Recensione: “Raoul”

raoul
foto di Richard Haughton

James Thierrée, performer a tutto tondo, arriva al Piccolo Teatro di Milano con il suo spettacolo iconico Raoul, in scena dal 9 al 13 ottobre. Nipote di Charlie e figlio di Victoria Chaplin, James fin dall’infanzia assimila varie forme artistiche tra cui il circo, la danza, la recitazione, la scenografia, l’acrobatica. Ciò gli ha permesso di costituirsi come un unicum nel panorama teatrale e artistico in generale, incarnando varie eredità che riversa sulla scena in maniera estremamente precisa, dettagliata, senza che si percepisca alcuno sforzo o forzatura.

Raoul è uno spettacolo che nasce nel 2009, a cui il performer è particolarmente legato e che assume di anno in anno significati, simbologie e messaggi differenti in costante evoluzione tra essi.
La storia di Raoul è quella di “un uomo chiuso in una torre destinato a scoprire che per liberarsi dovrà pensarci da solo”, come affermato dall’attore. La scenografia stessa procede per nascondimenti e rivelazioni degli apparati scenici e delle attrezzature, non solo agli occhi del pubblico ma anche all’azione del protagonista, che si trova in balìa di forze esterne e, soprattutto, di una sorta di alter ego psichico che, in un equilibrio inconoscibile, assume i ruoli di assediante ed assediato.

Raoul protegge e al contempo distrugge il suo rifugio, utilizza ogni oggetto presente fino allo stremo e poi lo rifiuta, scopre continuamente nuovi usi e peculiarità di ciò che lo circonda, combattuto tra il timore e la curiosità. Lo stesso atteggiamento si riscontra nel suo rapporto con degli animali, la cui figura è sospesa tra realtà e immaginazione, che compaiono sulla scena ad invadere delicatamente il suo spazio, a costituirsi agli occhi di Raoul a volte come minaccia ed altre come esseri affini, parti di una sorta di “bestiario onirico” (come descritto da Katia Ippaso nella sua recensione dello spettacolo).
E poi l’avvento delle forze esterne, che turbano la scena e la modificano, in modo che l’uomo debba continuamente adattarsi e, con essa, evolversi. Ecco, dunque, che il mondo scenico-onirico di Raoul, così come lo vediamo dalla platea, assume tra i vari significati quello di simbolo forte del rapporto tra umano e natura, tra distruzione e preservazione, equilibrio e rivoluzione, più che mai attuale.

Al di là del protagonismo scenografico, che assolutamente non disturba ma incanta e funge da contrappunto all’incredibile agire scenico del performer, è da sottolineare la centralità assunta dal corpo, come dispositivo, come modulatore di suoni, emozioni, addirittura come manovratore del Tempo, attraverso slow motion creati dalla dilatazione della durata del movimento.
Un ruolo fondamentale, poi, ricopre qui il suono che spesso si fa intradiegetico nello scaturire dalla voce, dai mugugni, dalle azioni del protagonista così come dalla metamorfosi degli oggetti di scena; è notevole, inoltre, l’accuratezza sonora e melodica che accompagna in ogni momento il corpo e le situazioni, forse il punto di più stretta somiglianza con la grandezza attorale e performativa del nonno Charlot.

Raoul è uno spettacolo che rifugge qualsiasi etichetta, perchè le contiene e allo stesso tempo le rifiuta; si potrebbe definire un tableau des arts che fa dell’estrema varietà il fulcro della poesia scenica; un’architettura dello sguardo e dell’udito che si costruisce e de-struttura continuamente alla presenza dello spettatore, che non ne rimane assalito ma piacevolmente meravigliato. Ed è proprio allo spettatore che si potrebbe pensare sia dedicato lo spettacolo, inteso come parte fondamentale di un incontro che in teatro può realizzarsi in qualsiasi modo: Raoul partecipa continuamente dello stupore di chi guarda, in un gioco estetico tra il fronte e il retro della quarta parete, instaurando con il pubblico un rapporto graduale che dalla scoperta giunge alla condivisione, tra la fuga dallo sguardo e l’intrattenimento dello stesso.

È inevitabile uscire dalla sala con la sensazione di aver assistito a qualcosa di unico, al di là dei gusti, e ad una maestrìa, un artigianato delle arti che diventa sempre più raro e dunque ancora più affascinante nell’oggi.

Giuseppe Pipino

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