ProfAmà: “Divagazioni e Delizie” di Pecci e la bellezza della decadenza 

L’opera di John Gay diventa pura poesia attraverso la maestria dell’attore e regista 

Di Veronica Fino

Cari Amici di ProfAmà

Questo 2026 sta avanzando in fretta, fra fredde giornate assolate, notizie tumultuose, inaugurazioni e fiaccole di Milano Cortina pronti a sorprenderci. Come la bravura di Daniele Pecci.

Perdonerete la mia assenza, dovuta a motivi personali di cui, anche ai lettori più appassionati, poco importa. Mi auguro che, nel passaggio celere dalle grandi feste alle grandi corse alle palestre, abbiate trascorso questo lungo tempo in modo lento, sereno. E, in particolare, riflessivo

Riflessivo, nonché profondamente introspettivo, come “Divulgazioni e Delizie”, per la regia di Pecci. Egli è anche protagonista dello spettacolo, da poco andato a scena al Teatro Menotti  (dal 13 al 18 gennaio).

Uno spettacolo di quelli che “fanno così male da fare bene”, perché toccano e risuonano in coloro che li vivono. Ma, prima di questo aspetto, fra tante divagazioni e ancor più delizie, vi parlerò ( -scriverò, ok, ok! -n.d.r.) alla fine.

Buona lettura!

Veronica

Pecci e Wilde: un viaggio fra ironia, sarcasmo, memorie e malinconie

In “Divulgazioni e Delizie”, Daniele Pecci porta in scena l’ultimo Oscar Wilde.

La storia è semplice: in un salotto parigino del 1889, un uomo con evidente zoppia e volto emaciato, in elegante abito da sera, si racconta. Un uomo che spesso si fa chiamare Sebastian Melmoth, ma che, come egli stesso rivela, è il celebre poeta irlandese.

Wilde/Pecci, dopo la dura (e discutibilissima -n.d.r.-) detenzione nel carcere inglese di massima sicurezza Reading Gaol per atti osceni, si è rifugiato in Francia. Lì, vi trascorre gli ultimi tre anni di vita.

Lo spettacolo si concentra in particolare sul 1889, anno prima della morte. In quel periodo, Wilde è costretto per ragioni economiche ad esibirsi a Parigi in un salotto –quasi un simil-cabaret– quale “mostro” o “fenomeno da baraccone”.

Per racimolare del danaro, l’autore, marcatamente in rovina dopo scandali e condanne, affitta sale per un annoiato e ferocemente compiaciuto pubblico.

Ad esso, il protagonista, ora grasso e claudicante nei movimenti, racconta aneddoti, storie, sfondando ripetutamente la IV parete.

Malato, richiama, s’imbatte e si scontra con due inservienti (macchinisti di scena) per ottenere assenzio. Cita se stesso, analogamente dal suo sopraddetto pseudonimo.

Pecci ripesca fra memorie più frivole di Wilde, che si svela fra i ricordi più dolorosi e malinconici: l’amore tradito, rifiuto e rinnegamento, fino alla percezione della morte incombente. 

Deliziosi divaghi: da Gay a Pecci

L’opera in scena è frutto di un adattamento personale di Pecci del testo “Diversions and Delights” di John Gay, screenwriter americano scomparso nel 2017. Più in dettaglio, si basa su una serie di epistole, racconti e scritti molteplici dell’immenso autore irlandese, che Gay riorganizza e struttura nel suo lavoro. La prima trasposizione teatrale in Italia risale al 1979 con Romolo Valli, diretta da De Lullo.

Come noto, Wilde spese in Francia gli ultimi tre anni prima della triste morte. Precisamente, visse nella capitale francese fino al novembre 1990, quando spirò.

Nei suoi panni, Daniele Pecci dà voce ad un intenso monologo sulla sua storia dopo il declino.

Come uno specchio deformante, confrontato con quel buio sulla sua figura a tratti mitologica, le luci dello spettacolo ne evidenziano in modo significativo la carnagione. Bianca ed emaciata, correlata e pur tipica della malattia.

Verde assenzio: Daniele interpreta Oscar, Wilde si rivela in Pecci 

In un’atmosfera intimamente buia, il pallore del suo volto dipinto di bianco è smunto; spicca in mezzo ai suoi capelli lunghi e disordinati. Richiama l’attenzione quasi esclusiva su oggetti di scena e dettaglio floreale che Wilde ha sulla giacca.

