Recensione: “Lo sciopero delle bambine”

sciopero
foto Silvia Varrani

Aristofane, in trasferta dalla sua Atene, prende domicilio presso il Teatro della Cooperativa a Niguarda, e lo fa attraverso questo spettacolo, che ha il suo punto di origine in una meravigliosa intuizione. Il problema è sempre quello, nel raccontare una storia (in questo caso, l’eroicomico sciopero delle piscinine, le apprendiste sarte milanesi fin troppo minorenni): trovare il giusto punto di vista. In questo caso, gli autori, Domenico Ferrari, Rita Pelusio ed Enrico Messina, vanno al di là dei posti a sedere riservati a Brecht, e assumono il punto di vista di due piccioni. Troviamo in scena, come protagonisti assoluti  – che hanno, per skenè, l’ossatura di una voliera – due uccelli antropomorfi, versione molto più prosaica dell’utopia aristofanesca, in piazza del Duomo. Hanno persino, tra le redingotes mozartiane di piume, un po’ dei colori di Vladimiro ed Estragone; ma si sa che l’attesa è diventata una necessaria e consapevole forma a priori, di kantiana memoria, del testo scenico. Si giocano bene le parole, si passano la palla con la precisione geometrica di una biglia che batte proprio dove occorre, sulla sponda del biliardo. Sono naturalmente comici con le loro movenze zoomorfiche, le quali ben si adattano a diventare immediati, irresistibili lazzi per questi due zanni piumati.

Propongono giochi verbali in grado di far cortocircuitare i luoghi comuni della conversazione, con un occhio al buon vecchio Freud e a Wittgeinstein. Al pari dei marziani a Roma di Flaiano, guardano il mondo in una prospettiva completamente altra, finalmente libera da polverose pastoie di esegesi storica. Il piombo della narrazione, squisitamente accademica, di un episodio storico obliato in qualche volume di biblioteca cittadina, si trasforma, nell’atanor alchemico della scena, in una partecipatissimo racconto, con tutto il sapore di una di quelle avvincenti telecronache da finale dei mondiali. E, dalla parte della platea, ci si ritrova lì, in queste Ciàula pirandelliane che scoprono la Luna della consapevolezza della propria dignità, rinfocolata e rifocillata dall’ardente dottora socialista Anna Kuliscioff. I bambini e le bambine non si limitano a guardarci, come nel capolavoro omonimo del cinema neorealista, ma agiscono, si muovono; anzi, accendono una scintilla di scioperi che, poi, ispirerà altre categorie di lavoratrici e lavoratori. Sono descritti con la luce di una scrittura dickensiana, attenta a cogliere l’esatta forma mentis di quel modo di pensare, essere, vivere, L’idealità del fanciullino pascoliano abiura gli spazi della speculazione metafisica, ed abita, decisamente, nella latitudini della fangosa verità, dove i pacchi pesano sulla schiena, i morsi della fame si fanno sentire, e si rischiano le botte, o il dover andare a vendere la stessa rosa in via Brera. Ancora un plauso al team di drammaturghi, alla regia e, insieme, alle due interpreti, che sono riusciti a trovare lo straniamento brechtiano più radicale, più riuscito: due pennuti in cerca delle briciole di una verità storica, dispersa nella dimenticanza del tempo.

Queste giornate di sciopero, che trovano la loro catarsi naturale all’interno della Camera del Lavoro, sono restituite in tutta la loro complessa dinamicità, restituendo alla platea bocconi di realtà in movimento particolarmente succulenti. Certe descrizioni sembrano quasi essere imparentate con quelle  del poema di Tessa Caporetto 1917, in grado di cogliere con efficacia, attraverso rapide pennellate verbali, le reazioni della sua Milano alla tragica débȃcle. Enrico Messina regala agli spettatori una regia attenta, in cui non un singolo fotogramma di gesti o parole, da parte delle interpreti, viene trascurato. Ogni adesso ha la sua giusta luce interpretativa. Rita Pelusio e Rossana Mola sembrano aver rubato la piccionità da qualche ipeuranico cielo platonico per diventare due deliziosi fools con le ali, capaci sì di far ridere, ma anche di far cadere anche qualche lacrimuccia. Diventano una vera e propria legione di personaggi, quando raccontano questo frenetico e riuscito sciopero; ritenuto, inizialmente, brancaleonesco da certa stampa dell’epoca, esso fu, in realtà, capace di risvegliare le sopite coscienze di classe. La sintonia attoriale è perfetta, e le battute viaggiano dall’una all’altra, rapide e sicure come quelle di due campioni di ping pong. Questi artisti aprono davvero, insieme, il cuore e la mente, e si meritano tutta, ma proprio tutta, la generosa ricompensa di applausi alla fine  – e anche nel mezzo –  della rappresentazione.

Danilo Caravà

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