Recensione: “Onironautica 3”

onironautica
foto Gianmarco Taietti

L’onironautismo è un fenomeno che permette di superare, inequivocabilmente, le colonne d’Ercole della forme a–priori, di kantiana memoria, dello spazio e del tempo. La possibilità di allenarsi, ed educarsi, al sogno lucido crea orizzonti di libertà creativa che sembrano strettamente imparentati con le più ardite cosmogonie. Non più lo spazio limitato di una pagina bianca, di una tela, di un pezzo di marmo; bensì lo spazio infinito, non euclideo, che si apre, come un territorio da esplorare e da creare. Tutto questo lo sa bene Nello Taietti, l’autore/regista di questo lavoro che trascende fatalmente le categorie date, e che, forse, meglio sarebbe definito come atto performativo totale, grondante resinoso inconscio. In quanto fotografo, ha lo sguardo allenato; con la stessa perseveranza, ha esercitato il suo occhio interiore, per esprimere queste visioni in movimento. Accade un meraviglioso miracolo: un’impemanenza che si fa dagherrotipo della forma dell’assoluto, e lo slittare dal tempo cronologico a quello del valore e della sensazione, denominato kairologico.

Si raccontano visioni del Giappone immerse in un’atmosfera numinosa, quella dei kami. Come nella migliore tradizione shintoista, il divino abita la natura, e, dunque, la realtà scenica. Ma, insieme, si esprime il travaglio dell’esserci, la riflessione della finitudine, la quale, come ricorda il buon Heidegger, è premessa necessaria, indispensabile per uscire dal si impersonale, entrando nella battaglia dell’individualità in cerca della propria redenzione. Tutto scorre, come potrebbe dire una sorta di Eraclito estremo-orientale, guardando i mandorli in fiore. Si tratta di un’esperienza insieme sensoriale e meta-sensoriale, dove l’invisibile, l’impalpabile, ciò che esorbita anche dalla funzione mercuriale della parola, si mostrano nei silenzi, nei tacet, nelle movenze della danza. Una nuova versione occidentale del teatro Nō, il teatro classico giapponese, ci appare in una forma ibrida, onirica. Qui i gesti sono sacri, immersi in una profonda consapevolezza zen, e fanno il paio con i fonemi del narratore; hanno l’esattezza dei gesti di una liturgia buddhista. Le labbra e la lingua sono altri arti, non meno indispensabili di quelli utilizzati per la costruzione coreutica dei due danzatori.

L’attore Daniele Crasti è la voce narrante, in grado di fondersi completamente nella dimensione visiva dell’allestimento, donando alla sua laringe tutte le sfumature cromatiche necessarie per dire il sogno, per ricostruirlo – in un senso finalmente libero dalla pesante ipoteca freudiana – e donarlo alla platea in tutta la sua potenza esistenziale, spirituale, sciamanica. Il logos lascia decisamente posto al mythos, perché la realtà onirica sia esattamente se stessa, senza la tara della simmetria razionale. Con la grazia con cui il vento potrebbe accarezzare i petali di un fiore di ciliegio, la ballerina Natsu Funabashi disegna idealmente nell’aria, con il pennello delle proprie gambe e braccia, ideogrammi raffinati, che sembrano fare il paio con quelli che appaiono sullo sfondo, opera della calligrafa e artista Sysiu. E l’ideogramma è già un meraviglioso esempio di come significante e signficato possano incontrarsi, felicemente, nello stesso segno grafico.

Luan Machado si esprime, con un’immersione, insieme, devastante ed affascinante, nella danza contemporanea giapponese Butoh, che respinge decisamente le convenzioni coreutiche, per esplorare una modalità atonale, ribelle. Egli appare alla platea come una sorta di urlo munchiano in fieri, attivato da un’energia galvanica; scosse biodinamiche lo rendono, ancora più drammaticamente, un segno grafico di carne tracciato sulla scena, e vergato in forme e significati, di volta in volta, differenti. Uovo cosmico kubrickiano, esordisce implacentato, e termina nel medesimo stato, come a completare un ciclo nietzschiano di eterno ritorno. Mentre Guido Danieli, artista di body painting, utilizza il corpo ieratico della modella Valeria Chen come una tela da illustare, nel sorprendente stile di certi quadri classici giapponesi. Ancora una volta, declinando il concetto in altra forma, il corpo diventa immediatamente atto artistico, e una luce caravaggesca squarcia il nero-caos da cui nasce questa unica ed irripetibile esperienza multisensoriale e multidisciplinare, capace di esprimere il tempo onirico quanto gli orologi di Dalì.

Danilo Caravà

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