Verde.

Come l’assenzio, che utilizzava per anestetizzare il dolore. Aiuto per il fisico, assume il significato di sedativo per l’uomo, acciocché lo alienasse dai pensieri, pur mantenendoli lucidi. 

Il suo personaggio giganteggia nella sua perfetta imperfezione, ormai vago ricordo della figura estetica che soleva essere.

Una leggerezza, quella di Pecci/Wilde, che si stempera in battute e comportamenti. Parole sagaci, contro il finto perbenismo, sfoghi stizziti malcelati da richieste per ottenere l’anestetico dai due garzoni. Nondimeno, tentativi di riordino ossessivo, e affondi: alla società, e nel suo dolore. 

Pecci si rivolge al pubblico come Wilde si rivolse al suo, dopo tutti i drammi personali, nonché ingiusti, subiti.

Attore e personaggio giganteggiano nella perfetta imperfezione, ormai vago ricordo della figura estetica che il poeta di Dublino soleva essere.

Non ci si limita a rappresentare, si ritrae : . (Non è un caso, dopotutto -n.d.r.-)

«Giuro che non vi trascinerò sulla retta via»

Profondo, timido a tratti, in un poetico fluire di parole ed emozioni che svelano sentimenti universali. Nei panni di Sebastian Melmoth, pseudonimo adottato da Wilde negli ultimi anni della sua vita, Pecci interpreta Wilde, ma Daniele vive Oscar. E il rapporto con la sala.

Un viaggio nell’anima e nel genio 

Oscar Wilde attraverso Pecci legge per “noi”, suo pubblico: oltrepassa quello ideale e parigino del ‘900. Arriva a chi guarda e, in quel momento, vive e percepisce non solo l’atmosfera nell’uomo  simbolo della sua epoca, bensì il dolore che si cela dietro all’oppressione oscurata da buoncostume stratificato.

Questo insinuarsi fitto in chi osserva e ascolta Pecci è merito, anche, della sua bravura musicale: il suo Oscar suona e canta al piano, rallegrando e smuovendo gli ascoltatori. 

Un perbene pubblico salottiero: potenza dello scandalo

Gli scuri tendaggi adagiati alle pareti, l’atmosfera buia, che allude all’intimità del suo scambio col pubblico. Sembrano anche rivelare e custodire quei passati polverosi in cui la curiosità umana, la più feroce, scava.

(-Lo sappiamo-) questo aspetto si tiene ben nascosto, fuori, dove il perbenismo si confonde troppo di frequente con il “perbene”.

In quell’ambiente, tutta quella brama che per altri è dolore, vergogna, vita, diventa consuetudine. Noncurante. Tollerata ed intollerabile.

Ed è per questo che Wilde si trova, per sua stessa ammissione, costretto ad esibirsi in antesignani club per pochi (esclusivi, diremmo noi oggi -n.d.r.-), presentandosi come “mostro” o “fenomeno da baraccone”.

Egli, difatti, soleva affittare sale per un annoiato e compiaciuto pubblico per ragioni economiche, dopo l’affossamento sociale che gli era stato riservato. 

Pecci lo rappresenta con grazia, ironia sardonica (tipica del poeta -n.d.r-) e sensibilità nelle sue molteplici sfumature. Gli oggetti presenti spaziano fra il senza confini della vita personale e come autore. L’attore sul palco celebra anche le passioni musicali del suo personaggio.

L’attore canta, suona il piano, legge con accento perfetto alcune delle citazioni più belle di Wilde. Raggiunge punte struggenti nella seconda parte dello spettacolo.

