Una bravissima Cecilia Cinardi caratterizza una donna vittima del suo tempo che sfiora il nostro

Di Veronica Fino
Cari Amici di ProfAmà,
dopo averVi parlato di giovani Compagnie di Professionisti, oggi mi dedico ad un argomento più ampio. Nuovamente ringraziando MilanoTeatri per ospitarci in questo spazio di riflessione e confronto.
Dicembre giunge e corre veloce. A breve inizierà il periodo più festoso dell’anno, fra alberi decorati con grandi quantità di luci, tavole pronte ad essere imbandite, liste di regali e pensieri (-in tutti i sensi n.d.r.-), leccornie (e “miracolose” diete pre-feste), preparativi di viaggio. Cerchiamo di trovare la perfezione in ogni dettaglio, perdendoci di vista ciò che dovrebbe essere il senso del Natale, ovvero quello di ritrovo, di aggregazione e momentanea sensazione pacifica, che lascia il posto a quei ricordi di bambini. Caratterizzati da meno sfarzo e scintillio, ma da tanti, tantissimi colori. Che riempivano i nostri occhi che si perdevano in quegli istanti più leggeri.
Più che mai, allora come in questo anno, il rosso svetta.
E svettava anche al Teatro Out Off durante la rappresentazione de “La Signorina Else”, tratta dall’opera di Arthur Schnitzler.
Già, Vi starete chiedendo, perché una premessa simile, se parliamo di teatro? Tutto parte dal colore più tradizionalmente passionale che esista.
Buona lettura!
Veronica
“La Signorina Else”
“La Signorina Else” è lo spettacolo di Federico Olivetti con Cecilia Cinardi, andato in scena fino al 7 Dicembre al teatro Out Off di Milano co-prodotto dal Teatro Dei Naufraghi. Esso si inserisce in un ciclo di appuntamenti culturali incentrati sulla Vienna fin du siècle.
Preceduto dal concerto del Quartetto Kantor, che ci ha regalato le musiche di Brahms e Schubert, la messinscena racconta della giovane Else e del suo viaggio psicologico fino alla decisione definitiva di togliersi la vita.
L’unica presenza sul palco è, pertanto, quella della protagonista e narratrice Else, magnificamente interpretata dall’attrice Cecilia Cinardi.
La trama
La storia ha un breve arco temporale, ambientata nel 1920.
Else, giovane di buona famiglia borghese viennese, è in vacanza a San Martino di Castrozza con la ricca zia e il cugino. Fra passeggiate, tennis, rifugi di montagna, chiacchiere con amici e Paul, cene in mezzo a persone molto abbienti, la giovane donna è consapevole di essere ospite, poiché la famiglia vive senza più la sua fortuna. Il padre è un giocatore d’azzardo che, già in passato, si era messo nei guai. E tocca a lei in qualche modo rimediare, trovando un buon partito.
Un telegramma della madre sconvolge la sua vita apparentemente serena e mondana.
Il padre necessita di un grosso prestito entro 48 ore per non finire in carcere. Il solo a poterli aiutare, le scrivono, è il mercante d’arte Von Dorsday, da sempre invaghito da lei, pur risaputamente infastidita. La ragazza si chiede come affrontare il discorso con il ricco detestabile, fin quando un secondo messaggio giunge dalla madre, comunicandole che il debito è aumentato e il tempo per restituire il denaro diminuito.
Sfortunatamente, i genitori non si limitano a questo: le indicano l’uomo come unico salvatore possibile e, anzi, la spingono ad essere gentile e disponibile con lui.
In altre parole, la esortano a prostituirsi, con tanto di approvazione e sfruttamento del legame affettivo e del senso di colpa della figlia.
Von Dorsay, infatti, ha accettato di darle il denaro, a condizione che ella si spogli per lui. Come fosse un oggetto da contemplare, come quelli d’arte da lui mercanteggiati.
Una Signorina tradita
Non avendo un pretendente concreto che possa aiutarla e sposarla, non le rimane (inconcepibile per molti di noi, oggi -n.d.r.-) che accettare soldi, avance e richiesta.
A questo punto, Else si sente tradita da tutti, sapendo che non le sarebbe stato possibile sindacare tali richieste per una sua volontà. Tant’è che non si ritrae né cerca di farlo. Sopraffatta.
