Recensione: “Prodigus”

prodigus

L’ultimo appuntamento della stagione di spettacoli on line della rassegna Portiamo il teatro a casa tua di Mariagrazia Innecco, intitolato Prodigus, è una riuscita trasposizione drammaturgica dell’omonima parabola evangelica. Lautremont aveva previsto l’incontro fortuito di un ombrello con una macchina da cucire, ma anche quello di due ombrelli sopra la testa di due fratelli può essere altrettanto potente e spiazzante. Si parlano in maniera straniata guardando davanti a sé, sono due rette parallele destinate ad incontrarsi in un punto infinito, che solo la matematica del cuore può calcolare.

Ci sa fare Sergio Scorzillo, autore e regista del testo, ha una sua particolare Musa, in grado di portare gli spettatori, e gli attori insieme, laddove li ha immaginati Aristotele, proprio al traguardo della catarsi, della purificazione, con la lacrima che sta proprio lì, sul bordo dell’occhio incerta se restare od andarsene sulla guancia. Stenografa l’anima a meraviglia l’autore, quella di due fratelli che riportano in vita, la parabola del figlio prodigo, una storia che ha la forza di una medievale morality play, la quale ha un cuore che ha anche più ragioni di quelle che le dona Pascal. E le parole, a questo giro, sono un rasoio che taglia la gola ad Occam, per questa volta, quello conta sono i particolari, gli aspetti apparentemente accidentali.

Bisogna correggere i ricordi, come dice con una geniale intuizione freudiana, per suturare le ferite dell’anima, bisogna fare una vera opera di sartoria sui frammenti di tempo, quelli che si sono sfilacciati, quelli che sono stati rimossi. E per farlo il drammaturgo trova un montaggio in grado di rimontare il tempo che lo porti, attraverso la moviola teatrale, nei punti salienti, quelli ad alto tasso di emotività, quelli che necessitano, più di altri, della cura della memoria ritrovata. E poi ci sono gli occhi, quelli dei due protagonisti, catturati dai primi piani, quegli occhi vibrano in sincronia con il testo, umidi e sinceri come la prima luce dell’alba, annunciano l’anima dei personaggi ed insieme quella del testo. Si parlano al telefono, sono così lontani eppure così vicini, devono far diventare la loro voce il loro corpo, ed i loro fonemi sono così vivi di emozione, sono uno spartito interiore di una musica che ha ben presente la regola musicale di tensione e risoluzione.

Sembrano due facce della stessa medaglia, un visconte dimezzato di calviniana memoria, due parti che devono passare dalla dialettica degli opposti, che devono consumare tutto il travaglio del negativo prima di potersi abbracciare con tutta la forza selvaggia degli esseri androgini evocati nel Simposio di Platone, che ritrovano la metà perduta. Si assiste ad una vera e propria psicomachia, una battaglia spirituale, un clangore di atri e di ventricoli che idealmente cozzano gli uni contro gli altri, come gli scudi di due eserciti che si danno battaglia. A volte tra fratelli succede così, magari si ha una voglia disperata di abbracciarsi, ma la si nasconde, la si versa in una rabbia sorda di solitudine. Devono dire tutto, all’altro, e soprattutto a se stessi, e gli interpreti sono bravi a giocarsi le pause, i silenzi, quel momento di presa di fiato ed insieme di potente intuizione, che viene subito dopo aver fatto le scale di qualche frase di corsa. Allora le parole diventano qualcosa di simile alla pittura materica, sono spine, corpi estranei, che prima tormentavano la gola dell’anima, e che ora, faticosamente, possono essere espettorate.

Il gioco serio del testo scova le zone più profonde, più inaccessibili della propria psicologia, attinge ad una sorta di inconscio collettivo junghiano, e non si può fare a meno di essere letteralmente catturati, mesmerizzati dai due protagonisti. Salvatore Auricchio, il figlio prodigo, ha la capacità di assorbire in sé, come una spugna, tutta l’emotività di cui sono impregnate le sue battute, le restituisce allo spettatore con forza dionisiaca, e c’è di buono che al momento giusto sa diventare un altro, e tira fuori dei “pianissimo”, dei soffiati che hanno la forza di un taglio di luce solenne dopo una tempesta.

Luigi Vitale incarna meravigliosamente lo spirito apollineo, la ragione che ha un disperato bisogno di dirsi anche e soprattutto cuore, ed è bravo l’interprete ha mostrare questo contrasto, questa battaglia fatta di intenzioni devianti, di micro gestualità, di una macchina interiore che preme sull’acceleratore, ed allo stesso tempo tira il freno a mano. Sono due figure che verrebbe voglia di posare delicatamente in un quadro di Chagall, perché possano trasformare in colore tutta la disperata struggente poesia delle loro parole. Sono l’espressione di quell’animula vagula blandula descritta dall’imperatore Adriano, quella piccola anima errabonda che per sentirsi un po’ meno piccola può avvicinare la sua luce a quella di un’altra anima.

Cercano di fuggire entrambi dalla propria solitudine, come un animale intrappolato dalla tagliola cerca di strapparsi la zampa prigioniera. Ma comprendono quanto dirsi, significarsi reciprocamente la propria solitudine sia il primo atto per superarla, per trovarsi, per fare la pace con la propria anima, mentre il padre diventa una sorta di reagente emotivo, spirituale in grado di innescare alla fine la reazione, e di far trovare nel finale quella sintesi hegeliana, dopo tanta sofferta dialettica.

Danilo Caravà

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