Potenza dello scandalo: l’amore per Douglas e prigionia

Attraverso la sua figura, volutamente appesantita ripercorre la sua storia e l’esperienza della prigionia, per lui durissima. (Non che sia una scoperta per noi, oggi, -n.d.r.-)

Ripesca fra memorie più frivole, e si svela fra i ricordi più dolorosi e malinconici: l’amore tradito e l’essere rinnegato, fino alla percezione della morte incombente. Fra buffoneggi, strafottenze e rimandabile e conscia genialità, Oscar rimarca bene, in prima istanza, di essere irlandese. In seconda, attacca i singolari Stati Uniti, che critica e taccia poiché senza storia né rovine eppure sempre armati. Non ultimo, malvestiti. (Lo so cosa state pensando: posteri, vi vedo, sarcastici come l’autore e rancorosi come il tasso del miele Marcello. -n.d.r.-)

Menziona Cellini, racconta storie di animali e incrociimprobabili, scherza (-dei e-) con i presenti. Fino a quando, con altro registro linguistico e narrativo, rivela anche della dolorosa esperienza con i rapporti sentimentali. Oltre alla famiglia e ai figli, che gli fu negato di vedere.

Fu a causa a causa della dura (e discutibilissima -n.d.r.-) detenzione nel carcere inglese di massima sicurezza Reading Gaol (celebre e celebrata la “Ballata” ) che il poeta visse in condizioni di indigenza. E fu per amore, in particolare del suo “Bosie” (Lord Alfred Bruce Douglas), che egli vi finì. Perché, come Wilde non rinnegò mai, «Lo scopo dell’amore è amare: niente di più»  (“De Profundis”, 1897). Nella Londra vittoriana, i rapporti fra persone dello stesso sesso erano vietati per legge e puniti duramente.

L’ultimo Wilde: Oscar e Oscar

Il confronto fra l’immagine dello scrittore in mente e di fronte agli spettatori è spiazzante. L’autore è ora grasso, i capelli in disordine e lunghi, claudicante nei movimenti quantunque malato.

La struttura dell’opera si differenzia fra inizio e fine in due atti, come gli Oscar che il performer ci regala in un unico personaggio.

Il gentiluomo brillante, l’ Oscar sferzante o provocatore dei salotti. Utilizza intelligenza e genialità con toni cinici e raffinati. Impertinente e accattivante, magnetizza con battute e brevi disamine sulla menzogna. Rimarca come sia la vita ad imitare l’arte. È la maschera con la quale si presenta al mondo. La verità menzognera di sé.

L’altro Oscar, o l’ultimo, è più vulnerabile. Cambia il rapporto con la platea, ora testimone. Assume toni più poetici, propri della sua personalità, e quelli più umani, quelli del decadimento fisico Dal pubblico diventa tutto più privato, rivelatore della vita personale di Wilde. Struggimento per l’amore rinnegato, privazione, isolamento e umiliazione del carcere. Martire di un mondo che lo aveva sfruttato e idolatrato fino a poco prima.

Infine, il dolore per l’esilio francese l’incapacità di tornare a scrivere come OW, limitato a pseudonimi onde racimulare soldi per vivere. Il tono è meno insolente, e cede il passo a un registro più alto, fino alle lacrime. Per non abbandonarsi alla persona senza coperture, e ricomporre la maschera in cui rifugiarsi. Malato, si imbatte e scontra con due inservienti (macchinisti di scena) per ottenere assenzio. Il suo malessere lo porta a scatti -umani, così condivisi umani- con gli operatori alla privazione dell’assenzio.

Se è vero che la rappresentazione si struttura in due parti, non è azzardo rivedervi una sub struttura di tragedia classica. Non si tratta esattamente di singoli episodi, tuttavia pare che ad ogni pausa al piano o di lettura, segua il climax emotivo verso l’epilogo drammatico.

Pecci regista

La regia è di Pecci, coadiuvato da Raffaele Latagliata.

I due non sbagliano alcunché, il loro operato non ha imprecisioni evidenti né nello stile, né nella sceneggiatura, che scivola e trova riflesso nello sguardo degli spettatori. Essi sono presenti e coerenti con ciò a cui assistono.

I registi fanno un lavoro attento, non emulando il personaggio celeberrimo- Al contrario, ne creano una versione più ricca e densa di sfumature. Il risultato è un lavoro che porta con sé tutta la sfera emotiva degli aspetti privati e del conflitto interno agli artisti.

Questo, anche grazie all’equilibrio che, pur nel rispetto del testo, trova spunti per attrarre chi guarda e vive la storia raccontata. La metateatralità dei dialoghi nei brevi momenti con i macchinisti è espediente perché apre sulla realtà più tangibile. Quella del bisogno, del personaggio più reale e di una realtà incombente e contingente.