La sua ansia e la solitudine è il punto che fa (dovrebbe far –n.d.r.-) riflettere maggiormente. Come può una società andare tanto alla deriva da cercare di nascondere la realtà, l’impoverimento, l’affrontare le conseguenze delle proprie azioni e farle pagare -non senza scotto violento- ad una figlia?
Else è in preda a un cumulo di vergogna, colpa, tristezza, necessità di redenzione, nonché autodeterminazione e libertà. Benché viaggi fra i suoi pensieri, lucidamente decide di assumere un quantitativo eccessivo di veleno. Di mettere fine alla sua esistenza. Poco prima, si ode il suo grido, dal lago ghiacciato fino al nostro io. Disperato, alla ricerca di essere notata pur di non arrivare a compiere quel gesto. Un grido forte, teatrale, in un mondo troppo sordo. L’opera si conclude dopo il tentativo vano di salvarla. Ella è ormai lontana, nel buio del suo ultimo volo simbolico, da dove emette l’ultimo gemito.
Regia
La regia è illuminante. Olivetti utilizza il monologo interiore da una prospettiva narrativa interna. Così, in un costante entrare nel racconto del reale, con la protagonista fa il verso, imitandoli, agli altri personaggi. Ciò, ben rispettando quasi del tutto il testo originale e la tematica del sogno di Schnitzler.
Tuttavia, il regista riesce ad adattarlo, attuarlo e conferirgli un tono emotivo ilare.
Questo è uno degli aspetti più riusciti della messinscena. Difatti, la storia narrata dalla ragazza aggiunge la caratteristica del grottesco alla disperazione.
La Signorina ha toni talmente leggeri e surreali nel narrare la sua triste storia, da rivelarsi più drammatica nel contrasto con gli avvenimenti.
Nondimeno, il suo ragionamento che sfocia in un climax decisionale che coincide infine col suicidio; traspare tutta la solitudine e la tragicità del suo vivere.
Per auto-affermarsi e ottenere il riconoscimento di sé e della sua dignità e vita quale individuo, spogliarsi di convenzioni, sfruttamento e abbandono famigliare, deve compiere il gesto più antitetico: togliersi la vita.
Una scelta registica suggestiva
La scelta direttiva è, come suggerito, di tipo suggestivo, in contrasto con l’allestimento scenografico.
Il fil (letteralmente) rouge d’insieme, contrapposto al buio, osservato attraverso i grandi occhi sparsi fra le file di sale, giunge allo spettatore.
Quest’ultimo è trasportato nel gioco di reale, sogno e sonno del personaggio. Prima figura -o figurino- da esibire, da mostrare e mostrarsi, “da vendersi”, a vera eroina tragica nella lotta per l’emancipazione femminile in un periodo frenetico come il 1920 viennese.
La ferita saliente è il senso di abbandono, l’onta di un genitore sì, in vista, ma preda del gioco in una classe sociale di benpensanti.
Ma quella verosimilmente più grande dolorosa è della madre, sibillina, capace di chiederle, in un modo tanto impersonale quale un telegramma (immaginiamoci di ricevere un whatsapp odierno -n.d.r.) di “essere carina”, nel senso più indelicato e malizioso, per ottenere denaro.
In sostanza, le suggeriscono di offrirsi a un uomo che lei detesta. (Non che, fosse stato uno più piacevole per la figlia, lo avremmo ritenuto, con gli occhi di oggi, meno deprecabile -n.d.r.-)
Un’Else potente, come l’abbandonamento
L’Else di Olivetti è dunque potente, curioso, riesce a sfruttare un semplice ed essenziale scenografia con gioco prospettico e trasformarlo in un piano più ampio, giocato solo sul colore e sulle luci. E gli occhi di regista e scena osservano anche noi del pubblico; sono fra noi. Inserendoci direttamente nel contesto, come fossimo, tutti, parte di un grande (e disinteressato -n.d.r.-) fratello. (Quello di Orwell, non di Mediaset, eh! -n.d.r-).
