo resto”, nella migliore tradizione del  poker.

Danilo Caravà

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