Il pubblico rimane ammaliato, stupito e molto commosso dall’apparente semplicità stilistica inserita in stilemi diversi e grande umanità. Questo, indubbiamente merito di Pecci e dell’impronta unica che imprime al “suo” carattere.

Scenografia, Costumi e Musiche

Gli aspetti tecnici sono ben coesi e incorniciano l’immagine della Parigi di fine XIX secolo.

La scenografia la stilizza (o stigmatizza, riducendola in sul calar del sole -n.d.r-) in un salotto bourgeois. Più precisamente, un salotto di fine ‘800 della Ville Lumière. Non di poco conto, le luci sono offuscate.

Gli oggetti di scena rappresentano le passioni di Wilde, che la regia sa ben mostrare. Il pianoforte, che l’autore amava pur senza saperlo suonare bene, e che scelse per la sua “Salomé“; i libri, che dispone con ordine personale e, nel contempo, maniacale sul tavolo. Che si colora solo del verde dell’assenzio da bere. Infine, di nuovo, la musica, col grammofono.

I tendaggi coprono storie e ne raccontano altrettante, mentre restano rigidi impolverati. Opulenti e soffocanti. Come la fitta pineta di alberi che pare stadiarsi sul fondo, silenziosa e cupa come la notte.

L’eleganza degli abiti riflette il contrasto tra la magnificenza passata e il declino presente. Verosimilmente, quello di Wilde, così come quello attuale.
E allo stesso modo, il declino della sua figura, sulla quale non vi sono già riflettori grandiosi, ma piccole luci degne di fiere, nell’atto di osservare insistentemente le prede.

I costumi sono di Alessandro Lai. L’attore indossa un elegante e consumato (come l’animo e il corpo del drammaturgo) tight nero. Le scarpe sono ugualmente nere e bianche, ma a catturare lo sguardo è il fiore verde.

Verosimilmente, si tratta di un garofalo che, insieme al bavero dell’abito, divenne simbolo dell’estetismo e pure del dandy stesso. Un’epoca, quella di allora, dove era bellezza in contrasto con la decadenza dell’epoca.

Le musiche di Patrizio Maria D’Artista accompagnano il testo, e paiono essere trasportate nell’excursus verso perdita, tristezza e nostalgia che attraversano lo scrittore.

Chi sono i mostri?

Oltre al teatro, l’artista romano, che ha tradotto l’opera dell’americano, lavora con successo anche in tv da decenni. È attualmente protagonista sul grande schermo della fiction “Una nuova vita” con Anna Valle

Per concludere, in merito a questa produzione su Wilde mi sono presa molto tempo.

(Un doveroso “grazie” a chi me lo concede. Solito off topic, o serie di divagazioni? -n.d.r.-)

Tutto d’un tratto, realizzo… Prendersi tempo ha un valore sottovalutato (-snobbato-) di questi tempi, ma non consideriamo che talvolta significa concedere spazio, a se stessi e ai pensieri.

Per riflettere su come e cosa scrivere, nel mio caso specifico, perché emergesse –ambiziosamente forse– un qualche aspetto non già evidenziato.

Potenza del teatro e di chi lo racconta…

Ebbene, all’inizio ho scritto che spettacoli come “Divagazioni e Delizie” «fanno così male da fare bene», ripromettendo di spiegarlo in seguito. Amo Wilde, ma chi non lo affermerebbe? (Inteso, oggi…). Però amo molto e -anche- “questo” Wilde, simbolo di ciò che fu, in nome di una fede incrollabile nei propri mezzi; prima elogiato e bramato, poi escluso e reietto.

Wilde attraverso l’attore ben si contorna alla sua fama. Un uomo che ha fatto della sua vita, la sua personale opera estetica, poesia danzante e potente anche nel decadimento fisico. Che, per quanto costretto economicamente, trova la forza di mostrarsi, sfidando gli altri.

Perché il suo esporsi a “come lo vorrebbero”, “il mostro” è consapevole: rivela presto i veri mostri (o i vecchi e nuovi, ma sono già in prima serata… -n.d.r.-). Ossia, coloro che non attendono altro che vederlo fallito.

Privato di una dignità d’animo che non riconoscerebbero. Quelli che sono disposti a spendere danaro in modo significativo, puntualmente, non saprebbero vedere ciò che a loro non è nota.