Lo spettacolo del regista ci fa riflettere su cinismo e ipocrisia sociale del tempo, dove si grida più allo scandalo se la disperazione porta alla rinuncia alla vita rispetto al gesto dello spogliarsi per denaro.
Ma ci invita anche a riflettere sulla richiesta infima dello spogliarsi con un ricatto. (Per la generazione pre-millenial è subito un vago ricordo di “Proposta indecente”, dove ad accettare è il marito di Demi Moore -n.d.r.).
Infine, ci esorta a vedere i veri nemici della storia. L’uomo, ricco e distinto, esteriormente, e i genitori intrisi di falsa pruderie.
Se è vero che la giovane si suicida, è altrettanto vero che i veri assassini sono le persone che ha intorno, per non averla compresa o sostenuta.
Cecila Cinardi nei panni di Else
Il costume di scena è essenziale.
Un abito fasciante, morbido nella parte della gonna a sirena, rigorosamente rosso.
Si fonde con la scenografia.
Eppure, lei lo fa vibrare con i suoi movimenti, fra la luna/occhio che l’osserva sopra di lei. Cinardi spazia sul palco salendo, scendendo e sdraiandosi sulla panchina, altro elemento chiave.
Le sue azioni spaziano da gesti più infantili, come quando sbeffeggia l’altezzosa fidanzata del cugino o la zia, a quelli più allusivi e sensuali, quando si tratta di provocare le reazioni di uomini abbienti.
Finanche nel modo in cui vorrebbe rispondere a Von Dorsday insieme alla sua proposta indecorosa.
Nel modo caricaturale con cui Cinardi caratterizza il personaggio, questi atteggiamenti, insieme alle pulsioni inconfessabili, riescono quasi goffi, e fanno tenerezza. Per questo, risultano più impattanti. Raccontano un’anima che non riesce ad esprimere se stessa, né a trovare un posto suo nella collettività, capace e stanca di sacrificarsi per la famiglia e i dettami della morale.
Oltretutto, mimica e gestualità dell’attrice sono volutamente esasperati, come il trucco, rigorosamente rosso, che si mette sulle -sopra- le labbra.
Tutto è nelle sue mani
La tensione tra gli stringenti obblighi e rigidi costumi e l’insopportabile coercizione e soppressione dell’autonoma volontà di Cecilia/Else si traduce con in mosse fisiche, scatti fuori contesto, come la schiena che d’improvviso si arcua e lo sguardo che si volge in alto senza un senso. Essi sono i sintomi esteriori del mondo infernale che ribolle nel profondo della sua coscienza.
Il reale narrato si confonde con l’allusione all’ipotetico accaduto. La maschera che Else indossa è quella di mondanità e frivolezza, travolte dalla commistione di passato e futuro auspicato, come ben evidenzia con l’innaturalézza della frase “che splendida serata!”, ripetuta in più momenti.
È il suo modo per fronteggiare disagio e paura di perdere i privilegi dell’essere di buona famiglia a causa di un padre amato, seppur notamente imputabile di appropriazione indebita e gioco d’azzardo.
La grazia nel dolore e nella frivolezza apparente
Con grazia, l’attrice ci suggerisce anche gli altri personaggi, donando loro un aspetto meno rude di quanto non abbiano in realtà. Filtrato, verosimilmente, dall’affetto per i genitori e dalla norma sociale della non contraddizione alla figura maschile.
Di conseguenza, le loro azioni risultano ulteriormente opposte.
L’attrice, grazie alla chiave di lettura più leggera o simil grottesca, ironica, riesce a trasmettere ogni aspetto di un’anima fragile. La sua Else più che mai esprime la sua forza finale nella teatralità. Quando, cioè, schiacciata fra obbligo morale, disdoro (e disdegno -n.d.r.-), e quel bisogno viscerale di riscattarsi e affrancarsi da chi la circonda, decide di uccidersi. Un gesto plateale.
Eppure, persino in quel momento, la Cinardi ci fa sentire tutto il dolore, l’esasperazione e la volontà di essere salvata, persino da se stessa. Solamente negli ultimi istanti, fra indecisione, ripulsa, dopo anche il passaggio della nudità a malapena svelata, le luci si spengono.
Allo stesso modo accade alla vita stessa di Else; ed è in quel momento che vive finalmente la sua estrema libertà, in uno stato di alterazione estatico.
