Recensione: “Caffettiera blu”

caffetteria blu

La compagnia Bluemotion, da tempo impegnata a divulgare l’arte di Caryl Churchill, drammaturga inglese poco conosciuta nel panorama teatrale nazionale, porta in scena, nell’ambito del festival milanese Da vicino nessuno è normale e nella suggestiva e importante cornice dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, “Caffettiera Blu”. Un’indagine all’interno di logore e falsate dinamiche familiari, rese maggiormente stranianti da una frammentazione del linguaggio e una nullificazione del rapporto significante-significato, che trasmette, egregiamente, un’idea del teatro al di fuori di qualsiasi convenzione, intesa come rassicurazione, reiterazione, riproposizione del già visto, già sentito, già applaudito.

Derek (agglomerato di arguzia e inquietudine, qui interpretato da Mauro Milone, attore nell’attore) occupa il suo tempo approcciando signore accomunate dal dolore dell’abbandono di un figlio in giovane età, con la distratta e parziale complicità della fidanzata, per ragioni prettamente economiche sostenute, probabilmente, da una psicosi profonda. Con ciascuna delle sue vittime, Derek recita il medesimo copione: prima si guadagna la loro fiducia, poi gioca con i ricordi e i timori delle sue “vittime”, madre mancate e mancanti (di spiazzante intensità e sottile ironia la recitazione di Aglaia Mora e Sylvia De Fanti), per scelta o necessità, intessendo rapporti e intavolando discussioni sempre più dirette a stimolare il senso di colpa delle donne, avanzando sempre più pretese, che si mescolano a ricordi, contraddizioni, rimpianti e fraintendimenti, in un vortice inesorabile di destrutturazione del linguaggio.

Un tavolo rettangolare, al centro della scena, come unico luogo di incontro e scontro tra gli attori, tra i personaggi, tra gli spettatori. A seconda della prospettiva da cui ciascuno osserva il susseguirsi delle scene e delle situazioni, lo spettacolo cambia, evolve e si confonde. Abbiamo a che fare sempre con visi diversi, parole frontali nuove; la nostra ricezione visiva e uditiva dipende dalle posizioni assunte di volta in volta dai personaggi, che ruotano l’uno attorno all’altro e a se stessi, portatori di un vissuto differente e in continuo divenire che è rivelazione e dissimulazione.
Caryl Churchill qui mette in discussione il linguaggio e il peso delle parole, che sono parti di testo e parti di cuori e si perdono. I termini “caffettiera” e “blu”, progressivamente, sostituiscono le parole reali, quelle pregnanti, e vengono declinati in maniera sempre diversa a seconda della lingua da cui scivolano e della parola da cui provengono e quella a cui tendono. Allo stesso modo, la regia di Giorgina Pi mette alla prova l’attenzione e la comprensione dello spettatore, non solo dal punto di vista linguistico, ma anche visivo ed emotivo. Le nostre anime ruotano attorno a quel tavolo, esattamente come i protagonisti, e nel momento in cui ridiamo, un’amarezza ci coglie da dietro e ci riporta al tema: “come possiamo intenderci, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre, chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sè, del mondo com’egli l’ha dentro?”. La domanda pirandelliana invade lateralmente lo spettatore che, di fronte a sé, assiste alla deriva comunicativa dei personaggi e riflette sulla funzione del linguaggio, sulle parole importanti, sulle cose fondamentali, su se stesso, su come capire e amare ed essere capito e amato.

Un teatro dell’umano quello della Churchill, che in quanto tale non può che essere contraddizione e tentativo, ricerca e digressione. E i Bluemotion accolgono e sostengono un’idea del teatro come indagine concreta, che si fa nei luoghi reali, tra le sedute e le menti degli spettatori. Non si può parlare di famiglia, madre, figlio, esistente, se non si mette in conto la possibilità di incespicare, scontrarsi violentemente contro la complessità di certe dinamiche tanto ancestrali quanto attuali, perché continuamente in discussione, in balìa di un moto di irrequietezza ed evoluzione. Seguire tale moto, porsi in divenire. Farlo a teatro, con il teatro e attraverso di esso, è fondamentale.

Giuseppe Pipino

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