“Gentiluomo mai in serie”

Egli non fu mai un “gentiluomo in serie”, ovvero risultato di quella società che lo voleva prima scandaloso e poi scandalo per deriderlo.

Più di ogni altra cosa, il ritratto dell’autore è quello di un uomo, dunque, che per quanto soggetto a svendere la sua immagine, non accettò mai di diventare prodotto.

Per quanta forza mostrasse con gli altri, non regge più lo scontro con se stesso: la bruttezza della malattia, la solitudine, la vecchiaia e l’approcciarsi inesorabile della morte.

E per chi ha fatto delle delizie della vita l’essenza della bellezza, quest’aspetto si esaspera. Come avviene sul palcoscenico, con i macchinisti, o come, secondo curioso aneddoto, accadde nella realtà. Ormai prossimo a spirare, si lamentò della carta da parati della stanza d’hotel dove alloggiava. Stremato dalla malattia, disse che se essa non fosse sparita, l’avrebbe fatto lui.

La Bellezza di Fragilità e Verità

Ciononostante, mostra in questa rilettura anche la sua fragilità e il fascino doloroso che ne scaturisce. Pur dilaniato dalla cattiveria attorno a sé, non riesce a mascherare la sua sincerità.

La sua verità sta nell’amore e il suo amore sta nella sua verità: di arte e performance.

L’attore in scena regala e ridona la bellezza nella fragilità, dove il lirismo sta esattamente nel genio che resta. O, più teneramente, il Wilde di Pecci ci trasmette la bellezza della fragilità. Che non ci fa sentire “meno di”, che non ci vuole o vorrebbe in costante competizione; che si accontenta e si appaga nel trovare la nuova parte migliore dove sprigionarsi.

Il dramma del “personaggio” Wilde esplode non esclusivamente nel tono profondo della “Ballata”. Trapela la “persona”, Oscar, che nel momento delle lacrime sia copre il volto, perché non venga meno il sorriso a favor di scena. In sintesi, anche laddove la persona piange, il personaggio costruitosi nasconde il suo dolore. Esattamente come l’amara e delicata condizione dell’artista.

Estetica, bellezza, ordine, amore. Sfida dell’Arte.

Wilde esprime l’arte superba della forza del pensiero critico. Di e verso se stessi. Che quando la realtà intorno ci vorrebbe omologati, falliti (attenzione, non senza fallimenti, che servono a divenire ciò che siamo e saremo, senza troppi filosofeggi -n.d.r.)-, ci arena e sprona a non perderci. Forti della convinzione di quel pensiero personale che sfida e subisce, ma non si scalfisce.

Uno spettacolo, un’ispirazione che “fa male”, quando ci fa vedere un mito, ridotto a tale miseria; e, per contro, che “fa bene” poiché, persino in condizioni che renderebbe un uomo misero, umilia le ipocrisie e invita a riflettere. Acciocché assecondiamo noi stessi.

Con un poco di amore che dobbiamo avere il coraggio di trovare verso noi stessi, nonostante i tradimenti di affetti ed esistenza stessa, talvolta. Sempre fedeli alla nostra autenticità.

Poesia, estetica, ordine e disordine, sfida, arte. Bellezza

Valori che si manifestano e tramandano (o ci si prova -n.d.r.-) anche oggi, nello spirito Olimpico.

Sfida (o sfida dell’Arte?): Bellezza, Amore.

Valori che si riassumono in un’unica figura: Oscar Wilde. Ça va sans dire

“Ciò che non abbiamo osato, abbiamo certamente perduto”.

Oggi ha un valore ancora più simbolico.

Ciò, perché, cosa faremo, NOI, di quei valori suggeriti e forse mai sopiti?

Non sarà che osare il bello, nonostante tutto, e tornare a fare, è forse la soluzione per fare bene e fare del bene? E se quella bellezza fosse amore?

Dopotutto, se «Lo scopo dell’amore è amare, né più né meno», possiamo anche osare e tentare.

Di essere noi stessi. Accettare genio e decadenza nel nostro (r-)esistere.

Magari, con un punto di verde ad agghindarci.

Chissà.

V

PS: Adesso però, con La Fiaccola passata anche dal Gabibbo e Snoop dopo un giro con Mario Lopez alla Balera dell’Ortica, siete pronti a tifare per i nostri atleti?

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