Tant’è che le sue ultime battute sono:
“volo, volo, volo… Sogno, dormo, vo…”
La morte assume un significato, benché illusorio, di sogno. E quella onirica è la sola via, per il personaggio, di contrastare il peso della morte simbolica, attraverso l’atto costretto della prostituzione.
Scenografia, luci, musiche e costumi
La scenografia è volutamente semplice. Cinardi è la sola ad offrire sulla scena Else, il suo mondo e gli altri personaggi suggeriti attraverso gesti e storia raccontata.
Opposti al colore scarlatto, vivo, dell’abito e del fondale, che suscitano una sensazione di calore, vi sono il lago ghiacciato (reso con specchio), e i minimi oggetti di scena. Tutti in tonalità del grigio, come il lampione e la panchina.
Sottolineano il divario fra l’anima ardente e viva della fanciulla e quella ormai spenta di un ceto e di una società alla deriva, morente.
Le poche musiche sono riadattamenti di brani pop.
Entrambi gli aspetti tecnici di luci e scene sono di Emanuela Dall’Aglio. Le luci sono di Javier Delle Monache e la coreografia di Michela Lucenti.
Else ne “L’allegra apocalisse” del Secessionismo Viennese: Schnitzler fra l’opulenza pittorica di Klimt, la denuncia sociale degli artisti, psicanalisi freudiana e malattie mentali
Agli inizi del Novecento, Vienna era una città piena di bagliori decadenti, che come Else ci fa comprendere, era anche preda di ipocrisie di una borghesia alla deriva.
Le contraddizioni fra la cultura eccellente e il blocco dovuto a guerra in arrivo, problemi sociali e grandi cambiamenti, la rendono un’opera manifesto del periodo storico in prende vita. Lo stesso accadde decenni prima con “Casa di Bambola” di Ibsen, in cui la protagonista Nora rinuncia a famiglia e figli, pur di essere libera dalle imposizioni e dalla sua gabbia dorata. (E anche in quel caso, la donna aveva salvato gli uomini della famiglia… -n.d.r.-)
“La Signorina Else” è tratto dall’opera dell’autore austriaco Arthur Schnitzler, vissuto a cavallo di ‘800 e ‘900. La sua opera racconta dello spaccato storico della Vienna fra ‘800 e ‘900, in pieno periodo di crisi borghese. Uno dei grandi temi sociali era la condizione della donna, considerata come essere inferiore o, alternativamente, come oggetto.
Capace, spesso, di salvare la buona nomea della sua famiglia, tuttavia vittima di una condizione sociale in cui maritarsi (vedi gli accenni al dinner -n.d.r.)) era d’obbligo per le giovani alto e medio borghesi. Naturalmente, alla base v’era l’idea collettiva di esseri umani dipendenti dall’uomo a cui piegare le proprie volontà.
Subendo l’influenza del periodo storico, Schnitzler è fra i primi grandi letterati a subire l’influenza di Freud e ad inserire un monologo psicologico che spazia nell’inconscio.
Se l’autore denuncia l’ipocrisia borghese, la scrittura di Hoffmansthal affronte la crisi dovuta all’incapacità della parola per esprimere la realtà.
L’apporto di Freud è un punto essenziale che condiziona tutto il clima culturale secessionista, con linguaggi nuovi nell’arte con il filone della Nouveau e simbolista, più intime, legate a sogno, psiche ed eros. Del tutto in contrasto con quella accademica, i suoi protagonisti assoluti furono Klimt, Schiele e Kokoschka. Non mancarono echi e novità in architettura (Wagner) e musica.
Il rosso della “Signorina Else”
Else e la scenografia, Vi dicevo (ok, ok, lo scrivevo! -n.d.r.-) è un tripudio di rosso.
O, meglio, rosso, quale colore della passione, dell’amore, che qui è però morboso desiderio. Perversione, oggettivazione.
In altre parole, violenza.
Di quel sangue che scorre nelle vene e poi smette di farlo. Per scelta.
Del disamore di una famiglia “perbene” che pur di mantenere l’apparenza e lo status sociale, accetta e, anzi, chiede e benvuole la mercificazione della figlia; del disrispetto dell’uomo, forte del suo potere e della società totalmente patriarcale.
Della mente, che pur di non accettare un doloroso epilogo, nel bisogno viscerale di essere vista, compresa, e non solo oggetto di malizia, vive in un costante stato di alterazione inconscia.
Il momento finale ne è la riprova.
L’atto di ribellione grottesco e tragico, che porta alla morte della protagonista, è un’estrema richiesta di aiuto. E dal momento che nessuno riesce a vederla, comprendendo il suo dolore mascherato, ella si rifugia infine con il momento più liberatorio ed estremo.
Finalmente può volare, essere luce, anche se tutto il resto intorno è buio. Anche se quegli occhi che l’hanno osservata silenziosi, maliziosi, benpensanti e bigotti non la vedranno. Né all’interno della fantasia in cui si è rifugiata, né in quell’Oltre dove è destinata
Non la vedranno. Non la vedremo neanche noi, nella luce che da fioca si spegne, come lei.
Forse perché non meritevoli di guardare più quell’anima uccisa da una società tartufesca e falsa, dove il rosso era una promessa non mantenuta di bene, verso una figlia, una cugina, e una donna.
Un concetto che, come quello della privazione della libertà, seppur nettamente –doverosamente– è sì, venuto meno, ma resta ancora un grande e urgente problema sociale.
Basterebbe pensare a culture basate sul ruolo spesso subordinato delle donne, alla possibilità di matrimoni combinati –forzati– con bambine (succede anche nel nostro Paese, anche se non ad opera diretta di italiani), al divario di stipendi rispetto agli uomini. Per non parlare poi del parametro di giudizio, o degli epiteti in merito ad una donna senza fissa compagnia o figli e al suo corrispettivo maschile.
Non meno importante, il rosso dell’abito di Else ci riporta anche alla seduzione come strumento e simbolo di erotismo. Tema tabù per la società, se a parlarne, ad alluderne, è una donna.
Fino ad arrivare alla piaga allarmante che ancora attanaglia le testate giornalistiche.
La violenza di genere, spesso sfociata in violenze psicologiche, ricatti, abusi fisici e femminicidi. Tanto da essere necessario introdurre il reato penale specifico.
Rosso colore della vergogna e della lotta contro la violenza di genere
Rosso, come colore della vergogna di parlarne per il timore di ripercussioni e giudizi. Rosso, come il sangue che sembra sgorgare dalle pareti della scenografia e avvolgere attrice e pubblico.
Il vermiglio del cuore che diventa via via più cupo, perché é quello del dolore.
Ma è anche il colore della speranza. Della forza di chi lotta.
Non a caso, il colore scelto per supportare la lotta contro la violenza femminile è il rosso…
Un colore che colpisce, sempre.
Poderoso.
Come il sapiente e simbolico lavoro di Olivetti e la grande maestria dell’attrice.
Una piccola perla nel panorama teatrale odierno, spesso ricco di scenografie più minuziose, dettagliate, con molti oggetti di scena e slogan buonisti. In contraddizione col valore concreto rappresentato.
In questo adattamento, è l’occhio a fare da giudice e da spettatore.
Con questa riflessione, su Else così come sulle delicate tematiche affrontate, uno dei desideri sotto l’albero è che il rosso di palline, tavole e nastri, trovi la via per assumere esclusivamente il significato di Amore.
Quello che ti dona la voglia di vivere, che coincide con quella sorta di magia nel sentirsi accettati, compresi e amati.
Proprio per ciò che si è; per quei difetti che per qualcun altro divengono (-quasi e paradossalmente n.d.r.-) dei pregi, e che ci contraddistinguono.
D’altronde, anche l’atmosfera del Natale, volendo credere al suo valore più intimo, credenti o non, è una piccola magia, no?!
Vi auguro di poterlo vivere così, amati e circondati dagli affetti più sinceri, gli stessi che anche la giovane Else avrebbe desiderato. Meritato.
In sostanza, auguri con po’ di magia, ma in rosso Babbo Natale e scintilli!
Buone Feste di cuore,
V
Veronica Fino

Alcune immagini della “Signorina Else” e sotto, il Quartetto Kantor

Leave a Reply